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Cronaca nera

Delitto di Garlasco – sette indizi per incastrare Stasi

Sono sette gli indizi fondamentali che hanno portato alla condanna di Stasi. Vediamo quanto reggono a un esame critico.

Quello per il delitto di Garlasco è stato un processo indiziario. Questo perché l’omicidio di Chiara Poggi manca di un movente e di un’arma del delitto. Ecco allora che per accusare – e poi condannare – Alberto Stasi, l’unico indiziato e poi imputato per l’omicidio, ci si è dovuti affidare agli indizi.

Sul processo indiziario il dibattito è sempre stato acceso e controverso e non è questo il momento di addentrarci in analisi giuridiche che non ci competono. Sarà tuttavia inevitabile maturare un giudizio fortemente critico dopo aver analizzato la validità degli indizi che hanno incastrato il biondino dagli occhi di ghiaccio. Ma andiamo per gradi e ripercorriamo velocemente le fasi processuali che hanno visto protagonista quello che per la giustizia – e per la stragrande maggioranza dei media italiani – è l’assassino di Chiara Poggi.

Gossip nero

Come accennato, Alberto Stasi è sin da subito il principale sospettato per l’omicidio della propria fidanzata, avvenuto il 13 agosto 2007 a Garlasco, in provincia di Pavia. Capire se a puntare i riflettori su di lui siano stati prima gli inquirenti o i giornalisti è difficile. A distanza di tanti anni, scorrendo le cronache dell’epoca, recuperando i filmati di vecchi telegiornali o trasmissioni d’intrattenimento, lo sbilanciamento in chiave colpevolista è impressionante. Da subito, il delitto di Garlasco diventa oggetto di gossip nero, dove più il dettaglio è pruriginoso, più lo share ne risente positivamente e i lettori aumentano.

Alberto Stasi subisce la gogna mediatica ben prima di quella processuale e stabilire se questo abbia in qualche modo interferito con le indagini non è certo possibile, ma certamente è una domanda inquietante.

Un processo schizofrenico

Stasi viene arrestato su ordine della procura di Vigevano il 24 agosto del 2007, undici giorni dopo l’omicidio, ma viene scarcerato dopo quattro giorni per insufficienza di prove. Già questo è il primo segnale che qualcosa non va: gli investigatori sono nervosi, un caso del genere, in piena estate, non ci voleva. Frotte di giornalisti sono piombati a Garlasco, l’opinione pubblica, colpita allo stomaco dalla violenta morte di una ragazza dal volto pulito, reclama un colpevole.

Per Alberto, che ha incassato insulti dalla folla, cui è stato gridato “assassino“, che nei programmi televisivi viene già indicato come l’unico possibile autore dell’omicidio, viene rinviato a giudizio, ma – nonostante i pronostici di criminologi da salotto e opinionisti di razza – il 17 dicembre 2009 viene assolto.

La notizia viene accolta con delusione da quanti speravano in un esito diverso. Stessa reazione il 6 dicembre del 2011, quando Stasi incassa una seconda assoluzione in appello. A rileggere le cronache dell’epoca, sembra quasi che non potesse esserci altra soluzione se non quella di vedere Alberto Stasi in gabbia. Così come le indagini degli inquirenti, anche l’interesse dei giornalisti si è mosso in senso unico.

Poi, il 13 aprile 2013, il colpo di scena: la Corte di Cassazione del tribunale di Milano annulla la sentenza di appello e rinvia ad un nuovo appello. Il 17 dicembre 2014, dopo il nuovo processo d’appello, Stasi viene condannato dalla Corte d’Assise d’Appello a 24 anni di carcere, ridotti a 16 per la scelta del rito abbreviato. L’epilogo arriva il 12 dicembre 2015, quando la Corte di Cassazione conferma la condanna e Alberto Stasi si presenta spontaneamente in carcere a Bollate, questo nonostante la Procura generale avesse chiesto l’annullamento della sentenza.

