Quattro colpi di pistola sparati attraverso il finestrino della sua automobile. Il primo sulla bocca, quasi a volergliela simbolicamente chiudere per sempre. Muore così Carmine, da tutti chiamato Mino Pecorelli. Era la sera del 20 marzo 1979 e da quel giorno, quando in via Orazio, nel quartiere Prati di Roma, echeggiano le quattro esplosioni, il suo nome entra nell’olimpo dei misteri italiani.
Gli esordi
Mino Pecorelli era un giornalista di razza. Fondatore di Osservatorio politico, meglio conosciuto come Op, prima agenzia di stampa e poi settimanale, Pecorelli si era fatto largo nel mondo dell’informazione a spallate. A sedici anni combatte contro i nazisti a Montecassino, inquadrato nelle formazioni dell’esercito polacco; laureatosi poi in giurisprudenza, comincia a muovere i primi passi nella zona grigia della Capitale d’Italia come avvocato specializzato in diritto fallimentare. Il primo approccio con l’ambiente dell’informazione avviene quando diventa capo ufficio stampa del deputato e più volte ministro della Democrazia cristiana Fiorentino Sullo, ma il vero salto avviene con il suo ingresso prima come collaboratore, poi come socio dell’editore, a Nuovo Mondo d’Oggi, rivista specializzata in retroscena di potere che, nell’ottobre del 1968, venne chiusa previo accordo con Federico Umberto D’Amato, il potente direttore dell’Ufficio Affari Riservati del ministero dell’Interno. Questa battuta d’arresto costituì per Pecorelli il trampolino di lancio. Pochi giorni dopo la fine di Nuovo Mondo d’Oggi, il 22 ottobre 1968 fondò la testata che lo rese celebre: Op.
Le ombre sul suo conto
Nell’arco di poco più di un decennio, tra mille problemi di natura economica che più volte portano Op sull’orlo della chiusura, Mino Pecorelli segna alcune pagine di giornalismo che resteranno nella storia. I suoi sono scoop che attingono a informazioni di prima mano, le sue erano fonti formidabili, spesso inserite in ruoli chiave o apicali delle sedi che contano: politica, servizi segreti, massoneria, ambiente militare. Per decenni, dopo la sua morte, il suo nome è stato infangato da un sostantivo: ricattatore. Tanti giornalisti deprecarono i metodi di Pecorelli, arrivando a dire che, in fondo, quella fine se l’era cercata. Gli stessi giornalisti che cannibalizzarono il suo lavoro, che utilizzarono le stesse sue fonti, che in molti casi applicarono un metodo giornalistico ancora più spregiudicato. Solamente nel 2019 la FNSI, Federazione Nazionale Stampa Italiana, ha messo ufficialmente fine a questa narrazione distorta, diventando insieme alla sorella del giornalista ucciso, Rosita Pecorelli, parte civile nell’ambito dell’inchiesta aperta a Roma dal pm Erminio Amelio.
Il maestro del giornalismo d’assalto
Nonostante questo impulso, scaturito da una possibile nuova pista investigativa che portava agli ambienti di Avanguardia Nazionale, a distanza cinque anni, nell’anniversario dei 45 anni dall’uccisione di Pecorelli, la verità sembra destinata a restare nelle nebbie che avvolgono ancora troppi misteri italiani. Gli stessi misteri su cui Mino indagava senza freni, talvolta prestandosi al gioco di un qualche potente da cui poi si sbrigliava e che, spesso, restava a sua volta “vittima” di un giornalismo d’assalto, che toccava il cuore del vero potere senza guanti.
Dalla massoneria in Vaticano al caso Moro, dal Golpe Borghese, al dossier Mi.Fo.Biali e lo scandalo petroli, passando per il caso Sindona. Mino Pecorelli faceva lo slalom tra i fili dell’alta tensione e, a distanza di tanto tempo, capire da quale di questi fili è rimasto fulminato non è impresa semplice. Negli anni i nomi accostati al delitto sono stati tanti, tutti pesantissimi. Pecorelli aveva pestato i piedi a tanti: da Licio Gelli ai fratelli Claudio e Wilfredo Vitalone, rispettivamente magistrato e avvocato; da Vito Miceli, direttore del Sisde, a Giovanni Leone, presidente della Repubblica.
