L’Italia ripensa alle capacità terresti delle sue Forze Armate e convalida l’intenzione di acquisire una partita di 132 carri armati Leopard 2 per equipaggiare due reggimenti di cavalleria meccanizzata. Senza trascurare la necessità di aggiornare, al contempo, le capacità difensive delle truppe schierate attraverso l’acquisizione delle piattaforme lanciarazzi multipli su ruota M142 Himars. Promettendo di dotare l’Esercito (EI) di ulteriori risorse fondamentali in un momento tanto critico quanto delicato degli “equilibri” di forza e deterrenza che angustiano il cuore del Vecchio continente.
Come ricorda in un precedente articolo Andrea Muratore, questa commessa sarà collegata all’acquisizione di 140 piattaforme terrestri, su base Leopard assegnate brigate pesanti, reparti logistici e del genio. Stiamo parlando di piattaforme di nuova generazione nelle versioni addette al recupero e al soccorso dei tank, e di unità “gettaponte” e pioniere. Tutti mezzi essenziali per un dispiegamento efficiente e completo delle unità corazzate sul campo. In sostituzione dell’attuale flotta di Main Battle Tank costituita da carri Ariete C1, C2, Leopard 1 e derivati.
Il programma di “Rinnovamento della componente corazzata dello strumento militare terrestre”, è dunque parte della dimostrazione di quella che può a tutti gli effetti essere considerata una presa di coscienza dell’importanza – mai estinta – della componente terrestre di una potenza internazionale. A maggior ragione in questi tempi di incertezze che hanno assistito a due operazioni terrestri in piena regola, e hanno riscoperto il timore di un conflitto convenzionale tra la Nato e la Federazione Russa lungo il fronte orientale dove un tempo si era eretta una cortina di ferro ideale divisa da uno schieramento permanente di battaglioni di carri armati e missili strategici. (E vedeva l’Italia pronta allo schieramento di una forza di 250mila uomini suddivisi in 3 corpi d’armata nel culmine della Guerra Fredda, ndr).
La riaffermazione del Potere militare terrestre
In un momento in cui il potere militare terrestre sembra essersi “riaffermato”, la Commissione Difesa della Camera dei Deputati ha approvato il piano da oltre 8,2 miliardi di euro per l’EI, ma dagli ambianti militari – che hanno come di consueto accolto calorosamente gli sforzi dello Stato – sembra perviene subito una perplessità, e pare fondarsi sulla somma degli 8 miliardi di euro stanziati a fronte di 20 miliardi necessari per ottenere quanto realmente richiesto: ossia un pacchetto che comprende tank, unità di supporto, logistica, munizioni, e 21 piattaforme lanciarazzi Himars di produzione statunitense attualmente impiegate con successo dall’esercito ucraino nel conflitto con la Russia.
Qualcuno direbbe che è questione “di tempo” oltre che di “denaro”. Perché anche se nel futuro i bilanci consentiranno approvazione e l’erogazione dei fondi per raggiungere l’obiettivo nel suo complesso, nel frattempo permarrà l’incognita del tempo: quasi a suggerire la preoccupazione che potrebbe anche accadere qualcosa prima che le risorse vengano acquisite. I tempi citati contemplano i prossimi 10 anni.
È un’ipotesi remota, potremmo dire e auspichiamo pensare. Ma allo stesso tempo concreta, nel quadro generale che guarda da un lato agli Stati Uniti che si avvicinano alle elezioni presidenziali e non escludono un ritorno di Donald Trump, fermo sostenitore dell’imposizione del 2% del Pil come investimento obbligato nel compartimento difesa di ogni membro nell’Alleanza Atlantica che fonda se proprie certezze sulla superpotenza statunitense, noto lanciatore di invettive che non escludevano “l’uscita degli Usa della Nato”; e dall’altro l’ombra di una minaccia allo status-quo dell’Europa, dove le asserzioni del capo di stato della principale potenza militare dell’Unione – sì, stiamo parlando della Francia e di Emmanuel Macron – hanno proprio recentemente trovato la risposta della Russia – pervenuta attraverso il caustico Dmitry Peskov – e sembrano sempre “danzare” sul filo della provocazione. A un passo dall’escalation dove non si dimentica mai di citare quella capacità nucleare che potrebbe trovare applicazione oltre il concetto di deterrenza.
Tempo, prospettive, armamenti
Attualmente l’Europa e le potenze militari che compongono il blocco continentale dell’Alleanza Atlantica condividono una fase in cui potremmo considerarle “sotto pressione“; dal momento che sarebbe eccessivo considerarle “sotto minaccia”. In fasi come queste è corretto ricordare come armi e diplomazia diventino essenzialmente complementari per mantenere, e non dover stabilire o ristabilire con la forza, lo status-quo che potrebbe mutare irreversibilmente in assenza di quella “proiezione di potenza” e in seguito alla dimostrazione di debolezza o inconsistenza dei sistemi di difesa a tutti i livelli.
Una componente terrestre aggiornata e adeguata allo status di potenza continentale come l’Italia è ed è sempre stata, è dunque auspicabile. Non per andare alla guerra, s’intenda, ma proprio per continuare a scongiurarla in sintonia con gli Alleati che sembrano parimenti decisi a “riarmarsi” per garantire la sicurezza del continente.