Sette indizi per un delitto

A determinare la condanna di Alberto Stasi sono stati sette indizi, ritenuti dalla Corte gravi, precisi e concordanti. Questo significa che, in mancanza di un movente e di un’arma del delitto, il quadro composto da questi indizi è talmente forte, talmente inattaccabile che non serve altro per determinare la colpevolezza di una persona. In questo caso, tuttavia, a seguito della lettura degli atti processuali e grazie a dati oggettivi raccolti durante le indagini, è possibile affermare – e dimostrare – che nessuno di questi indizi è preciso, grave e concordante. Il castello costruito dall’accusa ha delle fondamenta di burro. Esistono molteplici fatti che spiegano in modo alternativo e semplice ognuno degli indizi per cui Stasi è stato condannato. Lo dimostreremo, ma adesso è utile elencare questi elementi; per farlo, riporteremo gli stralci della sentenza del 17 dicembre 2014:

Chiara Poggi Poggi conosceva il suo assassino

“Alberto Stasi era il fidanzato della vittima, in rapporto di confidenza con lei, ne conosceva la casa e le abitudini; in quei giorni i due giovani erano praticamente soli a Garlasco”

Un racconto illogico e falso

“Stasi non ha detto la verità sul ritrovamento del corpo di Chiara, il suo racconto è quello dell’aggressore, non dello scopritore”

Il dispenser del sapone

Sul dispenser del sapone, analizzato dal RIS dei carabinieri, secondo quanto riferito dai media dell’epoca e secondo quanto sostenuto nella sentenza, sono state trovate soltanto due impronte di Stasi, entrambe dell’anulare destro: “Anche la posizione delle due impronte, e la non commistione con DNA della vittima, dimostrano che Stasi maneggiò il dispenser per lavarlo accuratamente, dopo essersi lavato le mani e avere ripulito il lavandino, il che spiega l’assenza di sangue sul dispenser e nel sifone”.

La bicicletta

Stasi non ha mai menzionato, tra le biciclette in suo possesso, una bicicletta nera, come quella vista da diversi testimoni fuori casa Poggi nell’orario in cui sarebbe avvenuto l’omicidio: “Il non avere riferito di avere a disposizione la bicicletta corrispondente alla macro descrizione fattane dalla testimone [Franca Bermani, ndr], evidenzia che Alberto Stasi ne conoscesse l’importanza e la possibilità di collegarla all’omicidio”.

I pedali “scambiati”

Sui pedali della bicicletta di Stasi – la Umberto Dei Milano – il RIS riscontrò una copiosa quantità di DNA di Chiara Poggi, riconducibile a “materiale altamente cellulato”. Inoltre, quei pedali risultarono non originali. Da qui la convinzione che fossero stati cambiati: “I pedali con DNA della vittima, dissonanti rispetto alla bicicletta, erano apposti sull’unico velocipede appartenente alla famiglia Stasi che non poteva venire confuso con quello individuato dai testi oculari davanti a casa Poggi”.

L’alibi che non c’è

“Le attività che Alberto Stasi ha dichiarato di avere svolto la mattina del 13/8 consentono di collocarlo su tale scena in una finestra temporale compatibile con la commissione dell’omicidio”

Le scarpe

L’assassino era un uomo che calzava scarpe n°42: “Alberto Stasi possedeva e indossava anche scarpe taglia 42”.

L’inconsistenza del primo indizio

Questi gli indizi che inchiodano Stasi. Prima di passare, nel corso dei prossimi articoli, ad analizzare – e smontare – quelli più consistenti, affrontiamo il primo, quello più inspiegabile, debole, per certi versi assurdo. Che i sospetti, in prima battuta, cadessero su Alberto era cosa abbastanza ovvia, essendo il fidanzato della vittima. Il fatto che Chiara avesse aperto la porta di casa in pigiama, infatti, suggerì che potesse avere un rapporto di intimità con il suo assassino. Ma arrivare a fortificare un elemento del genere dicendo che quella mattina i due giovani erano “praticamente soli a Garlasco” è un’assurdità bella e buona. Come è stato poi accertato già nel corso delle prime indagini – e come si evince banalmente dalle immagini che riprendono l’esterno della casa dei Poggi presa d’assalto da giornalisti e da residenti accorsi in massa – Garlasco non era una città fantasma. Quella mattina erano parecchie decine le persone che Chiara conosceva e che si trovavano nella cittadina o nelle immediate vicinanze. Parenti, amici, semplici conoscenti. Insomma, un primo indizio che è difficile ritenere grave e preciso. Piuttosto sembra una nota di colore, una suggestione. Eppure fa parte di quell’ingranaggio che, mettendosi in moto, ha portato Stasi ad essere condannato a 16 anni di carcere.

Nel prossimo articolo, cercheremo di capire perché il racconto del ritrovamento del corpo di Chiara reso da Alberto non sia, come è stato fatto passare, né illogico, né falso.

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