Nel corso della nostra inchiesta sul delitto di Garlasco, avvenuto il 13 agosto del 2007 ai danni di Chiara Poggi, abbiamo analizzato gli indizi che hanno portato Alberto Stasi a una condanna a 16 anni per omicidio volontario. Affidandoci alle carte processuali, abbiamo dimostrato come questi indizi siano tutt’altro che “precisi” e “concordanti” come dovrebbero essere. Adesso cerchiamo di capire come sia stato possibile stabilire che l’omicidio sia avvenuto in una fascia oraria molto ben delineata, ovvero tra le 9.12 e le 9.35. Si tratta di 23 minuti in cui, secondo la sentenza di Cassazione, Alberto Stasi avrebbe dovuto fare tutto. Ma tutto cosa?
23 minuti per un massacro
In 23 minuti Stasi avrebbe aggredito la sua fidanzata con un’arma mai ritrovata, colpendola ripetutamente al capo. Un’aggressione in due tempi, come dimostrato dalle tracce di sangue sulla scena del crimine. La prima fase, alla base della scale che conducono al piano superiore di Chiara Poggi, ha determinato la caduta a terra della povera Chiara. A quel punto, Alberto avrebbe trascinato il corpo lungo il corridoio d’ingresso della casa, probabilmente per gettarlo lungo le scale della cantina, dove poi in effetti è stato ritrovato. Peccato che nel frattempo Chiara si sia ripresa. A questo punto scatta la seconda fase dell’aggressione, quella più violenta. L’assassino si accanisce sul cranio della vittima. Colpi furiosi, che sfondano letteralmente il cranio e danneggiano il cervello. Sui muri, a testimonianza di questa violenza, gli schizzi di sangue.
A questo punto, Alberto, che dobbiamo immaginare completamente ricoperto di sangue, avrebbe gettato Chiara giù dalle scale e sarebbe andato in bagno a lavarsi. Dopo essersi lavato (sempre secondo la sentenza di condanna), ha pulito il lavandino e il dispenser del sapone, poi, in qualche modo che non viene spiegato, riesce a pulire il sifone da ogni traccia ematica.
Finito di pulire il bagno, Stasi sarebbe uscito di casa e avrebbe inforcato la bicicletta nera da donna vista da due testimoni. Prima di tornare a casa (tragitto che in bicicletta richiede un tempo di circa 8 minuti), si sarebbe disfatto dell’arma del delitto, delle scarpe con la suola a pallini che hanno lasciato le uniche impronte visibili nel corso dei primi rilievi degli inquirenti; poi, prima di recarsi a casa, sarebbe andato a nascondere la bicicletta al magazzino del padre. Lì, in tutta fretta, avrebbe staccato i pedali della bicicletta, sarebbe poi tornato a casa e avrebbe sostituito quei pedali con quelli della biciletta Umberto Dei. I pedali di quest’ultima bicicletta non sono mai stati trovati, dunque si presume che Stasi li debba aver fatti sparire in quel frangente.
Infine, Stasi rientra in casa sua, sale in camera, si siede alla scrivania e accende il computer, iniziando a guardare immagini pornografiche. Tutto questo sarebbe avvenuto in 23 minuti. 23 minuti per un massacro.
Le prime ipotesi
Ma come si arriva a determinare questa fascia oraria? Anche questa è una storia che merita di essere raccontata. Partiamo da un presupposto: stabilire correttamente l’ora di un delitto – in mancanza di prove certe – non è facile. Le variabili sono tante: l’umidità e la temperatura ambientale, quella corporea della vittima, il suo peso, l’inizio del rigor mortis, la presenza di macchie ipostatiche e una serie di altri elementi che, variando, impongono una conseguente variazione di orario che, come in questo caso, indirizzano l’andamento di un processo.
