28 maggio 1974, ore 10.00 del mattino. In piazza della Loggia a Brescia c’è fermento. I sindacati e il Comitato Antifascista hanno organizzato una grande manifestazione in segno di protesta contro i numerosi attentati color nero in città. Solo dieci giorni prima, il giovane neofascista Silvio Ferrari è morto a causa dell’ordigno che stava trasportando con la sua motoretta. La tensione è altissima: l’Italia intera sta facendo da tempo i conti con la strategia della tensione. Al Quirinale c’è Giovanni Leone e al governo Mariano Rumor e il Paese ha appena affrontato, indenne, il referendum sul divorzio che ha spaccato a metà gli italiani.
Quel giorno, nonostante la primavera inoltrata, a Brescia piove: in piazza ci sono circa un migliaio di persone, che trovano riparo sotto gli ombrelli e si stipano sotto i portici. Sono da poco passate le 10.00 e sul palco c’è Franco Castrezzati, segretario dei metalmeccanici della Cisl. Alle 10.12, un boato. La folla rompe le righe in preda al panico: sotto il palco, il fratello di Castrezzati, ferito. A esplodere è una bomba nascosta in un cestino dei rifiuti, di quelli fatti apposta per i passanti, contenente almeno un chilo, si scoprirà, di gelignite, l’esplosivo preferito dall’IRA in Irlanda.
Muoiono otto persone. Sei sul colpo, chi disintegrato sull’asfalto chi sulla strada verso l’ospedale. Altre due, in seguito a una terribile agonia alcuni giorni dopo. Si tratta prevalentemente di insegnanti: Giulietta Banzi Bazoli, Livia Bottardi, Alberto Trabeschi e la moglie Clementina Calzari, Luigi Pinto. E poi l’ex partigiano Euplo Natali e due operai, Bartolomeo Talenti e Vittorio Zambarda. I feriti saranno 102. Striscioni e bandiere, come ultimo atto di pietà, coprono i corpi straziati e il sangue. C’è il timore di altri ordigni e la piazza esita tra l’allontanarsi, spostandosi verso la vicina piazza Vittoria, e restare vicino all’orrore. Gli errori (errori?) di chi investiga iniziano da subito: alle 13.00, ai Vigili del Fuoco viene dato ordine di utilizzare pompe d’acqua ad alta pressione per lavare via tutto: lo stato della piazza è un film dell’orrore. Ma sotto il getto dell’acqua vanno via anche dettagli preziosi, e con essi anche parte della verità. Su una cosa concordano tutti: la matrice dell’attentato è nera.
Il 31 maggio 1974 è uno di quei momenti che finirà sui libri di storia italiana. A Brescia, nella stessa piazza dell’orrore, si tengono i funerali delle vittime. A officiare la cerimonia c’è il vescovo di Brescia Luigi Morstabilini. Leone e Rumor sono presenti assieme a una serie di oratori, compreso Castrezzati, sul palco tre giorni prima a conquistare la folla. Mezzo milione di persone partecipano ai funerali nel primo pomeriggio, chiedendo alle istituzioni di porre fine a quella mattanza.
Gli inquirenti, nel frattempo, pensano di essere sulla buona strada. Due giorni dopo la strage, infatti, le forze dell’ordine compiono una retata in un campo paramilitare neofascista in quel di Pian del Rascino (Rieti): sono convinti che da lì parta una pista che porti dritto ai fatti di Brescia. Tre giovani vengono arrestati a Milano, con l’accusa di essere legati alla vicenda: tuttavia, possiedono tutti un alibi. Le settimane passano, e quell’ottimismo su piste e indagini inizia a spegnersi. Ma soprattutto, iniziano una serie di incongruenze. Al Sid giunge un’informativa fondamentale: una fonte racconta che nella destra extraparlamentare è in agenda la creazione di un’organizzazione eversiva violenta dal probabile denominazione di Ordine nero, corollario del dissolto Ordine Nuovo.
L’informativa non giungerà mai ai magistrati che stanno indagando: né in quelle circostanze tantomeno nei mesi successivi. La si scoprirà per caso (caso?) 20 anni dopo. I mesi passano, e si apre ogni genere di pista in un pozzo senza fondo di errori, manomissioni, segreti e menzogne. Poco più di due mesi dopo, la strage del Treno Italicus fa ripiombare l’Italia sotto una coperta scura, senza avere nemmeno il tempo di rifiatare.
Piazza della Loggia si trasforma così in un cold case all’italiana. Ma soprattutto si distingue per essere la più politica delle stragi della Tensione: non si voleva colpire i civili, alla cieca, seminando il terrore e il senso di insicurezza, ma si mirò dritto ai partecipanti della manifestazione, scegliendo come vittima il messaggio politico di quella folla. A riprova di ciò, i profili delle vittime: insegnanti, operai, un partigiano.
