Sofia Fossati è tra le vincitrici del corso di giornalismo investigativo della Newsroom Academy con Alessandro Politi. Questa è la seconda parte dell’inchiesta che ha realizzato.
La diffusione nel milanese dell’utilizzo del tramadolo – potentissimo farmaco ed oppioide sintetico, detto anche droga del combattente – e la forte pressione registrata nei confronti dei medici per ottenerlo, non coinvolge soltanto questi e i farmacisti. Infatti, il forte allarmismo scaturito richiama all’attenzione anche diverse autorità.
La testimonianza rivelatrice
Come riportato nella puntata precedente dell’inchiesta, i più colpiti da questo fenomeno risultano essere i medici di base, costretti a prescrivere il farmaco a suon di minacce a diversi cittadini che, secondo le testimonianze, sono quasi sempre extracomunitari, specialmente nordafricani. Fra tutti i medici incontrati, la testimonianza più scioccante e preoccupante ci era stata rilasciata da Giovanni (così chiamato per tutelarlo), un medico prossimo alla pensione e piuttosto affranto a causa di questa situazione: “A volte chiedono, a volte rapinano. Una volta mi hanno minacciato con un tagliacarte, una volta mi hanno spintonato e si sono messi a gridare.”
A quel punto, poi, Giovanni ci aveva raccontato di essere già stato accusato dall’Ordine dei Medici di Milano, vista l’insistenza di questi individui così agguerriti nel richiedere ricette per l’oppioide. Per non rischiare di dare per scontato che anche l’Ordine dei Medici sia a conoscenza di questo pericoloso problema, ci siamo rivolti a diverse autorità: prima fra tutte all’FNOMCeO [Federazione Nazionale Ordine dei Medici Chirurghi e degli Odontoiatri] milanese, domandando quale sia effettivamente la portata di questo fenomeno ed in che modo venga gestita questa tipologia di medici.
L’OMCeO al fianco dei medici minacciati
All’interno dell’OMCeO meneghino, abbiamo individuato due figure a cui rivolgerci: da un lato, la consigliera dell’Ordine e dottoressa di medicina generale Maria Grazia Manfredi e, dall’altro, il Presidente dell’Ordine, nonché Presidente lombardo del sindacato SNAMI – Sindacato Nazionale Autonomo Medici Italiani – , anch’egli medico di medicina generale, Roberto Carlo Rossi.
“Negli ultimi 7/8 anni sì, sono aumentate le segnalazioni anche da parte di autorità relative all’aumento di prescrizioni improprie di tramadolo”, ci ribadiscono entrambi, sottolineando che la conoscenza di tutto ciò è giunta anche all’Ordine. Aggiungono che le grosse quantità del farmaco vengono poi esportate molto probabilmente in Paesi quali Egitto ed Ucraina, poiché – ci dice Rossi – “è raro che pazienti, anche giovani, richiedano un quantitativo così abnorme di tramadolo solo per sé stessi.”
Le sanzioni per i medici che non si oppongono
“Sono molte le possibilità a cui un medico può andare in contro”, ci spiega la dott.ssa Manfredi, la quale ci illustra anche, passo per passo, tutto l’iter sanzionatorio previsto: “Non appena un medico viene inquisito, l’Ordine (organo di primo grado di giudizio) ne riceve notizia dalla persona che ha segnalato l’illecito, apre un procedimento disciplinare e lo sospende dall’esercizio fintanto che non vi è una sentenza definitiva. Dunque, si riapre il procedimento disciplinare, le cui norme deontologiche stabilite possono o meno sovrapporsi alle disposizioni penali e civili previste. Non trovandosi al momento in stato di restrizione di libertà, il medico viene convocato ed i fatti vengono analizzati scrupolosamente.
