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Difesa

5% del Pil in spese militari: Estonia e Lituania lo mettono nero su bianco

La decisione di Lituania ed Estonia di aumentare la spesa per la difesa al 5% del PIL segna un momento storico e al tempo stesso preoccupante nella politica europea. Questo impegno, che raddoppia o quasi i livelli attuali, non rappresenta...

La decisione di Lituania ed Estonia di aumentare la spesa per la difesa al 5% del PIL segna un momento storico e al tempo stesso preoccupante nella politica europea. Questo impegno, che raddoppia o quasi i livelli attuali, non rappresenta solo una risposta alle richieste di Donald Trump o alla percezione di una minaccia russa, ma un tassello di un mosaico più ampio: il progressivo consolidarsi di un nuovo militarismo nel continente.

Kestutis Budrys, ministro degli Esteri lituano, ha parlato apertamente di una “nuova era” per l’Europa, dove la priorità diventa la costruzione di capacità militari concrete. Parole che sottolineano non solo la pressione geopolitica a cui sono sottoposti i Paesi baltici, ma anche una visione che sempre più abbraccia la militarizzazione come unica via per garantire sicurezza e stabilità. La Lituania, confinante con la Russia e da sempre in prima linea nell’equilibrio di potere regionale, intende destinare tra il 5% e il 6% del PIL alla difesa fino al 2030. Una scelta che il governo descrive come “necessaria”, ma che implica conseguenze pesanti sul piano sociale ed economico.

Non è da meno l’Estonia, il cui primo ministro Kristen Michal ha annunciato un impegno analogo, portando la spesa per la difesa dal già considerevole 3,7% al 5%. Percentuali che superano di gran lunga quelle degli Stati Uniti (3,3%), tradizionalmente il principale sostenitore della NATO e promotore di un rafforzamento delle capacità militari europee. Anche la Polonia e la Romania si sono mosse nella stessa direzione, dimostrando come il blocco orientale dell’Alleanza Atlantica stia assumendo un ruolo sempre più determinante nel ridefinire la postura militare dell’Europa.

Dietro questa corsa al riarmo c’è però un quadro più complesso e meno rassicurante. L’Europa, da decenni simbolo di diplomazia e cooperazione, sta ora imboccando una strada che rischia di legittimare una crescita esponenziale della spesa militare come nuovo paradigma politico. Il commissario europeo alla Difesa, Andrius Kubilius, ha spinto oltre, prospettando la necessità di raggiungere una spesa del 6% del PIL. Il suo discorso, che richiama un possibile attacco russo entro i prossimi cinque anni, lascia poco spazio al dialogo e molto all’idea di una militarizzazione preventiva, quasi inevitabile.

Certo, il conflitto in Ucraina ha messo in evidenza le vulnerabilità dell’Europa e la necessità di rafforzare le proprie capacità difensive. Tuttavia, non si può ignorare come questa strategia rischi di alimentare un circolo vizioso: l’aumento delle spese militari da una parte e la progressiva marginalizzazione di politiche orientate alla costruzione di ponti diplomatici dall’altra. La Russia di Vladimir Putin viene presentata come una minaccia esistenziale, ma ci si interroga se una corsa al riarmo su larga scala sia davvero la risposta giusta o se, al contrario, non finisca per consolidare un clima di insicurezza cronica.

La NATO, dal canto suo, sembra pronta a rafforzare ulteriormente i suoi obiettivi di spesa, portandoli al 3-3,5% del PIL, un aumento significativo rispetto al 2% attuale. Ma è la pressione degli Stati Uniti, incarnata nelle richieste di Trump, a fare da catalizzatore per i Paesi membri. Dei 32 membri dell’Alleanza, 23 hanno raggiunto l’obiettivo del 2% nel 2024, ma alcune nazioni, tra cui Spagna, Italia e Belgio, rimangono al di sotto dell’1,5%. Questa disparità non solo evidenzia divisioni all’interno dell’Alleanza, ma riflette anche un’Europa che si muove a velocità diverse verso una militarizzazione sempre più marcata.

Le conseguenze di queste scelte non si limiteranno al piano strategico. In Paesi come Lituania ed Estonia, dove i bilanci nazionali sono già sottoposti a tensioni significative, destinare una porzione così ampia del PIL alla difesa rischia di sacrificare investimenti in settori cruciali come l’istruzione, la sanità e il welfare. Un equilibrio precario, che potrebbe accentuare le disuguaglianze sociali e alimentare malcontento interno.

La domanda fondamentale rimane: l’Europa sta davvero scegliendo la strada giusta? O il crescente militarismo finirà per legarla a una logica di scontro perpetuo, allontanandola sempre più dai principi che l’hanno definita per decenni? L’impegno di Lituania, Estonia e altri Paesi potrebbe essere solo l’inizio di una trasformazione radicale della politica europea, ma le ombre che si profilano all’orizzonte non possono essere ignorate.

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