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Difesa

100 miliardi per gli arsenali, 43 di profitti: i conti della corsa al nucleare

Dagli Stati Uniti alla Cina, la corsa al nucleare non si ferma: 100 miliardi spesi in arsenali nel 2024, mentre cresce la minaccia di un conflitto atomico.

3.169 dollari al secondo: è questa l’incredibile cifra che i nove Stati dotati di armi nucleari hanno destinato a queste ultime nel 2024. I membri del “club atomico” — ovvero Russia, Francia, India, Stati Uniti, Regno Unito, Israele, Cina, Pakistan e Corea del Nord — hanno speso per i propri arsenali 9,9 miliardi di dollari in più — pari al +11% — rispetto all’anno precedente, portando il totale a 100,2 miliardi di dollari. È quanto rivela il rapporto di ICAN (Campagna internazionale per l’abolizione delle armi nucleari) intitolato Hidden Costs: Nuclear Weapons Spending in 2024.

Armi nucleari, la spesa globale tocca nuovi record

Nel documento si legge che, nei cinque anni compresi tra il 2020 e il 2024, questi Paesi hanno speso complessivamente 415,9 miliardi di dollari per i propri arsenali nucleari. Numeri che fanno impressione in un frangente storico in cui l’escalation del conflitto tra Israele e Stati Uniti da un lato e Iran dall’altro accresce i timori di un possibile uso di armi nucleari, mentre il presidente russo Vladimir Putin continua a lanciare velate minacce sull’eventuale utilizzo dei suoi arsenali in Ucraina.

I dati del report ICAN comprovano, inoltre, la generale tendenza verso un rinnovato militarismo, come testimonia l’aumento storico della spesa militare globale che —  secondo l’analisi del SIPRI (Stockholm International Peace Research Institute) — nel 2024 ha toccato la cifra record di 2.718 miliardi di dollari. A confermare la spirale bellicista, ci sono anche le recenti rivelazioni del Washington Post , secondo cui Donald Trump ha richiesto ufficialmente, per il prossimo anno fiscale, uno stanziamento di 1.500 miliardi di dollari da destinare al Pentagono, una cifra che rappresenterebbe il più grande bilancio per la difesa nella storia degli Stati Uniti. 

Questi ultimi, che dispongono di 5.277 armi nucleari, la cui potenza esplosiva è stimata come equivalente a 59.644 bombe di Hiroshima, si piazzano in cima al podio per l’incremento più consistente nella spesa nucleare. Washington ha infatti registrato un aumento pari a 5,3 miliardi di dollari, per un totale — 56,8 miliardi — che supera quello di tutti gli altri Stati nucleari messi insieme. Si tratta di una cifra con cui si sarebbero potute salvare le vite di 365 milioni di persone in grave stato di insicurezza alimentare nel 2024. La Cina si è confermata al secondo posto con 12,5 miliardi totali, seguita dal Regno Unito con 10,4 miliardi.

Miliardi di profitti dalla corsa al nucleare

Chi trae profitti da questa corsa agli armamenti nucleari? A fronte di milioni di persone che sarebbero colpite da qualsiasi uso accidentale o intenzionale di armi atomiche, c’è uno sparuto gruppo di aziende private — almeno ventidue — che hanno guadagnato 43,5 miliardi di dollari nel corso dell’anno indicato e che detengono almeno 463 miliardi in contratti in essere. Nel 2024 sono stati assegnati nuovi contratti del valore di circa 20 miliardi di dollari.

Al vertice della classifica pubblicata nel report — e che enumera gli attori impegnati nello sviluppo e nella manutenzione degli arsenali nucleari mondiali — si trova Honeywell International con 6,94 miliardi di dollari di ricavi nucleari, pari al 18% del suo fatturato totale. A seguire con 5,34 miliardi BWX Technologies, società per la quale il nucleare rappresenta ben il 20% dei ricavi complessivi, a conferma di un modello di business largamente costruito attorno alla produzione di distruzione di massa.

Il caso più estremo è probabilmente quello di Amentum: con 5,31 miliardi di ricavi nucleari, il settore pesa sul suo fatturato per il 63%. Un’azienda che dipende dalle armi nucleari per quasi due terzi del proprio giro d’affari.

Seguono nella graduatoria per volume assoluto Fluor (3,4 miliardi), Lockheed Martin (3,64 miliardi) e Northrop Grumman (3,2 miliardi).

Nel novero delle aziende europee spicca Leonardo, unica italiana presente in tabella, con 144 milioni di dollari — l’1% del fatturato totale — guadagnati principalmente attraverso la partecipazione a MBDA, il consorzio che produce i missili da crociera a capacità nucleare per la Francia. Una voce apparentemente marginale in termini percentuali, ma che inserisce a pieno titolo il colosso della difesa italiano nell’industria nucleare globale.

Queste aziende peraltro non lesinano in attività di lobbying. Il rapporto ICAN rivela che nel 2024 hanno speso oltre 128 milioni di dollari per finanziare i propri lobbisti in Francia e negli Stati Uniti, mentre il loro esercito di rappresentanti ha ottenuto 196 incontri con alti funzionari britannici, di cui 18 direttamente con l’ufficio del Primo Ministro.

Sono poi centinaia le istituzioni finanziarie che intrattengono rapporti significativi con i produttori di armi nucleari e che traggono profitti dalle loro partecipazioni azionarie in questi ultimi, come avevamo già raccontato su InsideOver.

Il report restituisce un barlume di speranza sottolineando come, a fronte di nove Paesi che destinano alle armi nucleari centinaia di miliardi di dollari e che «continuano ad agitare la sciabola nucleare come strumento di coercizione», come ha dichiarato il Segretario Generale dell’ONU António Guterres, 98 Paesi nel mondo hanno firmato, ratificato o aderito al Trattato sulla Proibizione delle Armi Nucleari (TPAN), che vieta tutte le attività legate alle armi nucleari e impegna i firmatari a lavorare per la loro eliminazione. È quello che auspica lo stesso Guterres il quale ha ricordato che «l’opzione nucleare non è affatto un’opzione. È una strada a senso unico verso l’annientamento. Dobbiamo evitare questo vicolo cieco a tutti i costi». 

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