Il gruppo di contatto per il sostegno all’Ucraina si è ritrovato in Germania a Ramstein, nella base statunitense diventata nuova “capitale” dell’Occidente e ha tracciato un ulteriore solco sia nell’avanzamento dell’appoggio militare e politico a Kiev che nel dibattito tutto interno al fronte euroatlantico sull’avvicinamento del Paese invaso alla Nato.
Preannunciata dalla prima visita a Kiev di Jens Stoltenberg, segretario generale della Nato, nell’Ucraina in guerra e dalle parole dure con cui l’ex premier norvegese ha condannato la Russia e definita inevitabile la marcia d’avvicinamento dell’ex repubblica sovietica alla Nato la seduta di Ramstein non ha portato svolte decisive, ma lasciato sicuramente spunti interessanti.
La Finlandia e gli altri che spingono sulle armi
La principale novità è sicuramente il debutto formale della Finlandia al gruppo di contatto di 54 Paesi (30 Nato, 23 non Nato e l’Unione europea) che ha fornito armi all’Ucraina come membro a pieno titolo dell’Alleanza Atlantica.
Il governo uscente di Sanna Marin ha annunciato un progetto di sostegno all’Ucraina dal valore di 78 milioni di euro che contribuiranno al piano europeo per l’addestramento dei militari ucraini destinati ad essere addestrati nella missione europea Eumam.
Si è aggiunta alla lista anche la Spagna, che ha ampliato l’appoggio al Paese invaso. Il ministro della Difesa spagnolo, Margarita Robles, ha dichiarato che Madrid invierà armi antiaeree all’Ucraina. Il Canada ha invece promesso 28 milioni di euro in aiuti per munizioni, equipaggiamento di difesa e apparecchiature radio per i Leopard-2 forniti alle forze corazzate di Kiev.
Si tratta più di riprese al rialzo delle consegne di armi di chi ne aveva fornite meno che di svolte mirabolanti. Ormai il flusso di armi è costante e poco amplificabile da parte delle potenze più coinvolte. Al contempo, il resto dell’Occidente ha o teso gli sforzi al massimo o posto problemi di sostenibilità industriale.
L’Ucraina è unita, l’Europa tergiversa
Il Guardian ricorda che i Paesi Ue “stanno mercanteggiando su come mantenere la promessa di fornire munizioni all’Ucraina, in seguito alle critiche di Kiev secondo cui i ritardi stavano costando vite umane”. Prima fra tutte “la Francia, sostenuta da Grecia e Cipro, sta premendo per garantire che il piano comunitario per l’acquisto di un miliardo di euro di munizioni per l’Ucraina” attraverso l’European Peace Facility “sia realizzato attraverso una catena di approvvigionamento completamente europeo”.
Il dato fondamentale è quello politico. C’è un fronte crescente che vede con favore il futuro ingresso di Kiev nella Nato. La visita a Ramstein di Oleksij Reznikov, ministro della Difesa già in passato a un passo dal siluramento ad opera di Volodymyr Zelensky, e del fedelissimo del presidente, il capo di Stato Maggiore Valery Zaluzhny, mostra che c’è consenso nel potere ucraino per mostrare una posizione di concordia di fronte all’Occidente.
Pistorius frena su Kiev nella Nato, Orban fa muro
Su questo fronte si sta consumando uno scontro latente tra chi chiede l’accelerazione del processo di integrazione atlantica dell’Ucraina dopo la fine della guerra e chi, invece, tergiversa. Il ministro della Difesa tedesco, Boris Pistorius, ad esempio, ha detto che non c’è un tempismo certo per l’ingresso di Kiev. Mentre, invece, si è distanziato nettamente colui che appare il vero “frondista” dell’Occidente: Viktor Orban.
Il Primo ministro ungherese ha sardonicamente twittato in inglese “What?” (“Cosa?”) nel commentare le parole di Stoltenberg che sottolineava come ogni membro della Nato avesse approfonditamente sostenuto la necessità di vedere Kiev nell’Alleanza.
Il leader magiaro, semplicemente, non ne vuole sapere. Gioca su più fronti, escludendo quello militare, nel dibattito tra Europa, Usa e campo occidentale da un lato e Russia dall’altro. Rilancia sul tavolo Nato come su quello europeo. Rimanda alle Calende Greche ogni decisione definitiva. Come del resto fa il sodale Recep Tayyip Erdogan sull’adesione ben più cogente della Svezia. Una tecnica criticata da molti leader. Ma che assolve da compiere passi più lunghi molti Paesi, soprattutto europei. Che oltre i proclami non vogliono prendere decisioni irrevocabili o precipitose nell’accelerare il sostegno anti-russo fino a mandare massicciamente caccia, carri di ultima generazione e strumenti bellici potenzialmente game-changer.