Il Divo e il giornalista
Certamente il nome più celebre accostato a quello del giornalista è quello di Giulio Andreotti, più volte ospitato tra le pagine di Op e a lungo indagato e processato in quanto presunto mandante dell’omicidio. Andreotti verrà assolto per non aver commesso il fatto – insieme a tutti gli altri indagati (tra cui Massimo Carminati, Gaetano Badalamenti, Pippo Calò) – nel 1999. Il 17 novembre 2002, però, la Corte d’Assise d’Appello di Perugia lo condannò insieme al boss di Cosa nostra Badalamenti a 24 anni di carcere, condanna annullata senza rinvio l’anno successivo, il 30 ottobre 2003.
Un rapporto sicuramente particolare, quello tra Pecorelli e Andreotti che, seppur da posizioni molto distanti, non veniva meno a un certo spirito cavalleresco. È noto – e raccontato anche da Rosita Pecorelli – che i due si scambiassero consigli su come alleviare le feroci emicranie che affliggevano entrambi.
Al di là dell’aneddotica, un fatto è certo: a giovare dalla morte di Pecorelli sono stati in molti. E se i colleghi fecero a gara dopo l’uccisione per dire che non lo conoscevano e con lui non avevano avuto nulla a che fare, di lui hanno parlato invece molti pentiti della Banda della Magliana, tra cui Maurizio Abbatino, Antonio Mancini, Fabiola Moretti, Vittorio Carnovale. Tutti più o meno concordi del dire che Pecorelli è stato ucciso perché dava fastidio.
L’enigma di Tony Chichiarelli
L’unico, forse, che su Pecorelli avrebbe potuto dire esattamente quanto era accaduto è un altro personaggio enigmatico, che verrà ucciso da misteriosi killer nel 1984: Antonio – Tony – Chichiarelli. Rapinatore, abile falsario, vicino ad ambienti dell’estrema sinistra così come a quelli dell’estrema destra, amico di Danilo Abbruciati e Franco Giuseppucci, entrambi boss della Banda della Magliana, contiguo ad ambienti più o meno riconducibili ai servizi segreti. Chichiarelli venne visto da Franca Mangiavacca, collaboratrice e compagna di Pecorelli, nei pressi della redazione di Op, sita in Via Tacito 90, la via parallela a quella in cui il giornalista fu ucciso, in due occasioni nei giorni precedenti all’agguato. Sempre Chichiarelli, il giorno dopo l’omicidio, il 21 marzo del 1979, fece ritrovare all’interno di un taxi un borsello al cui interno, tra le varie cose, c’era un’inquietante scheda in cui si riportava il resoconto di un pedinamento effettuato in preparazione dell’omicidio. Probabilmente, come il resto del contenuto di quel borsello, un messaggio ben preciso rivolto a chi aveva orecchie per sentire.
Pecorelli e la P2
Tra le tante leggende che come gramigna sono cresciute intorno a questo caso, anche quella del rapporto di Pecorelli con la massoneria e, nello specifico, con la P2, cui si sarebbe iscritto (in casa sua venne ritrovata la tessera e il suo nome comparirà nel 1981 nelle famose liste di Castiglion Fibocchi). C’è però un dettaglio raccontato dal figlio di Mino, Stefano Pecorelli, oggi residente in Sudafrica, che il giorno dopo l’omicidio si recò in casa del padre, trovandola letteralmente devastata dal passaggio degli investigatori guidati dal pm Domenico Sica. Si è sempre detto che in casa di Pecorelli vennero ritrovati i paramenti massonici, dal grembiule agli immancabili guanti bianchi. È vero. Ma è il modo in cui furono trovati a lasciare perplessi: in mezzo al pandemonio di una casa rivoltata come un calzino, stando al ricordo di Stefano, l’unico cassetto rimasto intatto, con il contenuto ordinatamente piegato al suo interno, era proprio quello contenente i paramenti di cui si è sempre parlato. Il che suggerirebbe una sorta di messaggio neanche troppo velato.
In conclusione, quello che auspichiamo, soprattutto per soddisfare la fame di verità che da 45 anni attanaglia la sorella Rosita e il figlio Stefano, è che mosso da un rigurgito di coscienza qualcuno possa finalmente dire e, soprattutto, dimostrare come siano davvero andate le cose. Una speranza piuttosto debole, a dirla tutta, ma senza la quale dovremmo arrenderci al fatto quello di Mino Pecorelli resterà per sempre un caso irrisolto.