Tra i sette indizi che nel 2015 hanno portato la Corte di Cassazione a condannare Alberto Stasi per l’omicidio della sua fidanzata Chiara Poggi, avvenuto a Garlasco il 13 agosto del 2007, c’è quello secondo cui il biondino dagli occhi di ghiaccio avrebbe reso un racconto incongruo, illogico e falso riguardo il ritrovamento del corpo senza vita della ragazza. Questo indizio si basa su due elementi: sulle scarpe che indossava al momento del ritrovamento e sui tappetini della sua automobile con cui, una volta fatta la macabra scoperta, si reca dai carabinieri della stazione locale non ci sono tracce di sangue. Un altro elemento a supporto di ciò, il fatto che non abbia soccorso la fidanzata e il tono di voce utilizzato durante la telefonata al 118, un tono considerato freddo e distaccato. Peccato che nessuno di questi elementi regga di fronte a un’analisi approfondita e libera da pregiudizi.
Il sangue sulle scarpe
Partiamo dal sangue sulle scarpe. L’accusa – e i media allineati – hanno battuto sul tamburo quello che è diventato un mantra in questo caso: se davvero Alberto fosse entrato nella villetta di via Pascoli alle 13.50 e avesse scoperto il cadavere di Chiara, non avrebbe potuto evitare le chiazze di sangue disseminate lungo il percorso che ha poi detto di aver fatto agli inquirenti. Il fatto che quindi sotto le sue suole non vi sia traccia di materiale ematico, sta a significare che se è in grado di descrivere così bene la scena del crimine è perché il suo è il racconto dell’aggressore, non dello scopritore.
Peccato che leggendo gli atti – e nello specifico le perizie prodotte nel corso del processo di primo grado e di Appello Bis – si trovi una spiegazione in grado di far crollare anche questo indizio in tutta la sua inconsistenza. Cosa si legge in queste perizie? Intanto, che il sangue che imbrattava il pavimento sulla scena del crimine alle 13.50, orario in cui Alberto entra in casa e scopre il corpo della fidanzata, era secco. Sempre in perizia si legge che calpestando del sangue secco, non si lasciano impronte a terra ma che, in rari casi, qualche goccia secca può subire l’asportazione della corona, cioè del bordo. E in effetti, le foto in atti evidenziano delle gocce di sangue con la corona asportata proprio in corrispondenza del percorso fatto da Stasi.
I 29 passi
Nelle perizie si legge anche che la “polvere” di sangue secco eventualmente pestata con le scarpe si disperde con tempi e modalità definite “imponderabili”, soprattutto se la suola delle scarpe viene a contatto con il cemento, con l’erba bagnata o con uno zerbino. Ebbene, le scarpe di Alberto Stasi, di marca Lacoste, con suola a lisca, furono sequestrate dopo 19 ore di utilizzo continuo. E come spiega la perizia del 2009 effettuata da tre periti del giudice (badate bene: non delle difesa), dopo appena 29 passi le tracce ematiche sotto le suole si perdono, sia se è stato calpestato sangue fresco, sia, a maggior ragione, se è stato calpestato sangue coagulato o parzialmente secco.
Il fatto che nemmeno sul tappetino della macchina di Stasi sia presente sangue è dunque spiegabile con due ragioni: o il sangue presente sotto le suole era già andato disperso, oppure il sangue sui tappetini c’era, ma essendo stata la macchina sequestrata dopo una settimana dal delitto, è andato anche in questo caso disperso.
Le impronte non ci sono o non si vedono?
Nonostante questo, l’accusa – intesa come un fronte ampio e congiunto, anche al di fuori dalle aule di tribunale – ha posto un problema: sulla scena del delitto, non sono presenti nemmeno le tracce latenti delle scarpe di Alberto, quelle che cioè dovrebbero essere rilevate dagli strumenti in dotazione al RIS o alla polizia scientifica. Ma la domanda corretta da porsi sarebbe: non sono presenti o non si vedono? Cerchiamo di chiarire anche questo aspetto.
