Le grandi storie sono eterne. Trasfigurano in leggenda, si arricchiscono di aneddoti e si ramificano in mille rivoli differenti; mettono radici nella memoria collettiva e, dopo tanto tempo, è difficile distinguere la realtà dalle suggestioni partorite dalla nostra immaginazione.
Quella del Mostro di Firenze è una grande storia. Una storia orribile, una leggenda nera. Ma grande. Una storia che fa paura da 50 anni, da quel 14 settembre 1974, quando inizia un percorso di terrore, sangue e morte lungo il quale restano disseminati 14 cadaveri. Tutte coppie sorprese in luoghi isolati in un momento di intimità. Trucidati a colpi di pistola e a pugnalate. Altre due vittime, uccise nel 1968, saranno collegate ai delitti del Mostro solamente nel 1982 in base alla corrispondenza tra i proiettili utilizzati per quell’omicidio e quelli utilizzati in tutti i delitti dal ’74 all’85, ma sono pressoché tutti concordi nel dire che lì la mano omicida fosse un’altra.
Di certo, l’incubo non si è interrotto dopo l’ultimo omicidio del settembre 1985. Anzi, è in quel momento che è cominciato il Mito. E da lì, nel corso degli anni, il Mostro è entrato dentro di noi, nel nostro immaginario collettivo. Si è trasformato nell’incarnazione delle nostre paure e, toccando corde che non sappiamo nemmeno di avere, ha alimentato fantasie oscure che ci hanno portati a immedesimarci talvolta nelle vittime, nel loro terrore, e talvolta nel Mostro stesso, interrogandosi sulla natura di quella pulsione che non si fermava con l’omicidio, ma in alcuni casi proseguiva con il vilipendio, con quelle escissioni che provocano ribrezzo e una sorta di macabra ammirazione.
Ogni nazione “merita” il proprio serial killer. Il nostro è sicuramente archetipo del male più puro e nel corso degli anni è scivolato tra le pieghe dei tanti misteri che popolano gli incubi dell’Italia, se ne è nutrito, ci si è nascosto in mezzo.
L’ultima novità, quella che riguarda il ritrovamento di un Dna che potrebbe essere utilizzato per continuare l’eterna caccia al Mostro, è l’ennesimo capitolo di una storia che è destinata a non avere mai fine, anche se – auspicabilmente – il vero omicida venisse un giorno identificato. Si aprirebbe, a quel punto, un’altra saga non meno macabra e non meno avvincente, così come macabre e avvincenti sono state la pista sarda, la pista perugina, il processo ai “compagni di merende”, la presenza mai provata di un secondo livello, di una setta segreta dedita agli omicidi rituali.
Quella del Mostro è una fucina inesauribile di storie dell’orrore, una fabbrica infernale popolata da personaggi allucinanti che, in un modo o nell’altro, sono finiti stritolati nell’ingranaggio giudiziario e/o mediatico, immolati uno dopo l’altro sull’altare della leggenda. Il più famoso di loro, Pietro Pacciani, quello più a lungo indicato come il responsabile degli omicidi, era sicuramente un mostro, ma non quel Mostro, e ormai si può dirlo senza tema di smentita.
In questa storia ci sono anche indagini fatte male e processi fatti peggio; ci sono ricercatori ossessionati, giornalisti che vengono arrestati, altri che vanno a caccia di fantasmi d’oltreoceano. Un carosello, un quadro che, visto dalla giusta distanza, ricorda i dipinti di Hieronymus Bosch. Ovviamente seguiremo con interesse lo sviluppo di questo ennesimo filone, aggiornandovi sugli eventuali sviluppi. Anzi, faremo di più, rispolvereremo questa storia, raccontandovi alcuni retroscena poco conosciuti. Dopotutto, il Mostro che è dentro di noi ha bisogno di essere alimentato.
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