“Le strade sono due: o il caso viene archiviato o la Commissione Medica decide una sanzione che parte dal semplice avvertimento sino ad arrivare alla radiazione, ossia la pena massima, che viene emanata circa 2 volte l’anno. Il medico sottoposto al procedimento disciplinare, però, può appellarsi alla Corte d’Appello dell’Ordine (organo di secondo grado di giudizio) che può convalidare definitivamente la sentenza emessa dall’Ordine: in questo caso il medico non può lavorare per il periodo della sospensione, che nel caso della radiazione equivale a 5 anni, al termine dei quali vi è una “messa alla prova”. Se il medico ha dimostrato di essersi comportato in maniera decorosa, può chiedere di essere re-iscritto all’Ordine. Oppure la Corte d’Appello può rigettare la sentenza, modificandola e in alcuni casi favorendo anche il continuo esercizio della professione medica. All’occorrenza, poi, vi è un organo di terzo grado di giudizio, ossia la Cassazione dell’Ordine.” Infine, sempre secondo la dottoressa, Giovanni potrà ipoteticamente essere accusato di reato penale e seguire uno specifico iter giudiziario, al termine del quale con sentenza definitiva, passerà sotto i controlli della giustizia deontologica.
“Fortunatamente minacce ai livelli di quelle subite dal collega non le ho mai ricevute, ma – esplica la consigliera – in questi casi, bisognerebbe attuare delle pratiche di raffreddamento della situazione, mantenere la calma ed un tono di voce pacato, senza minacciare di chiamare subito le forze dell’ordine, sviando il più possibile le pretese di questi soggetti. Se, però, dovesse improvvisamente saltar fuori un’arma, piuttosto che mettere a repentaglio la propria vita, si prescrive la ricetta, si chiude lo studio e si va a denunciare l’accaduto immediatamente alla polizia.”
Assenza di strumenti efficaci di contrasto
Passando al dott. Rossi, il quale riferisce di aver subito a sua volta delle pressioni, alle cui ha risposto con un no categorico, veniamo a sapere che l’FNOMCeO non possiede dei veri e propri strumenti concreti per difendere i medici minacciati ma, ogniqualvolta che ne viene data notizia, scatta un rapporto di solidarietà tra l’Ordine ed il medico stesso.
“Per tutti quei medici riuniti in diverse associazioni locali – aggiunge – , esse possiedono delle sedi in territorio centrale che sono informate di quello che succede: questo rappresenta per gli altri medici un monito.” Gli chiediamo quali siano le misure di sicurezza e prevenzione adottate dall’Ordine o che, quantomeno, occorrerebbe attuare al più presto: “Dato che vi è un grande problema d’informativa alla base, serve uscire in maniera capillare con newsletter ed articoli di giornale, volti ad informare tutti della problematica e del fatto che siamo di fronte ad una continua diffusione di nuove droghe”.
“Un’altra soluzione possibile – a sua detta – sarebbe quella di aumentare la presenza della polizia e dei servizi di difesa negli studi medici, soprattutto nelle aggregazioni di più ambulatori medici gestiti da un’ASST (ossia un’Azienda Socio-Sanitaria Ospedaliera). Nel singolo studio è molto più complicato, perché dotarsi di una guardia giurata personale sarebbe al di fuori delle proprie finanze ed, oltretutto, ce ne vorrebbero poi troppe; forse, però, così, questi delinquenti sarebbero portati leggermente a riflettere prima di minacciare. In realtà, in qualsiasi momento di pericolo, il medico può richiamare l’attenzione anche della propria segreteria”.
Allargando lo sguardo, visto il problema ancor più generale della violenza contro i medici, è perciò fondamentale – affermano entrambi – denunciare istantaneamente alle forze dell’ordine qualsiasi tipo di minaccia subita non appena questi individui escono dallo studio, senza alcun tipo di remora e correndo anche il rischio di esporsi ad una potenziale recidiva.
InsideOver continuerà a indagare, cercando di capire se e come le forze dell’ordine stiano monitorando questo fenomeno – a detta della consigliera – incontrollabile che, se non fermato in tempo, causerà l’aumento a dismisura di altri episodi simili.