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Si è concluso da poco il vertice Nato di Bruxelles tra le massime autorità politiche dei Paesi membri, e da quello che si evince dall’elenco delle tematiche discusse, il “nemico” principale dell’Alleanza Atlantica resta sempre la Russia, al di là delle dichiarazioni ad effetto rilasciate alla stampa che indicavano la Cina come la minaccia più grande individuata durante il summit.

Una minaccia, quella cinese, che però non è affatto sottovalutata: come già ebbe a ricordare il comando della Sesta Flotta Usa quasi un anno fa, la preoccupazione statunitense, condivisa anche dagli alleati europei, riguardava l’attività della Cina in Europa e in Africa, con particolare riguardo al Mediterraneo. In un comunicato del 27 giugno scorso si leggeva che “può sembrare controintuitivo ma la Cina è una preoccupazione crescente per il comando delle Forze Navali Usa in Europa e in Africa e per il Nato Allied Joint Force Command”. Una preoccupazione ribadita anche nell’ultima riunione della Nato, ma che appare del tutto marginale se andiamo a vedere quante volte, nei 79 punti del rapporto conclusivo dell’Alleanza, viene menzionata la Russia: sono ben undici i passaggi che riguardano direttamente l’attività di Mosca a fronte dei due dedicati a Pechino, che comunque viene citata quasi all’inizio dell’elenco programmatico.

La Russia, quindi, appare ancora al centro del mirino dell’Alleanza, se non altro per la sua vicinanza geografica, e viene accusata di continuare a “violare i valori, i principi, la fiducia e gli impegni delineati nei documenti concordati che sono alla base delle relazioni Nato-Russia”. Viene contestualmente ribadito, nel medesimo punto, che l’Alleanza ha “sospeso ogni cooperazione civile e militare con la Russia, pur rimanendo aperti al dialogo politico. Fino a quando la Russia non dimostrerà il rispetto del diritto internazionale e dei suoi obblighi e responsabilità internazionali, non si potrà tornare al business as usual”. Viene anche affermato che “continueremo a rispondere al deterioramento del contesto di sicurezza migliorando la nostra posizione di deterrenza e difesa, anche con una presenza avanzata nella parte orientale dell’Alleanza” ovvero in quel settore di frontiera rappresentato dai Paesi Baltici, dalla Polonia e dalla Romania. Soprattutto i primi, per motivazioni storiche e per via dei fatti che hanno portato all’annessione della Crimea nella Federazione Russa, temono di più Mosca e la sua politica.

La Russia viene anche citata riguardo la designazione della Repubblica Ceca e degli Stati Uniti come “paesi ostili”, intimamente legata anche al recente “gioco di spie” e relative espulsioni che si è visto, e viene accusata di avere una maggiore “aggressività” militare vicino ai confini della Nato sottolineando il suo continuare ad accumulare assetti militari in Crimea, o riferendosi al dispiegamento di moderni missili a doppia capacità a Kaliningrad, che “minacciano sempre più la sicurezza dell’area euro-atlantica e contribuiscono all’instabilità lungo i confini della Nato e oltre”.

Vengono, per la prima volta, citata anche le attività di Hybrid Warfare che la Russia ha intensificato contro alleati e partner, come i “tentativi di interferenza nelle elezioni alleate e nei processi democratici” oppure le “campagne di disinformazione diffuse” connesse alle “attività informatiche dannose”. Del resto uno degli ideatori della guerra ibrida è stato proprio un russo: il generale Valerij Vasil’evič Gerasimov che ha avuto il merito di codificarla per primo.

Mosca viene anche citata in un altro punto ovvero quello che riguarda l’arsenale atomico. La Russia, secondo l’Alleanza, ha continuato “a diversificare il suo arsenale nucleare, anche dispiegando una serie di sistemi missilistici a corto e medio raggio destinati a minacciare la Nato. La Russia ha ricapitalizzato circa l’80% delle sue forze nucleari strategiche e sta espandendo le sue capacità nucleari perseguendo armi nuove e destabilizzanti e una vasta gamma di sistemi a doppia capacità. Mosca continua a usare una retorica nucleare aggressiva e irresponsabile” anche con “la diversificazione e l’espansione dei sistemi di armi nucleari globali, compreso l’aumento qualitativo e quantitativo delle armi nucleari non strategiche”.

La minaccia missilistica convenzionale e atomica russa resta prioritaria, anche per via della fine del Trattato Inf sulle forze missilistiche a raggio medio e intermedio, ed infatti viene detto, in due punti distinti, che la Nato riafferma “l’impegno a rispondere in modo misurato, equilibrato, coordinato e tempestivo alla gamma crescente e in evoluzione di missili convenzionali e nucleari russi, che sta aumentando in scala e complessità e che pone rischi significativi alla sicurezza e stabilità in tutta l’area euro-atlantica” e proprio in merito all’Inf, nel secondo punto, si dice che viene posta particolare attenzione “alle sfide che la Russia pone” avendo violato i termini del trattato schierando il missile da crociera 9M729 e “altri missili a corto e medio raggio”.

A tal proposito si afferma un principio importante, che è stato spesso frainteso: la proposta della Russia “per una moratoria sul dispiegamento di missili a medio raggio in Europa è incompatibile con il dispiegamento unilaterale e in corso da parte della Russia di tali sistemi nel continente” pertanto la Nato ritiene “non credibile e non accettabile” questa offerta. Allo stesso tempo, però, gli Alleati rimangono aperti a discussioni e al dialogo sul controllo degli armamenti e sulla trasparenza reciproca, che è venuta a mancare anche grazie alla fine del Trattato Cieli Aperti.

C’è stato spazio anche per l’Ucraina, e la Nato ha ribadito che condanna fermamente e non riconosce l’annessione russa della Crimea chiedendo alla Russia di invertire il suo processo rafforzamento militare e di smettere di limitare la navigazione in alcune parti del Mar Nero oltre che smettere di ostacolare l’accesso al Mar d’Azov e ai porti ucraini. Riferimenti alla Russia anche per quanto riguarda la difesa antimissile quando si dice che la Bmd (Ballistic Missile Defense) della Nato non è diretta contro Mosca e non comprometterà la sua capacità di deterrenza strategica.

Insomma, sembra proprio che non sia cambiato granché dal vertice dei ministri degli Esteri dello scorso marzo, dove il segretario generale della Nato, al termine del summit, aveva riferito che la Russia restava l’avversario principale perché “si rafforza militarmente dal Baltico al Mar Nero dal Mediterraneo all’Artico, ed è presente in Medio Oriente e Nord Africa” aggiungendo che “abbiamo visto un modello di comportamento aggressivo, inclusi tentativi e uccisioni mirate di oppositori”.