Nel delitto di Garlasco, le prime operazioni medico-legali vengono esperite dal dottor Ballardini, il medico incaricato dal pubblico ministero, (già intervenuto sulla scena del crimine scattando foto, praticamente insieme ai medici del 118, ndr) a partire dal 13 agosto 2007, poche ore dopo l’assassinio. Da questi esami emerge un primo punto fermo: all’intervento del 118, che giunge sul luogo del delitto alle 14.11, il corpo di Chiara Poggi non presenta né rigor mortis né ipostasi (ristagni di sangue dovuti alla gravità e determinati dalla posizione della vittima). Questo a indicare che l’aggressione (un’azione omicidiaria ritenuta “piuttosto veloce”, ndr) e la morte con buona probabilità non risalivano troppo indietro nel tempo. In sede di prima autopsia, infatti, il medico fissa l’orario presunto della morte tra le 10.30 e le 12. Vale la pena ricordare che Ballardini, fino al 2009, tutte le volte in cui è stato chiamato a fare controdeduzioni alle memorie della difesa (che, con il professor Avato – avvocato di Alberto Stasi – ha sempre collocato l’ora della morte tra le 9 e le 10) ha sempre confermato la sua posizione.
Passano circa due anni. Il 17 marzo 2009, nell’ambito del primo grado di giudizio di fronte al Gup di Vigevano – e prima che Stasi chiedesse il rito abbreviato – per l’imputato le cose si mettono male: il pubblico ministero, dottoressa Muscio, sostiene che Alberto abbia mentito sul suo alibi. A differenza di quanto da lui sostenuto, infatti, il pm dice che dopo le 10.17 del 13 agosto 2007 non ci sono tracce di una sua attività sul suo pc, dove aveva detto di aver passato la mattinata a scrivere la tesi di laurea. Considerando il fatto che in questa fase l’ipotesi ritenuta più solida è che Chiara Poggi sia morta attorno alle 11 di mattina, è facile comprendere la gravità della posizione di Stasi. Per avvalorare la bontà della ricostruzione fatta in sede autoptica dal medico Ballardini, la pm dice testualmente: “La morte di Chiara deve collocarsi alle ore 11 circa e sicuramente non prima delle 10.30, poiché una lettura diversa renderebbe incongruo il risultato di almeno uno dei parametri rispetto agli altri dati”. Di più, per fugare ogni dubbio, la pm esclude l’ipotesi di una morte tra le 9 e le 10 del mattino perché “palesemente contraddittoria con i parametri ed il comportamento dei fenomeni abiotici”, cioè delle evidenze scientifiche.
L’alibi che manca
Quello dell’alibi di Alberto (definito “falso e smentito”, ndr) viene considerato dalla pm – comprensibilmente – come uno degli elementi indiziari a suo carico più gravi. Gli uomini del RIS dei carabinieri (reparto all’epoca guidato da Luciano Garofano, generale e volto televisivo divenuto celebre grazie al programma Quarto Grado, ndr), infatti, eseguono una consulenza tecnica sul portatile di Alberto Stasi e lo incastrano. Ecco cosa c’è scritto nella loro relazione: “Il computer è stato acceso alle 9.36, l’utente Alberto viene accreditato al sistema alle ore 9.37. Tra le 9.37 e le 9.57 vengono aperti file relativi a fotografie digitali (materiale pornografico, ndr). Alle 10.05 Stasi vede un filmato della durata di circa 4 minuti dai contenuti esplicitamente pornografici (…). alle 10.17 viene registrata sulla cronologia di Internet Explorer un evento relativo al file della tesi (…). Dalle 10.17 non sono presenti tracce informatiche che comportino la presenza attiva di un utente che interagisce con il pc (….). Quindi, un primo dato indubitabile oggettivo è che Stasi, nel racconto di quanto ha fatto la mattina del 13 agosto, ha mentito”.
