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Elisa Claps è stata uccisa due volte. Non è l’enfasi di voler raccontare uno dei più eclatanti femminicidi italiani, ma la constatazione amara che fa ogni cronista quando si avvicina a questa storia.

Elisa è stata uccisa due volte in quanto l’omertà di una comunità – quella di un capoluogo di regione – ne ha rinchiuso per diciassette anni il corpo in una chiesa del centro storico, lì dove si era consumato il brutale massacro ad opera di un killer.

Indossava un maglione bianco fatto a mano, jeans blu e sandali ad occhio di bue, Elisa Claps, quando scomparve a Potenza, il 12 settembre 1993. C’erano un maglione chiaro all’uncinetto, jeans scuri e sandali ad occhio di bue addosso allo scheletro minuto rinvenuto in un sottotetto della Chiesa della Santissima Trinità, in centro, il 17 marzo 2010, diciassette anni dopo, uno in più dell’età di quella ragazza di un’onesta famiglia potentina al momento della scomparsa e morte immediata. Elisa non era più rientrata a casa una domenica mattina come tante. Era stata fagocitata da quella città, sepolta dai si dice e non si dice, uccisa tante e tante volte da ritardi, esitazioni, coperture, cautele eccessive nei confronti di qualcuno sul quale si erano subito rivolte le attenzioni di tutti”. Così scrivono Armando Palmegiani (criminologo) e Fabio Sanvitale (giornalista investigativo) nel volume-inchiesta “Il caso Elisa Claps. Storia di un serial killer e delle sue vittime” (Armando Editore, 2019).

Una vicenda nata come la storia di una scomparsa è diventata con il tempo “un rompicapo”, come riconosce Gildo Claps, fratello di Elisa. Un caso di cronaca nera con al centro diversi protagonisti. Innanzitutto Elisa, una sedicenne buona, semplice, con tutta la vita davanti se non avesse incontrato quella mattina uno spasimante che la inquietava: Danilo Restivo, oggi condannato in via definitiva a 30 anni di carcere in Italia, mentre ne sta scontando 40 in Inghilterra, perché nel 2002 ha ucciso con le stesse modalità (aggressione violenta e improvvisa con forbici o lama) una vicina di casa nel Dorset, la sarta Heather Barnett.

In questa vicenda, però, per diciassette anni con Elisa è morta la verità, soffocata da un complice: una città intera, Potenza, un grumo di sussurri. Una comunità cittadina e una più ristretta cerchia parrocchiale hanno rifiutato di assumere un ruolo. Chi non sapeva ha preferito non chiedere e chi sapeva ha fatto finta di niente. E non erano neanche pochi. In varie fasi dei diciassette anni, almeno quindici persone erano a conoscenza della localizzazione dei resti di Elisa, ma non hanno aperto bocca. Non un cenno, nemmeno un messaggio vilmente anonimo nella cassetta di una famiglia lasciata a soffrire il tormento dell’incertezza.

Eppure, in quell’inquietante ronzio di qualcuno che sa ma non vuole dire, la verità era pronta ad affacciarsi tutte le volte che la fierezza dei due fratelli della povera Elisa, Gildo e Luciano, esplodeva prepotente nelle loro membra. “Come è possibile che nostra sorella sia scomparsa? perché è stata uccisa e tutti continuano ad indagare sulla sua sparizione, pur avendo notizie della sua morte?”. Si chiedevano esterrefatti tutti i giorni da quella surreale domenica di settembre.

Il corpo di Restivo, infatti, aveva iniziato “a parlare” prima che fosse quello di Elisa a farlo. Danilo si era sporcato di sangue, i suoi vestiti ne erano intrisi , la lama che aveva trafitto la sua preda, aveva ferito anche le sue braccia durante quella piccola colluttazione in cui la giovane aveva provato a difendersi. Ma allora perché tutti sapevano e hanno taciuto? Chi sapeva? La madre, il padre, la sorella, il cognato di Restivo che lo avrebbe condotto in ospedale a medicare le ferite.

Quindi, sapevano anche i medici che lo hanno refertato e, quindi, anche la Procura a cui sono stati trasmessi i verbali? È molto probabile di si, a sentir parlare chi da quella storia è uscito con le ossa rotte per aver perso l’affetto più caro. Eppure, per anni l’uccisione di Elisa per mano di Danilo è stata trattata dagli inquirenti come un caso di “sparizione per allontanamento volontario”. Una vergogna tutta italiana che, a distanza di tempo, lascia disattese tantissime altre verità che avremo cura di raccontarvi in un sequel di cui pochi conoscono i dettagli.

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