Come Al Capone imparò a suo tempo, la giustizia americana prende molto sul serio i reati connessi alle dichiarazioni fiscali. Nello stesso tempo il gangster, dopo aver commesso o ordinato decine di omicidi e reati assortiti, fu condannato a 11 anni di carcere nel 1931, ne scontò poco più di 6 e morì nel letto della sua villa di Miami, anche se a soli 48 anni d’età. Nel complesso, non un grande successo, insomma, per la giustizia americana. Varrà quindi la pena di dare un’occhiata più approfondita anche a quello che è il caso giudiziario più clamoroso degli Usa di oggi, ovvero la colpevolezza di Donald Trump per le 34 imputazioni che gli sono state mosse dal procuratore di New York Alvin Bragg. Il primo caso nella storia degli Usa in cui un presidente (ex, parlando di Trump) viene condannato per “felloni” (reato), cosa che potrebbe portarlo anche in carcere.
Lungi da noi l’intenzione di prendere le difese di Trump o di contestare la legittimità del giudizio che l’ha investito. Se è stato trovato colpevole sarà colpevole, punto e stop. Ma siamo pronti a scommettere che, al di là dell’antipatia/simpatia del personaggio e del rumore che fanno espressioni come “34 capi d’imputazione”, pochi sanno o hanno esattamente capito di che cosa si tratta.
Tutto comincia nel 2007 quando, stando alla testimonianza della protagonista, Trump ha un incontro a sfondo sessuale con Stephanie Gregory Clifford, in arte Stormy Daniels, già spogliarellista, attrice porno in quel periodo al tramonto di una carriera che l’aveva portata a interpretare più di 300 “film per adulti”. Due anni prima Trump aveva sposato Melania e nel 2007 era d poco diventato padre del figlio Barron.
Pare che sia stato l’incontro di una notte, seguito da un altro appuntamento senza “conseguenze”. E a parte i pettegolezzi della jet society di New York, della storia non si sente più parlare fino al 12 gennaio del 2018 quando il Wall Street Journal pubblicò un articolo dicendo che Michael Cohen, l’avvocato di Trump, aveva versato 130 mila dollari alla Clifford/Daniels, alla vigilia delle elezioni presidenziali del 2016, perché non raccontasse la vecchia storia col candidato nel frattempo diventato presidente. Curioso, no? Trump è presidente da un anno e la storia salta fuori. Chi l’avrà raccontato al WSJ? Poco dopo la Clifford/Daniels rilascia una clamorosa intervista per raccontare di aver firmato con Cohen un accordo di riservatezza nel 2016 e di voler intentare una causa per liberarsene. Aggiunge, anche, di essere stata minacciata anni prima. Cohen, per parte sua, prima dichiara di aver pagato di persona quei 130 mila dollari senza alcuna partecipazione da parte di Trump, poi crolla e confessa che i soldi venivano proprio da Trump. Un perquisizione nel suo ufficio porta al ritrovamento della documentazione relativa a dieci pagamenti mensili, ricevuti dal trust che si occupa degli affari di Trump, che risultano essere il rimborso del versamento da lui fatto alla Clifford/Daniels. Trump, per parte sua, nega tutto. E lo farà anche dopo la condanna.
E con questo, tra polemiche, rinvii, sbeffeggiamenti, artifici legali e udienze, siamo in pratica arrivati ai giorni nostri e alla condanna di Trump. La corte americana ha stabilito che Trump ha falsificato i bilanci per nascondere il versamento alla Clifford/Daniels e che lo ha fatto ripetutamente, “again and again”, come ha detto i procuratore Bragg.
Tutto qua. E scusate se questa affermazione sembra voler ridimensionare le colpe di Trump, che restano quelle accertate dalla legge americana. Ma nella sua essenza la vicenda può essere riassunta così: Trump incontra una pornodiva e ha con lei una notte di sesso; la cosa finisce lì e per anni non succede niente; nell’imminenza delle elezioni presidenziali, Trump stipula con la donna (attraverso l’avvocato Cohen) un accordo affinché lei taccia sui loro trascorsi; appena lui diventa presidente la storia salta fuori; lei gli fa causa; lui viene condannato per, in sostanza, averla pagata “in nero”.
Il peggio del politicamente corretto ha esultato e ha cercato persino di fare della Clifford/Daniels un’eroina dei nostri tempi: un’eroina che nel 2018, dopo esseri raccontata su tutti i canali Tv possibili ha portato in giro uno spettacolo intitolato Make America horny again, Rendi l’America di nuovo arrapata, sulla scia dello slogan trumpiano Make America Great again). Però se uno esplora con un minimo di cura gli atti contro Trump, scopre che quei famosi 34 capi d’imputazione sono in realtà una sola accusa ripetuta per ogni operazione finanziaria, sempre quella: falsificazione dei bilanci contabili per nascondere i 130 mila dollari versati alla Clifford/Daniels. Accusa identica anche nell formulazione: “AND THE GRAND JURY AFORESAID, by this indictment, further accuses the defendant of the crime of FALSIFYING BUSINESS RECORDS IN THE FIRST DEGREE, in violation of Penal Law §175.10, committed as follows…”. 130 mila dollari in un bilancio miliardario.
Non stiamo quindi parlando di Hitler e nemmeno Jack lo Squartatore. Stiamo parlando di un imprenditore puttaniere e di una mercenaria che prima ha preso i soldi per stare zitta e poi, avendo scoperto di essere andata a letto non con un riccone ma addirittura con un presidente, ha parlato nell’evidente speranza di prenderne altri. Piaccia o no, è tutto qui.
Mirko Marchi
Abbonati e diventa uno di noi
Se l'articolo che hai appena letto ti è piaciuto, domandati: se non l'avessi letto qui, avrei potuto leggerlo altrove? Se pensi che valga la pena di incoraggiarci e sostenerci, fallo ora.
