Iwao Hamakada oggi ha 88 anni. Dal 1959 al 1961, in Giappone, ha praticato la boxe ad un livello professionistico, classe peso piuma, ottenendo discreti risultati. Appesi i guantoni al chiodo e terminata la carriera di pugile, il signor Hamakada ha iniziato a lavorare in una fabbrica di miso a Shizuoka.
La sua vita sarebbe cambiata per sempre nel settembre del 1968. Non a causa di meriti sportivi, ma per essersi trasformato nel protagonista di una delle vicende di cronaca nera più famose mai accadute all’interno del Paese asiatico.
Già, perché Mr. Hamakada, all’età di 32 anni, divenne il principale sospettato della polizia per l’omicidio di quattro persone: il capo della fabbrica nella quale lavorava, la moglie del suo superiore e i loro due figli. Tutti pugnalati a morte il 30 giugno del 1966, a Shizuoka, a sud-ovest di Tokyo.

Il killer innocente
Il 30 giugno del 1966, un incendio coinvolse la casa del capo di Hakamada. Una volta domate le fiamme, le autorità ritrovarono i corpi dei membri dell’intera famiglia (padre, madre e figli) pugnalati a morte. Fu registrato anche il furto di 200mila yen in contanti dalla loro abitazione.
Hakamada finì in cima alla lista dei sospettati. Fu interrogato a lungo – per alcune ong gli interrogatori sarebbero durati anche 15 ore di fila – e incarcerato per 20 giorni.
Dopo 14 mesi dall’omicidio, e alcuni processi in cui si era dichiarato non colpevole – e di esser stato torturato, picchiato e spinto a confessare un crimine non commesso – nella fabbrica in cui lavorava Hakamada furono ritrovati alcuni suoi vestiti insanguinati in una cisterna di miso. Gli inquirenti non avevano dubbi: erano dell’assassino. Ed erano la prova più evidente del fatto che Hakamada fosse il colpevole degli atroci delitti.

Nel settembre del 1968, l’uomo fu giudicato colpevole di omicidio e incendio doloso, e per questo condannato a morte al netto di una vicenda dai contorni a dir poco nebulosi e ricca di incongruenze. La ratifica della condanna per mano della Corta Suprema giapponese avvenne nel 1980.
Hakamada fu trasferito nel braccio della morte. Qui sarebbe rimasto, per quasi 35 anni, fino al 2014, quando gli fu concesso un nuovo processo dal tribunale distrettuale di Shizuoka. “Il tempo sta per scadere perché Hakamada riceva il giusto processo che gli è stato negato più di quattro decenni fa. Se mai c’è stato un caso che merita un nuovo processo, è proprio questo”, scrisse Amnesty International.
Una sentenza rivoluzionaria
Nel 2008, gli avvocati di Hakamada chiesero che il sangue ritrovato sugli indumenti fosse sottoposto a un test del dna. Il risultato? Il sangue non era compatibile né con quello di Hakamada né con quello delle vittime. Hakamata fu dunque rilasciato in attesa del nuovo processo.
Inizialmente, l’Alta Corte di Tokyo aveva respinto una simile richiesta (per ragioni sconosciute), giudicando inammissibile l’esito del testo, salvo poi, nel 2023, concedere all’uomo una seconda chance su ordine della Corte suprema del Giappone.

In questo Paese i nuovi processi sono rari e, secondo il sito del ministero della Giustizia, il 99% dei casi si conclude con una condanna. Eppure, pochi giorni fa, il tribunale di Shizuoka ha stabilito che Hakamada è innocente. E che gli investigatori “avevano prodotto prove false a suo carico”.
Hideko, la sorella 91enne di Hakamata, quando ha sentito il verdetto ha dichiarato di “non riuscire a smettere di piangere e di non riuscire a trattenere le lacrime”. Hideyo Ogawa, l’avvocato dell’uomo, ha definito la sentenza “rivoluzionaria”.

Una vita spezzata
Dopo decenni di prigionia, la salute mentale di Hakamata è peggiorata: parla raramente e non mostra alcun interesse per le altre persone. “Ormai vive nel suo mondo”, ha spiegato Hideko, che da tempo si batte per la sua innocenza.
L’intera vicenda ha sollevato non pochi interrogativi sulla dipendenza del Giappone dalle confessioni per ottenere condanne, e c’è chi dice che sia proprio questa una delle ragioni per cui Tokyo – unico membro del G7 insieme agli Stati Uniti a mantenere la pena di morte – dovrebbe abolire la pena di morte.
I prigionieri condannati a morte in questo Paese sono solitamente tenuti in isolamento e hanno contatti limitati con il mondo esterno. Le esecuzioni – spiegano le ong – sono avvolte nel segreto, vengono date con scarso o nessun preavviso e le famiglie e gli avvocati sono solitamente avvisati solo dopo che l’eliminazione ha avuto luogo. Nel 2023 in Giappone non si sono registrate condanne capitali. L’ultima esecuzione risale al 26 luglio 2022.
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