Il 21 settembre del 1990, sulla strada che da Caltanissetta lo stava conducendo ad Agrigento, dove era impiegato presso il Tribunale come giudice a latere, Rosario Livatino, 38 anni, veniva speronato mentre era alla guida dalla macchina di un commando mafioso legato alla Stidda, organizzazione criminale rivale di Cosa Nostra ma altrettanto feroce. La vecchia Ford Fiesta del giudice finì la sua corsa contro il guard-rail. Ferito a una spalla, Livatino tentò la fuga attraverso ai campi, ma i suoi killer, implacabili, lo raggiunsero e lo finirono a colpi di pistola. Livatino pagava così il suo impegno a indagare sulle strette connessioni tra politica locale, imprenditoria e criminalità organizzata, ma soprattutto, pagava l’essere stato uno dei primi magistrati a ricorrere al sequestro dei beni per i mafiosi.
Divenuto magistrato a 26 anni, nel 1978, otto mesi dopo la sua morte l’allora presidente della Repubblica Francesco Cossiga, con un’uscita a dir poco infelice (che diversi anni dopo smentì con una lettera indirizzata ai genitori di Livatino), coniò il termine “giudice ragazzino”, criticando il fatto che ai giovani magistrati venissero affidate indagini sulla mafia, senza ragionare, per esempio, che proprio lo Stato di cui lui era il massimo rappresentante avrebbe dovuto proteggere i suoi servitori più fedeli.
Livatino non aveva scorta, non aveva una macchina blindata. I suoi colleghi, subito dopo l’agguato, denunciarono lo stato d’abbandono in cui erano obbligati a lavorare, esposti a ogni genere di rischio personale. Le indagini – concluse nel 2001 – portarono all’arresto e alla condanna degli esecutori materiali e dei mandanti, confermando che la morte di Livatino era maturata proprio a causa del suo impegno pervicace nel conseguire un ideale di giustizia che non corrispondeva ad alcuna logica politica, correntizia o meramente utilitaristica.
Proprio questo suo essere un magistrato dalla schiena dritta, morto così giovane, ne fece una sorta di martire. E la Chiesa, infatti, sin dal 1993 iniziò quel percorso che nel 2021, con una cerimonia nella Cattedrale di Agrigento, ha portato Rosario Livatino ad essere il primo magistrato della storia a essere beatificato. La camicia che indossava il giorno dell’omicidio, intrisa di sangue, è divenuta una reliquia e il giorno in cui viene celebrato è il 29 ottobre.
Di una cosa, però, possiamo essere certi. Livatino avrebbe volentieri fatto a meno della beatificazione, in cambio di un po’ di tempo in più sulla terra dove avrebbe fatto molto – e bene – per una regione che più che di santi e beati ha bisogno di uomini onesti.

