La Germania sa bene che ogni promessa è debito, e visto che Friedrich Merz ha preso l’ambizioso impegno di fare di Berlino la prima potenza militare convenzionale in Europa entro il 2030, sarà proprio a debito che la altalenante locomotiva d’Europa intende finanziare i propri progetti di ripartenza. Il progetto di budget per il 2026, oltre a prevedere una riforma del sistema fiscale e una rimodulazione del settore pensionistico, intende innalzare da 98 a ben 203 miliardi di euro la quantità di denaro che la Germania prenderà in prestito, un record storico se si esclude l’anno della risposta alla pandemia, il 2021, in cui complici l’uso di fondi speciali e pacchetti europei si arrivò a 215 miliardi.
Una quota, questa, che è più del quadruplo del 2024, ultimo anno interamente coperto dal governo di Olaf Scholz, e mostra le ambizioni del governo a guida dell’Unione Cristiano-Democratica (Cdu) e dell’ex top manager di BlackRock divenuto cancelliere, avente al centro del suo programma il rilancio strategico ed economico del Paese. Global Banking and Finance ricorda che i due punti in cui l’extra-indebitamento rispetto alle previsioni iniziali di meno di 119 miliardi da bilancio ordinario sarà maggiormente speso includeranno proprio investimenti in difesa e infrastrutture.
Il budget militare di Berlino era di 82 miliardi di euro nel 2026: salirà a 109 miliardi di euro nel 2027, escludendo un piano di spese per l’appoggio all’Ucraina che si prevede possano toccare quota 12 miliardi di euro di aiuti diretti e indiretti, compresi i programmi di co-produzione. La spesa infrastrutturale, riporta il portale di settore, salirà da 79 a 117,5 miliardi di euro. Si nota immediatamente dove la Bundesrepublik andrà a spendere le sue risorse, in un contesto che mira a ottimizzare la possibilità di usufruire dello scorporo dal deficit di parte delle spese in Difesa previsto dai trattati europei da un lato e a dare una spinta all’economia frenata dalla crisi dell’industria tradizionale dall’altro.
La militarizzazione dell’economia
Lo scenario parla di una Germania che vuole farsi motore securitario e attore pivotale per lo sviluppo del Vecchio Continente sul piano strategico, aprendo la strada a far sì che dalla difesa comune alla mobilità militare le emergenze di oggi diventino la sfida per il potenziamento economico-industriale di domani. Calcolo complesso ma anche scommessa a tutto campo per il cammino politico e strategico del Paese.
Il dato problematico, nota il Financial Times, sta nella possibile estemporaneità dell’iniziativa: “Sebbene il pacchetto di stimolo abbia contribuito ad attenuare l’impatto dell’aumento dei dazi commerciali statunitensi”, il Ft riporta che “non è ancora riuscito a rilanciare la più grande economia europea”, la cui problematica di competitività emerge principalmente dal gap di prospettive verso la concorrenza cinese e dalla stagnazione del mercato interno. Gli interventi di sviluppo infrastrutturali sono spese dall’alto moltiplicatore ma non necessariamente trasformative nel medio periodo, e se la Germania produrrà meno treni e meno auto da far viaggiare su ferrovie e autostrade, semplificando, il nodo resterà lo stesso.
Così come il riarmo, lo abbiamo spiegato, ha delle implicazioni industriali ben diverse da quelle dei programmi industriali tradizionali e impone, molto spesso delle spese one-shot e a carico dei fondi pubblici. Oltre, ovviamente, alle implicazioni politiche legate alla militarizzazione dell’economia. Un sentiero da cui non è detto che Merz sia disposto a derogare sul breve periodo.