Le impronte latenti delle scarpe di Stasi vengono cercate dal RIS del carabinieri il 5 settembre 2007, ben 24 giorni dopo l’omicidio e dopo ben 12 sopralluoghi effettuati dagli investigatori. A quel punto, come dimostrano le foto messe al confronto (quelle del 13 agosto e quelle del 5 settembre), non solo non si vedono più le impronte delle scarpe Lacoste di Alberto, ma non si vedono più nemmeno le impronte delle scarpe dei primi carabinieri intervenuti sulla scena del crimine. Evidenza poi ancora più macroscopica, non si vedono più le impronte dell’assassino. Sì, perché l’assassino delle impronte le ha lasciate e si possono vedere nelle foto scattate il 13 agosto: sono impronte di scarpe con suola a pallini, che saranno poi identificate come di marca Frau, numero 42.
In particolare, una di queste impronte è ben visibile sulla soglia delle scale dalle quali è stato gettato il corpo di Chiara. Ebbene, quell’impronta nelle foto del 5 settembre è letteralmente scomparsa, così come è scomparso il sangue. Appare dunque evidente che sostenere che non vi siano le impronte delle scarpe di Stasi in casa Poggi, avvalorando così la teoria della sua falsa testimonianza, è un atto di mala fede, perpetrato nel corso degli anni da fior fiore di giornalisti. Raccontare le cose come veramente andrebbero raccontate, dopotutto, è inutilmente noioso. Meglio stuzzicare i telespettatori alimentando la loro convinzione colpevolista.
Un percorso coerente e un racconto granitico
Comunque la si pensi, nel corso di tutte le fasi di questa vicenda – dal primo interrogatorio nella caserma dei carabinieri di Garlasco, fino alle aule di tribunale – Alberto Stasi non ha mai cambiato versione riguardo il ritrovamento del corpo della sua fidanzata. Anche quando il suo alibi sembrava non reggere, non ha mai ritrattato, è sempre stato fermo nel raccontare l’incubo vissuto quella maledetta mattina d’estate. Ma se questo non può essere considerato un indizio a sostegno della sua innocenza, è comunque utile cercare di analizzarlo.
Intanto a conferma del suo racconto, il cellulare di Stasi aggancia la cella di casa Poggi proprio alle 13.50, quando con la sua macchina arriva di fronte al cancello. A questo punto, dopo aver citofonato invano e aver tentato nuovamente di chiamare Chiara sia al cellulare, sia al fisso, Alberto racconta di aver scavalcato il muretto di cinta nell’unico punto in cui era effettivamente agevole farlo. A questo punto, il percorso che dice di aver fatto, non solo è il più logico da un punto di vista neuropsicologico [come cristallizzato in una perizia], ma non corrisponde al percorso fatto dall’aggressore, che possiamo ricostruire grazie alle impronte delle scarpe a pallini.
L’aspetto però più importante che avvalora la genuinità del racconto di Stasi è quando sostiene di aver visto il corpo di Chiara, descrivendone la posizione in sede di primo interrogatorio. Per farlo, deve aver sceso almeno uno, se non due gradini della scala che porta alla cantina di casa Poggi, in quanto dalla soglia era impossibile vederlo. Bene. Dalle foto scattate il 13 agosto dal RIS, le impronte delle suole a pallini si fermano sulla soglia. Nessuna traccia sui gradini. Questo significa che chi indossava quelle scarpe, ovvero l’assassino, non è sceso per vedere fin dove fosse scivolato il corpo di Chiara.
L’unica conclusione possibile è quella di affermare una volta per tutte che l’indizio a carico della colpevolezza di Stasi, che lo vuole un bugiardo, è drammaticamente inconsistente. Ancora più drammatico il fatto che le evidenze che riescono a demolirlo con tanta semplicità non siano mai entrate nella narrazione ufficiale di questo caso.
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