Quando nei giorni scorsi abbiamo pubblicato l’articolo sulla presunta presenza di un serial killer mai individuato in Lombardia non ci saremmo aspettati tanto e tale interesse da parte del pubblico, ma anche di molti addetti e addette ai lavori. Questo accade solamente quando si toccano i nervi scoperti. E le uccisioni di Gianna Del Gaudio, Daniela Roveri e Marilena Negri sono proprio questo: un nervo scoperto.
L’ombra dell’assassino
Nessun colpevole, nessun movente, nessuna pista investigativa che sia giunta nemmeno lontanamente vicina a dare un seppur minimo sollievo a tre famiglie sconvolte da atti tanto brutali quanto apparentemente immotivati, a meno che – appunto – non si abbia il coraggio di ammettere che forse sì, in Lombardia, negli anni a cavallo tra il 2016 e il 2017, ha imperversato un serial killer.
Come detto, sono diversi gli addetti ai lavori con cui ci siamo confrontati in questi giorni. Tra questi, Gianluca Lombardi, che dal 1999 al 2011 ha prestato servizio in diversi reparti investigativi dell’Arma dei Carabinieri, principalmente la Sezione omicidi del Reparto Operativo Carabinieri di Roma e la Sezione anticrimine – aliquota anti eversione – del ROS di Roma.
Oggi in congedo, in veste di criminologo investigativo ci ha detto cosa pensa di ciò che abbiamo scritto: “Non risulta certo agevole offrire un parere criminologico e investigativo senza aver avuto modo di studiare, ed anche approfonditamente, gli atti. Ma i casi di omicidio segnalati, anche ad una sola lettura del pezzo e con l’aggiunta delle poco (tecnicamente) approfondite notizie che si trovano in rete, a me personalmente provoca, sul versante prettamente investigativo, una tempesta sinaptica piuttosto apprezzabile. Ed il motivo sta tutto nell’unico elemento comune, oltre alla assolutamente non trascurabile circostanza che sono tutte donne, che ricorre nelle tre uccisioni: tutte e tre sono morte con la carotide recisa da un’arma da taglio“.
La firma del killer
Nei primi due casi – omicidi Del Gaudio e Roveri [che per un certo periodo furono collegati, salvo poi prendere strade diverse, ciascuna conclusasi con un’archiviazione] – l’assassino ha agito con tale e tanta ferocia da quasi decapitare le vittime. Nel terzo omicidio, quello avvenuto nel parco a Milano ai danni di Marilena Negri, la carotide è stata sì recisa, ma con un colpo sferrato di punta.
In tutti e tre i casi, si è battuta – tra le poche altre – la pista del tentativo di rapina finito male. Dice Lombardi: “Sul movente delle azioni omicidiarie la lettura delle cronache restituisce in maniera evidente una connotazione poco verosimile rispetto ad una rapina. Non solo per il fatto che in tutti i tre casi viene portato via poco o niente ma anche per una personalissima posizione, raggiunta studiando ed investigando su diversi casi di omicidio: la rapina non è (quasi) mai il movente “puro” di un atto predatorio; non si uccide per poter meglio portar via la borsetta o il portafoglio. Si uccide per reagire a propria volta a un tentativo di difesa, in alcuni casi. Oppure si uccide perché si è usciti di casa per uccidere, e la rapina è solo il “movente” dei turbamenti dell’assassino”.
Un predatore in azione
Gianluca Lombardi si sofferma di nuovo sull’aspetto predatorio che caratterizza tutte e tre le aggressioni finite nel sangue. Un aspetto che fa supporre l’azione di una persona fortemente intenzionata a raggiungere un epilogo del genere: “Nei casi di Seriate e Colognola c’è anche un altro aspetto che merita attenzione: i riferimenti spazio temporali. A Seriate l’omicidio avviene in piena notte, mentre la coppia riassetta giardino e casa dopo una festa in famiglia. Non c’è bisogno di andare per tentativi, di esporsi per capire se sono in casa. Basta aspettare che tutti gli ospiti siano usciti, che in giardino cali il silenzio, per avere il semaforo verde all’ingresso ed all’aggressione mortale. A Colognola, per uccidere Daniela Roveri, la sera di un martedì di dicembre, basta appostarsi nel posto giusto appena qualche minuto prima che la donna torni a casa a cena alla “solita” ora, dopo la “solita” giornata trascorsa tra azienda e palestra all’ora di pranzo. Non c’è bisogno di un appostamento lungo ore, con il rischio che qualcuno ti veda e chiami la Polizia”.
Insomma, in entrambi i casi l’assassino sarebbe andato sul sicuro, magari avendo studiato sommariamente il profilo della propria vittima designata, ma cogliendo le occasioni al volo. Non una preparazione maniacale, insomma. Lo dimostra il fatto che nel primo caso, il killer è stato colto subito dopo il fatto dal marito di Gianna Del Gaudio. A fronte di una generale disorganizzazione, però, una motivazione eccezionalmente forte, che ha sopperito a qualsiasi mancanza organizzativa.
Diverso il discorso per l’omicidio di Marilena Negri. In quel caso, l’assassino è stato ripreso in entrata e in uscita dalle telecamere su strada. Peccato che la telecamera presente nel parco, proprio nel luogo in cui si è consumato il delitto, puntasse verso il cielo. Coincidenza? Lombardi crede di no: “A Milano, quando il proverbiale freddo meneghino di novembre giustifica cappelli, giacconi e cappucci anche facendo jogging o semplicemente camminando, basta entrare nel parco qualche minuto prima e scegliersi il punto dove, magari incrociandola camminando, sferrare una coltellata alla gola di Marilena Negri. Un punto dove la telecamera non arriva a guardare, anche perché basta un lungo ramo d’albero (o un manganello telescopico) per sollevarla quel tanto che basta affinché guardi il cielo e non la morte della donna”. Non il caso, dunque, ma un’azione deliberata per nascondere all’occhio elettronico l’omicidio.
Tenere gli occhi aperti
Si tratta di teorie, ovviamente. E vanno prese per quel che sono. Non si può tuttavia restare indifferenti alla morte di tre donne in un così ristretto arco temporale e, per di più, in un quadrante geografico tanto ristretto: “L’ipotesi della presenza di un serial killer – conclude Lombardi – non è affatto peregrina. Anzi, leggendo le modalità e altre informazioni disponibili in rete, sarebbe utile avere una profilazione geografica dei luoghi del delitto”.
Cogliamo l’invito del dott. Lombardi e cercheremo di ottenere anche il parere di un esperto in questa precisa branca investigativa. Nel frattempo, lungi dal voler creare inutili allarmismi, sarebbe utile non abbassare la guardia e monitorare la situazione attorno alle zone interessate, cercando di scoprire se negli anni a seguire vi siano stati altri casi – magari passati sotto silenzio – di donne uccise con la gola tagliata.