Sempre il 17 marzo del 2009, nelle sue conclusioni la pm, confortata dalla perizia del RIS, dichiara: “Nell’arco di tempo in cui è stato consumato l’omicidio, cioè tra le 10.30 e le 12, più verosimilmente tra le 11 e le 11.30, Alberto Stasi non ha scritto la propria tesi di laurea, come invece ha sostenuto di aver fatto”. E ancora: “Tenuto infatti conto dell’ora della morte, così come sopra dettagliatamente indicata; tenuto conto che non vi è traccia informatica sul suo computer portatile della presenza di un operatore che interagisce con la macchina dopo le 10.17, Stasi ha avuto tutto il tempo per commettere l’omicidio, per cancellare ogni traccia direttamente a lui riconducibile e per costruire il ritrovamento casuale del cadavere. Non esiste un’ipotesi ricostruttiva dei fatti compatibile con tutte le emergenze probatorie diversa da questa”.
In effetti, se la fascia oraria fosse davvero rimasta quella, allora sì, Alberto Stasi avrebbe avuto tutto il tempo per fare quello che gli viene attribuito. Ma le cose prendono una piega inaspettata.
Gli errori dei carabinieri
Nell’agosto dello stesso anno (il 2009, dopo che Stasi ha chiesto il rito abbreviato, ndr) una perizia informatica disposta dal Gup Stefano Vitelli rimescola le carte in tavola. Stando alle risultanze, e in parole povere, gli uomini e le donne del RIS avrebbero compiuto degli errori decisamente gravi. Citiamo testualmente parte del contenuto della perizia: “Con riferimento alle alterazioni esposte nella tabella B2.2, i Periti d’Ufficio sono concordi nell’affermare che a seguito degli interventi operati dagli inquirenti a partire dalla data del 14.08.07 sino alla data del 29.08.07, le alterazioni apportate in termini di sottrazione di contenuto informativo appaiono di significativa entità e per certo hanno imposto limitazioni concrete alle analisi svolte dal Collegio Peritale”. E ancora: “I Periti d’Ufficio sono concordi nel riscontro delle discordanze rilevate tra il verbale redatto dagli Ufficiali di Polizia Giudiziaria (…) e l’entità degli accessi effettivamente riscontrati sulle periferiche in esame. La conseguenza è che la ricostruzione temporale dell’operato di Alberto Stasi sul portatile è irrimediabilmente compromessa”. Per fortuna non è così. Nonostante le gravi manomissioni sui dispositivi di Stasi, i periti del Gup riescono a fare ciò che fino a quel momento sembrava impossibile.
Per smentire l’alibi di Stasi, il RIS aveva sottolineato, tra le altre cose, la mancanza dei file temporanei di Word che, se il ragazzo avesse realmente utilizzato il computer per scrivere la tesi, sarebbero dovuti essere presenti. Ciò che accende il dubbio dei periti incaricati dal Gup, però, è l’assenza di file temporanei anche in riferimento alla sera precedente l’omicidio, il 12 agosto 2007, quando si aveva l’assoluta certezza che Stasi avesse lavorato alla sua tesi di laurea. Questo dettaglio fa emergere – come scritto nella perizia – “l’illogicità dell’assenza dei riferimenti” (cioè dei file temporanei, ndr).
A fronte di un’assenza di questi file temporanei riscontrata dal Ris, i periti trovano 400 riferimenti tra la sera del 12 agosto e la mattina del 13. Riferimenti puntualmente elencati in una tabella, dove emerge chiaro che Alberto Stasi, il giorno del delitto, abbia lavorato alla sua tesi dalle ore 10.20 fino alle 12.20 (ricordiamo che precedentemente, dalle 9.35 fino alle 10.20, aveva guardato materiale pornografico, ndr). Stasi, dunque, non ha mentito. Il pilastro dell’accusa crolla come un castello di carte.
