Gli Enti del Terzo Settore (ETS) devono realizzare attività di interesse generale in prevalenza. Però, dato che agiscono spesso (non sempre) in “non mercati”, devono in qualche modo riuscire a tenersi in piedi per perseguire gli scopi statutari e realizzare nel futuro ulteriori attività di interesse generale. Il quesito è: come mantengo le attività di interesse generale, come rendono reali e concreti i progetti che sono sostanza e ragione al loro essere ente con finalità ideale?
La risposta è solo una: centinaia, migliaia di associazioni smascherate ogni anno dall’Agenzia delle entrate. È il grande business dei furbetti del Terzo Settore, un mercato sconfinato e ricchissimo fatto di regole poco chiare e di profittatori che ci sguazzano. È qui che piovono contributi pubblici e donazioni private, è qui che si ottengono agevolazioni fiscali e appalti dedicati. Ed è qui che si affollano gli sciacalli dell’utilità sociale e delle tragedie. È solo dal 2009, anno in cui l’Agenzia delle entrate ha dato il via al censimento degli enti non commerciali e delle Onlus, che lo Stato ha cominciato a fare ordine nel mondo delle associazioni e del volontariato. Gli esiti delle attività di controllo svolte ogni anno dall’Agenzia delle entrate sono il racconto tragicomico di un magma di profittatori e furbetti più o meno grandi, quando non si tratta di veri e propri banditi. Da Nord a Sud, senza distinzioni di latitudine.
È della raccolta fondi, della sua qualificazione giuridica e fiscale e di come troppi professionisti e amministratori di enti stiano equivocando sul suo concetto, che ci siamo occupati, facendo emergere qualche caso “limite”.
Ci sono organizzazioni solidaristiche che in realtà fanno incetta di ingaggi per parenti e amici. Lo scopo è quello di rendersi utili per il prossimo, ma tra gli addetti ai lavori ci sono sempre più operatori del volontariato che trovano lavoro perché “preferiti” ad altri dalle cariche apicali dell’associazione. Come vengono selezionati, chi stila una graduatoria di merito? Come può destinarsi un compenso (che promana da fondi pubblici) a una persona che appartiene allo stesso stato di famiglia di chi riveste la carica di presidente? È ancora il caso di chiamarla onlus o si tratta di un’azienda a conduzione familiare che si occupa, con profitto, di persone bisognose di maggiori tutele?
Sempre al Sud, è facile imbattersi in un’associazione che promuove «lo sviluppo e la conoscenza dei parchi montani» ma che, di fatto, è un forno dedito alla preparazione di prelibatezze dai sapori antichi. E, ancora: ci sono centri olistici che nascono come associazioni finalizzate al perseguimento del benessere psico-fisico, in realtà custodiscono sezioni di e-commerce dai ricavi imbarazzanti in cui si commercializzano prodotti di cosmesi bio. Siamo sicuri che sia vero volontariato o sarebbe corretto “smarcare” queste attività dal cartello delle buone azioni?
Le regole da rispettare
Tutte le organizzazioni non profit possono fare una campagna di telemarketing, anche se ci sono diversi elementi da valutare. Soprattutto se effettuato in outsourcing, il telemarketing è uno strumento che potrebbe risultare economicamente oneroso per le organizzazioni più piccole. Per queste è possibile prevedere formule più leggere e realizzate in proprio, per esempio impiegando forza lavoro, un semplice telefono e una lista di contatti raccolti nel corso degli anni. Le organizzazioni più strutturate possono invece affidarsi a call center specializzati e scegliere se usare le proprie liste o, se necessario, acquistare liste di contatti selezionati in base alle loro necessità.
Ogni strumento ha le sue caratteristiche, a livello di definizione tecnica e giuridica. Un conto è la sponsorizzazione, un conto la donazione, un altro il cause-related marketing, un altro il licensing. Sono molti i personaggi famosi che sembrano battersi per una buona causa: in alcuni casi si tratta di esempi negativi di influactivism, parola inventata negli Stati Uniti per definire chi utilizza i social per rafforzare community numerose e sempre più attive.
Una cosa è certa: stimolare l’acquisto di un prodotto collegato al sostegno di una buona causa, quando non corrisponde al vero, non ha naturalmente nessuna giustificazione.