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Difesa /

Allarme generale a Parigi. Dopo lunga e tranquilla routine, tanta di lesina e continui tagli ai budget, la guerra in Ucraina ha ruvidamente scombussolato le fallaci certezze e le pigre consuetudini di politici, generali e ammiragli. Improvvisamente le forze armate francesi — teoricamente il maggior complesso militare europeo e ferro di lancia di un ipotetica armata continentale — si sono scoperte impreparate ad affrontare un conflitto ad alta intensità come quello attualmente in corso ad Est. Ai gallici mancano gli aerei, le navi, i carri armati, i cannoni e, soprattutto, le munizioni.

È il dato, inequivocabile e inoppugnabile, che emerge dal rapporto di un’apposita commissione parlamentare insediata da Emmanuel Macron all’indomani dell’invasione russa. Dal documento — redatto da deputati e senatori d’ogni orizzonte e oltre cinquanta audizioni con alti gradi ed esperti di cose militari e di geopolitica — emerge chiaramente il problema: gli arsenali sono desolatamente vuoti e per ricostruirli in tempi più o meno rapidi (per il comparto missilistico sono necessari almeno tre anni) servono come minimo 6-7 miliardi di euro. Un’enormità.

Il senatore Christian Cambon, presidente della commissione, non ha dubbi. Analizzando il primo giorno di combattimenti in Ucraina, il politico ha sottolineato che i russi in sole 24 ore hanno consumato un numero di munizioni pari a quelle utilizzate dall’Armée in un intero anno; quindi, in caso di un “vero” scontro, l’esercito transalpino si ritroverebbe senza munizioni “in tre-quattro giorni. Non siamo più in grado di sostenere un conflitto di lunga durata”.

Un gap inquietante le cui responsabilità, secondo Cambon, vanno suddivise tra i “diversi governi, di destra come di sinistra, che si sono succeduti in Francia a partire dal 1990. Tutti si chiedevano “perché accumulare munizioni che non spareremo mai?”. I risultati sono sotto i nostri occhi”.  La penuria dei materiali tocca orizzontalmente ogni comparto della Difesa: “i carri armati hanno in dotazione meno della metà del munizionamento standard, idem per le navi. Nel 2019 l’ammiraglio Christophe Prazuck, capo di Stato maggiore della “Royale”, ha dovuto ordinare una drastica riduzione delle esercitazioni in mare. Ogni nostra fregata tira ogni due anni un solo missile. Un missile, non due, non tre, solo uno. Praticamente un petardo”.

Altrettanto preoccupante è livello addestrativo delle forze dell’ordine. A causa della scarsità del munizionamento gendarmi e poliziotti hanno dovuto ridurre al minimo la frequentazione dei poligoni. Nonostante la minaccia del terrorismo interno e la crescente instabilità delle periferie (sempre più isole multirazziali controllate dagli estremisti islamici e/o dalla delinquenza comune) più della metà degli operatori non è riuscita a conseguire la tempistica fissata dai regolamenti, ovvero tre prove annue. Non si spara più perché mancano le cartucce.

Un’urgenza di non facile soluzione. Per molti motivi. Dalla fine degli anni Novanta — auspice il governo del socialista Lionel Jospin — la già fiorente industria della difesa gallica si è via via rimpicciolita e da allora gran parte dei fornitori storici della Dga (la Direction générale de l’armement) hanno chiuso i battenti o sono stati acquisiti da aziende straniere. Emblematica la parabola della Manurhin, un’azienda alsaziana specializzata da oltre un secolo nella produzione di munizioni e armi di piccolo calibro. Un’eccellenza francese. Ma per Jospin, allora primo ministro, e i suoi successori, troppo cara, troppo dispendiosa. Da qui un taglio netto. Secco. La Dga, ovvero l’Eliseo e i vari governi, decisero di acquistare le (poche) munizioni necessarie all’estero e chiudere, ovvia conseguenza, ogni rapporto con la Manurhin. Questioni di bilancio. Per vent’anni e più l’azienda di Mulhouse ha continuato a vendere i suoi ottimi prodotti in più di sessanta Paesi — dagli Usa all’Egitto — e infine nel 2018 è stata acquisita dall’Emirates Defence Industry Company.

Ma non è tutto. Come rincara Cambron “per le armi di nuova generazione (missilistica, droni, avionica) la situazione è ancor peggiore. Presto la Francia dovrà dipendere per i suoi acquisti interamente dai fornitori stranieri. In casa oggi non produciamo quasi nulla”. Il senatore ha ragione. Alla Francia, per ritrovare un’autonomia militare credibile e autonoma non basteranno gli investimenti previsti dal programma 2019 (300 miliardi di spesa spalmati su sette anni) ma molto, molto di più.

Alla luce degli eventi, per la commissione, oltre a consigliare l’indispensabile ripresa di munizionamenti (e rivitalizzare così l’intera filiera nazionale, ovvero nuovi posti di lavoro, più sicurezza nazionale e, perchè no?, elettori…), è urgente un piano di modernizzazione radicale delle assai neglette forze armate.

Per i senatori e deputati parigini (tutti bruscamenti risvegliati dalla storia…) non è più tempo di tagli o di risparmi. La deterrenza nucleare gaullista è un palliativo. Servono soldati, armi e munizioni. Urgono pesanti investimenti per marina, esercito e aviazione e poi altri soldi (tantissimi soldi) da investire nelle nuove tecnologie: droni, robot, spazio, cybersicurezza. Infine, guarda caso, il rapporto prevede la rifondazione del dismesso sistema sanitario militare francese. Non si sa mai. Nel prossimo futuro si prevedono molti, troppi caduti. Non è una buona notizia.

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