I Ris hanno sbagliato, ma, cosa più grave, qualcuno ha mentito. I periti ci vanno giù pesante: “Gli scriventi sottolineano la particolare gravità in merito alla superficialità con la quale risulta redatto il verbale di Polizia Giudiziaria in quanto, se ammissibile, in ipotesi, la mancata consapevolezza nell’apporto di alterazioni ai supporti informatici, configurabile come un’azione condotta nella non consapevolezza degli effetti producibili, non appare invece ammissibile la mancanza di dettaglio nella verbalizzazione delle attività tecniche espletate”. Quando si fa riferimento al verbale di Polizia Giudiziaria, non ci si sta riferendo alla consulenza del Ris ma, appunto, al verbale dei carabinieri di Vigevano, i quali scrivono – in contrasto con la realtà dei fatti appurata dai periti – di aver solo visionato il pc di Stasi senza mai aver aperto il file della tesi. Il perché di questo atteggiamento non è spiegato né, forse, spiegabile.
Un orario su misura
Passa l’estate e arriviamo a settembre 2009. Torna sulla scena il medico legale Ballardini che – dopo aver sostenuto fermamente, come già accennato, i risultati dei suoi esami – arriva a mettere una pezza per trarre d’imbarazzo la procura, praticamente facendo marcia indietro rispetto a quelle che, fino a poco tempo prima, erano le sue convinzioni. In poche parole, il medico a settembre fa un’integrazione della sua consulenza e cambia l’orario della morte di Chiara, estendendo la forbice oraria a tutta la mattinata. E adesso arriviamo al momento in cui la fascia oraria si plasma esattamente nel minutaggio in cui Alberto Stasi non ha un alibi.
Durante la requisitoria finale del 10 dicembre 2009 succede qualcosa. La pm Muscio, superato lo sconforto provocato dal pasticcio del Ris e confortata dall’integrazione di Ballardini, torna a parlare della forbice temporale, sostenendo che Chiara è morta o tra le 9.12 e le 9.35 oppure dopo le 12.20. Il giudice Stefano Vitelli interrompe l’arringa del pm, dicendo di non aver capito, e chiede alla dottoressa Muscio di essere più precisa: Chiara Poggi è morta nella prima o nella seconda fascia oraria? Dalle trascrizioni è piuttosto evidente un attimo di incertezza della pm, che alla fine dichiara che Chiara è morta dopo le 12.20.
Nel contempo, il legale della famiglia Poggi, Gian Luigi Tizzoni, presenta una contro-perizia medico-legale che, stando a quanto sosterrà nel corso di una lunga e articolata arringa, mette in discussione quella effettuata dal primo medico legale, Ballardini. Basandosi su alcuni elementi oggettivi – come la presenza nello stomaco di Chiara di cereali non ancora digeriti e la presenza, sul tavolo di fronte alla tv, della busta di cereali utilizzata durante la colazione – Tizzoni individua la fascia oraria nella prima parte della mattina, ma non genericamente. L’indicazione che si trova nella contro perizia è estremamente precisa: 9.12 (orario in cui Chiara stacca l’allarme di casa) e 9.35 (orario in cui Alberto accende il pc a casa sua).
L’integrazione di Ballardini, le ricostruzioni della dottoressa Muscio e dell’avvocato Tizzoni non sembrano incidere poi molto sull’esito del processo. Alberto Stasi, infatti, in questa fase viene assolto. Quello che veramente conta, però, è che da questo momento in avanti – sia mediaticamente, sia a livello di indagini successive – a contare non sarà la finestra oraria indicata dalle perizie del medico legale Ballardini, né la perizia disposta d’ufficio dal Gup (che sostanzialmente concordava con quella di Ballardini, indicando l’ora della morte “nel corso della mattinata”), ma l’orario di infinitesimale precisione indicato dall’avvocato della famiglia Poggi.
Di fronte a una valutazione tanto millimetrica ci sorge il dubbio: dobbiamo ricrederci? È davvero possibile stabilire con precisione assoluta l’orario di un delitto? Ed è un caso che questa forbice oraria termini giusto nel minuto in cui Stasi risulta di fronte al suo computer? Domande a cui non sappiamo dare una risposta. Esattamente come la domanda: giustizia è stata fatta, o in circolazione c’è ancora un killer?

