Brutte notizie per gli Stati Uniti. Lontano dal fronte caldo nell’Europa dell’Est dove si combatte una guerra per procura contro la Russia di Vladimir Putin, Washington vede sfilare di fronte alle proprie coste le forze navali del suo storico rivale assieme a quelle del suo più temibile nemico del XXI secolo, la Cina. 

È successo ad inizio agosto al largo dell’arcipelago delle isole Aleutine in Alaska quando 11 navi di Mosca e di Pechino hanno compiuto esercitazioni con atterraggi e decolli di elicotteri e un’operazione antisommergibile nel mare di Bering con la neutralizzazione di un finto obiettivo. Brent Sadler, analista al think tank Heritage Foundation, ha definito le manovre congiunte un’azione senza precedenti – si tratta infatti della più grande flotta straniera ad aver compiuto un’azione simile così vicino alle acque americane – aggiungendo che “considerato il contesto della guerra in Ucraina e le tensioni su Taiwan, questa iniziativa è altamente provocatoria”.  

Un episodio simile è accaduto a settembre quando la flotta congiunta sino-russa composta da sette unità navali è stata monitorata da un’unica motovedetta della guardia costiera americana. Nell’ultima circostanza gli Stati Uniti hanno invece risposto con il dispiegamento di quattro cacciatorpediniere e di un aereo P-8 Poseidon, una risposta più muscolare autorizzata dal presidente Joe Biden che ha incontrato persino il favore del senatore repubblicano dell’Alaska Dan Sullivan, membro della Commissione delle forze armate del Senato. L’ammiraglio John Aquino, a capo del comando Usa nell’Oceano Pacifico, ha commentato le manovre, sempre più frequenti, come un preoccupante segno della crescente cooperazione tra Russia e Cina. “È un mondo pericoloso”, ha dichiarato il militare all’Aspen Security Forum che si è svolto in Colorado. 

In realtà non è solo l’Alaska ad essere interessata dall’aumento di attività dei nemici dell’America bensì tutto l’Artico. La presenza di navi commerciali e militari di Mosca è sempre meno discreta e anche se i cinesi al momento non hanno un ruolo rilevante nell’area condividono informazioni satellitari con la Russia, ennesimo segno dell’alleanza senza limiti tra i due paesi, celebrata poco prima dello scoppio della guerra in Ucraina. Secondo i dati riportati dal Wall Street Journal, l’anno scorso si è registrata una media mensile di 709 navi russe attive nella regione, un incremento del 22% rispetto al 2018. Le attività della Cina non sono comunque trascurabili come dimostrato qualche mese fa dall’avvistamento di un “pallone spia” nel mare di Bering, poi abbattuto al largo della South Carolina.

Washington sta intensificando la sua deterrenza nell’Artico monitorando le mosse nei nemici dallo spazio, tramite droni e puntando sulle rompighiaccio polari: gli Stati Uniti ne hanno solo una nell’area e solo per una parte dell’anno, a differenza della Russia che ne ha circa 36. L’obiettivo è evitare il ripetersi anche in questa regione sensibile e vicino alle coste americane, canadesi e di altri partner della Nato di quello che è avvenuto nel Mar Cinese Meridionale dove l’America e i suoi alleati hanno realizzato troppo tardi il piano di Pechino che ha portato alla costruzione di numerose installazioni militari. Una delle risposte dell’America all’incursione dello scorso anno è arrivata con l’”Operation Frontier Sentinel”, un’esercitazione con lo scopo esplicito di far capire a russi e cinesi quanto la loro presenza sia malvista. Per dirla con le parole di Kenneth Boda, capitano della Guardia Costiera Usa, “ci sono cose che non vogliamo che facciate qui”. 

Un’altra risposta da parte dell’amministrazione Biden è arrivata con la pubblicazione ad ottobre della nuova strategia per l’Artico che “riconoscendo l’impossibilità di cooperare con Mosca” a causa dell’invasione russa in Ucraina identifica la sicurezza nazionale come il pilastro principale degli interessi americani nella regione. Anche se Washington sta pianificando una maggiore capacità di reazione investendo in strutture militari, radar e navi uno dei punti vulnerabili riguarda però la cosiddetta domain awareness e la conseguente impossibilità di sapere tutto quello che i nemici stanno davvero facendo in un’area geografica in pratica disabitata e con poche infrastrutture. 

Nel 1987 il leader dell’Unione Sovietica Mikhail Gorbachev parlando delle tensioni nell’Artico, dove si verificarono anche incidenti e collisioni tra sottomarini nucleari Usa e dell’Urss, denunciò che “la militarizzazione di questa parte del mondo sta assumendo livelli minacciosi”. Allora la competizione tra le due grandi superpotenze non sfociò nel conflitto atomico che tutti temevano. Non è scontato che questo finale si ripeta e che, dopo l’Ucraina, non si apra un nuovo fronte, questa volta molto più vicino agli Stati Uniti.