Il 14 febbraio 2026, la Turchia ha reso noto che un UCAV (Unmanned Combat Air Vehicle) di tipo Bayraktar TB3, imbarcato sulla nave d’assalto anfibia “Anadolu”, definibile “porta-droni”, ha eseguito la sua prima missione di attacco marittimo durante l’esercitazione NATO Steadfast Dart 2026 nel Mar Baltico.
Secondo la dichiarazione ufficiale, il drone TB3 è decollato dalla nave, ha ingaggiato un bersaglio di superficie con due munizioni a guida di precisione MAM-L ed è stato poi recuperato a bordo. Si tratta della prima volta in assoluto che un velivolo senza pilota turco ha eseguito una missione di combattimento completa da una piattaforma navale, e della prima missione operativa di attacco di un UCAV di medie dimensioni imbarcato per un Paese della NATO – e a livello globale – dalla fine della Seconda Guerra Mondiale.
Potrebbe infatti sembrare inverosimile, ma i “droni”, intendendo con questo termine velivoli pilotati a distanza, vennero sperimentati e utilizzati per la prima volta durante quel sanguinoso conflitto: abbiamo già ricordato il “Canarino” della Regia Aeronautica, ovvero un S-79 modificato e testato in combattimento senza successo, ma la U.S. Navy, a settembre del 1944, completò la prima missione operativa del TDR-1, un drone lanciato da portaerei radioguidato, conducendo con successo un bombardamento su navi giapponesi. Tuttavia, i persistenti problemi tecnici e l’avanzamento di armi più convenzionali portarono alla cancellazione del programma di questi droni d’attacco. In totale, 50 droni furono impiegati durante le operazioni di combattimento, di cui 31 colpirono con successo i loro obiettivi con nessuna perdita di piloti nel gruppo aereo. L’ultima missione del TDR-1 fu effettuata il 27 ottobre 1944.
Tornando a tempi più recenti, la “porta-droni” turca “Anadolu” è in realtà una LHD (Landing Helicopter Dock) che la marina di Ankara ha dapprima modificato per l’utilizzo degli F-35B (la versione STOVL – Short Take Off Vertical Landing), poi quando la Turchia è stata estromessa dal programma – per la questione legata agli S-400 – ha modificato per farne una nave porta droni da combattimento. L’”Anadolu” può infatti imbarcare oltre ai droni Bayraktar TB3 già menzionati, i “Kizilelma”, entrambi disegnati e costruiti specificatamente per essere impiegati sull’unità navale.
Il Bayraktar TB3, sviluppato da Baykar, è un UCAV da media quota e lunga autonomia con una fusoliera lunga 8,35 metri, un’apertura alare di 14, e semiali ripiegabili; ha un peso massimo al decollo compreso tra le 1,45 le 1,6 tonnellate e può trasportare fino a 280 kg di carico utile su sei punti di attacco subalari. Il drone è propulso da un motore turbodiesel TEI-PD200, che gli conferisce un’autonomia di oltre 24 ore a seconda del carico. A differenza del suo predecessore terrestre TB2, il TB3 è progettato per le operazioni navali: carrello di atterraggio rinforzato, bassa velocità di stallo e la possibilità di decollare da ski-jump gli consentono di decollare e atterrare su una nave di classe LHD senza catapulte o cavi di arresto. Nella sua configurazione di base, il TB3 è dotato di una torretta elettro-ottica/infrarossa ASELFLIR-500 per la sorveglianza e il puntamento diurni e notturni; ci sono indicazioni riguardo la possibilità di montare anche un piccolo radar a scansione elettronica attiva in banda X, pod per la guerra elettronica e persino distributori di boe acustiche, trasformando l’aereo in un nodo di sensori modulare per la sorveglianza di superficie, sottomarina ed elettronica.
Le vulnerabilità dei droni
L’esercitazione “Steadfast Dart” ha permesso alla marina turca di sperimentare per la prima volta le tattiche di utilizzo dei droni imbarcati nel contesto di un’operazione anfibia, segnando il passaggio dell’accoppiamento “Anadolu”- droni dalla fase di sperimentazione a una di prima operatività, e ha anche dimostrato la maggiore efficacia di un drone, capace di restare in volo molto più a lungo, rispetto a un elicottero nelle attività di sorveglianza, ricerca e ingaggio di bersagli di superficie e terrestri. Esiste però l’altro lato della medaglia, dato dalla natura stessa di questo tipo particolare di drone. Il TB3 rimane un velivolo non stealth a elica, la cui capacità di sopravvivenza contro i moderni missili terra-aria a medio e lungo raggio o aerei da combattimento è limitata, soprattutto in spazi aerei fortemente contestati.
La sua dipendenza dai collegamenti dati lo rende vulnerabile alla guerra elettronica e al jamming, che saranno presenti in qualsiasi conflitto ad alta intensità. Queste vulnerabilità sottolineano la necessità di operare il TB3 sotto l’ombrello protettivo dei sistemi di difesa aerea e di guerra elettronica imbarcati e nell’ambito di misure di controllo dello spazio aereo attentamente pianificate. Sono esattamente le stesse osservazioni che ci sono arrivate dal campo di battaglia ucraino riguardo l’utilizzo del parente stretto del TB3, il Bayraktar TB2. Questo drone, che all’inizio del conflitto veniva usato intensamente lungo la linea del fronte e sulle retrovie russe, è progressivamente sparito da quell’ambiente operativo con l’aumento significativo delle capacità di difesa aerea russe e di guerra elettronica.
Utilizzare droni imbarcati in operazioni anfibie, ma anche di superficie o sottomarine, significa anche che la NATO deve necessariamente sviluppare e armonizzare rigorose procedure di identificazione del traffico marittimo, il che può rallentare il ritmo degli attacchi anche quando sensori e armi consentirebbero tecnicamente un ingaggio rapido.
Insomma i droni sono sicuramente degli effettori molto preziosi sul campo di battaglia per tutta una serie di motivi tra cui la loro “spendibilità” dal punto di vista delle risorse umane e finanziarie, ma ancora una volta non sono la panacea di ogni conflitto nonostante l’innamoramento di analisti, militari e vari esperti della Difesa. Chi scrive ha da tempo messo in guardia decisori politici e militari rispetto alle “mode” del momento, ricordando che l’ingresso dirompente di nuovi armamenti non sempre porta con sé l’obsolescenza di altri, e l’esperienza fatta in Vietnam dall’U.S. Air Force con l’F-4 “solo missili”, poi modificato con il ritorno del cannone a seguito dei risultati dei combattimenti aerei, è lì a dimostrarlo.