In cinquant’anni, sono cinque i procedimenti che si sono susseguiti. La prima istruttoria portò nel 1979 ad alcuni esponenti della destra estrema bresciana, tra cui Ermanno Buzzi, poi strangolato in carcere nel 1981. Ma nel giudizio di secondo grado le condanne vennero commutate in assoluzione, confermata poi dalla Cassazione nel 1982. Anche il secondo procedimento, riguardante Ugo Bonati (rinviato a giudizio per falsa testimonianza nel primo processo), si risolve con un proscioglimento per non aver commesso il fatto. Ma l’indagine, come i processi, si fanno nel frattempo sempre più gravosi in un’Italia accartocciata. Il timore scioccante è che ci possa essere una collusione con i servizi segreti. La piazza lavata con l’acqua, la misteriosa scomparsa dei reperti prelevati sui sopravvissuti e sui cadaveri. E poi una foto, che ritrae lo strazio dei parenti delle vittime, che inchioderebbe la presenza sul luogo della strage di Maurizio Tramonte, militante di Ordine Nuovo e gola profonda del Sid. Lui, l’uomo dell’informativa che non giungerà mai ai magistrati, è sospettato di essere lì in piazza a Brescia: una foto e una perizia nel 2008 (!) sembrano inchiodarlo.

Il terzo procedimento si chiude nel 1989: nei tre gradi di giudizio si passa dall’assoluzione per insufficienza di prove all’assoluzione con formula piena per “non aver commesso il fatto”, fino all’inammissibilità del ricorso per manifesta infondatezza. Nel frattempo crolla il Muro, muore la Prima Repubblica, l’Italia si impantana in Tangentopoli. Il mondo in cui la strage di Piazza della Loggia è avvenuta non esiste più.
La sentenza-ordinanza del 23 maggio 1993 chiude il quarto procedimento e proscioglie dall’accusa di strage per non aver commesso il fatto. La sentenza però evidenzia la presenza di complicità istituzionali che hanno ostacolato l’accertamento della verità. Nella motivazione della sentenza si legge: “Il risultato – è la conclusione – è stato devastante per la dignità stessa dello Stato e della sua irrinunciabile funzione di tutela delle istituzioni democratiche, visto che sono solo un leader ultra ottantenne e un non più giovane informatore dei servizi, a sedere oggi, a distanza di 41 anni dalla strage sul banco degli imputati, mentre altri, parimente responsabili, hanno da tempo lasciato questo mondo o anche solo questo Paese, ponendo una pietra tombale sui troppi intrecci che hanno connotato la mala-vita, anche istituzionale, dell’epoca delle bombe“.
Rimangono non sviluppati due filoni di indagine (rogatoria in Argentina e la testimonianza di Maurizio Tramonte del 1983). Il giudice istruttore dispone lo stralcio degli atti e rinvia questi alla Procura della Repubblica perché possa procedere nello svolgimento delle indagini con le norme previste dal nuovo codice.
Il quinto processo ci porta ai giorni nostri. Le indagini si orientano verso la frangia veneta di Ordine Nuovo. Il 15 maggio 2008 il GUP emette un decreto che dispone il giudizio di Delfo Zorzi, Carlo Maria Maggi, Maurizio Tramonte, il leader missino Pino Rauti, Francesco Delfino e Giovanni Maifredi, accusati di concorso in strage. Nel 2010 saranno tutti assolti, assoluzione che verrà confermata in secondo grado nel 2012.
Il 22 luglio 2015, la Corte di Assise di appello di Milano condanna all’ergastolo Carlo Maria Maggi, responsabile di Ordine Nuovo, e Maurizio Tramonte. La Corte conferma la ricostruzione dei fatti già operata dalla Corte di Assise di Appello di Brescia, individuando nel gruppo di Ordine Nuovo del Triveneto i responsabili politici e materiali. Il 21 giugno 2017, dopo il rigetto di Maggi e Tramonte, la sentenza di Milano diventa definitiva. Sono passati 43 anni: la strage ha due colpevoli, ma la verità e la giustizia hanno perso il loro treno da tempo.
Maggi morirà agli arresti domiciliari nel 2018. Tritone, dal carcere di Fossombrone in cui è rinchiuso, ha tentato la carta della revisione, ma la Corte d’Appello di Brescia ha rigettato l’istanza confermando per lui il fine pena mai. Ma non finisce qui: l’ennesima inchiesta della procura di Brescia tira fuori i nomi di due ulteriori papabili esecutori materiali: Roberto Zorzi e Roberto Toffaloni, ex militanti di Ordine Nuovo veronesi. Secondo una nuova ricostruzione, sono loro ad aver piazzato la gelignite nel cestino dei rifiuti, cinquant’anni fa. Per Zorzi il processo avrà inizio in Assise il 18 giugno. Per Toffaloni (sedicenne al tempo della strage) il prossimo 30 maggio: da ultrasettantenne sarà davanti al Tribunale dei Minori.
Dopo cinquant’anni, l’atto ennesimo di quella che è stata una vera guerra. E in guerra, ci ha insegnato Eschilo, la prima a morire è la verità.
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