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Informatori, agenti segreti, depistaggi, torture e incongruenze: la vicenda che precede e segue la morte di Giulio Regeni, il ricercatore italiano ucciso al Cairo tra la fine di gennaio e i primi di febbraio del 2016, dopo essere stato rapito e torturato per giorni da agenti segreti egiziani, è stata sin da subito segnata da pesantissime ombre tanto nella gestione delle indagini da parte egiziana, quanto nelle iniziative diplomatiche applicate dall’Italia per conoscere la verità su quanto accaduto. Il risultato, a distanza di otto anni dai fatti, è che ancora le certezze sono poche e i dubbi troppi.

Il balletto delle date

Proprio in questi giorni, nel corso del processo che si sta svolgendo a Roma, emerge il ruolo dell’intelligence italiana, ma anche di quella egiziana (un imputato per la morte del giovane partecipò alle ricerche insieme ai nostri 007). Emerge anche il ruolo dell’allora ambasciatore italiano al Cairo, Maurizio Massari, il primo a giungere in obitorio prima che i medici egiziani iniziassero l’autopsia (grazie a una soffiata probabilmente da ambienti CIA), la cui testimonianza nel corso del processo risulta decisiva per fissare i pochi punti certi di questa vicenda. Tra questi, l’informativa inviata a Palazzo Chigi già il 28 gennaio per segnalare la scomparsa di un cittadino italiano al Cairo. Una data che non collima con quanto affermato dall’allora Presidente del Consiglio Matteo Renzi, che, sentito dalla Commissione d’inchiesta che ha svolto i suoi lavori nel corso della XVIII Legislatura, ha riferito di essere venuto a conoscenza del caso Regeni solamente il 31 gennaio.

Un duro colpo alle relazioni diplomatiche

Quale che sia la verità sulle cause che hanno portato alla morte del ricercatore italiano che, come stabilito dai periti durante il processo, ha subito delle sevizie devastanti prima di essere ucciso dalla rottura dell’osso del collo ed essere abbandonato lungo una strada che dal Cairo porta ad Alessandria, una cosa è certa: per i rapporti diplomatici tra Italia ed Egitto è stato un colpo durissimo. Un intreccio di rapporti economici di lungo corso, gli interessi dell’Eni e, soprattutto, il ruolo geopolitico di un presidente come Abdel Fattah Al Sisi, salito al potere con un colpo di Stato militare nel 2014, hanno dato adito nel corso degli anni a giustificati dubbi sulla corretta gestione di quello che definire un incidente diplomatico è riduttivo.

Sin da subito le dita puntate contro Al Sisi sono state moltissime. Dopotutto, il presidente gestisce con pugno di ferro la sicurezza interna del proprio paese. Possibile che non fosse a conoscenza delle azioni dei suoi servizi di sicurezza? Difficile da credere. Eppure qualche voce fuori dal coro ha tentato di sollevare timidamente – e per lo più nell’indifferenza generale – qualche dubbio affidato alla logica. Il 28 novembre 2016 ci provò Giordano Stabile dalle pagine de La Stampa, subito ripreso da Piccole Note. Il giornalista si chiedeva se non fosse peregrino pensare che l’uccisione di Regeni – e il ritrovamento del corpo avvenuto proprio nel giorno in cui la delegazione italiana composta dall’ex ministro dello Sviluppo economico Federica Guidi e l’ex direttore dell’Aise Alberto Manenti – fosse un’operazione studiata per danneggiare l’immagine di Al Sisi agli occhi dei partner occidentali e, di conseguenza, le relazioni internazionali.

Un’operazione di falsa bandiera

La tempistica del ritrovamento del corpo di Regeni, in effetti, avviene con un tempismo a dir poco imbarazzante per il presidente egiziano. Se davvero fosse stato a conoscenza di quanto stava avvenendo in qualche base segreta, con i suoi uomini che martoriavano il corpo di un giovane italiano, possibile che abbia permesso un ritrovamento così plateale, in una strada ad alta percorrenza e in pieno giorno? Collegandoci ai dubbi sollevati da Stabile, non può essersi trattato di un’operazione di falsa bandiera sorta tra le fila dei servizi di sicurezza egiziani? La storia ce lo insegna: i servizi segreti di ogni paese non sono dei blocchi monolitici. Esistono le cordate, esistono i gruppi di potere. Esistono le rivalità. E se il rapimento, la tortura, l’uccisione e il ritrovamento di Giulio Regeni rispondesse a questa logica perversa?

L’ipotesi di Mario Mori

A crederlo è anche un pezzo da novanta della nostra intelligence. A margine di un incontro pubblico per la presentazione del suo libro, il generale Mario Mori, dal 2001 al 2006 direttore del Sisde, commentando le ultime notizie riguardanti il processo a carico degli 007 egiziani imputati per la morte del ricercatore italiano ha commentato: “Se davvero Al Sisi avesse ordinato o comunque avallato l’uccisione di un cittadino italiano credete sul serio che si sarebbe trovato il corpo? Piuttosto l’avrebbero caricato su un elicottero e lo avrebbero lasciato da qualche parte nel deserto. Nessuno l’avrebbe mai più trovato”. Brutto da dire, ma ha perfettamente senso.

Anche l’ultimo tra i consiglieri con cui certamente anche Al Sisi si confronta sarebbe stato in grado di capire che l’uccisione di un cittadino italiano avrebbe esposto l’Egitto e il suo presidente a una pressione mediatica spietata. Difficile immaginare che si sia deciso a tavolino di chiudere la questione abbandonando il corpo di Regeni orrendamente seviziato in strada, offrendo la possibilità – come poi effettivamente è avvenuto – che gli italiani, nella persona dell’ambasciatore, potessero rendersi conto di persona di quanto era stato fatto a quel povero ragazzo.

L’esercizio della logica

Forse è bene precisarlo: qui non si vuole tutelare l’immagine di Al Sisi. Tuttavia, in certi casi, l’esercizio della logica potrebbe aiutare a cogliere sfumature che rischiano di perdersi per strada, suggerendo piste che potrebbero portare più vicini alla comprensione dei fatti. Se mai ci sia qualcosa da comprendere di fronte a un orrore inimmaginabile come quello che è stato riservato a Giulio Regeni.

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