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Cronaca nera

Delitto di Garlasco: il lavandino, le impronte, i pedali… Ecco tutto quello che non torna

Dalle impronte sul dispenser del sapone in casa Poggi, ai pedali della bicicletta: ecco le incongruenze della sentenza di accusa.

Se quello del delitto di Garlasco fosse un film, sarebbe uno di quei legal thriller in cui il finale è in realtà un non-finale. Una di quelle conclusioni che lascia necessariamente l’amaro in bocca e una sensazione di incompiutezza che fa sperare in un capitolo conclusivo.

Una storia sbagliata

In questa storia, purtroppo, un capitolo conclusivo non può esserci perché la conclusione c’è già stata. Resta il dolore di due famiglie: quella di Chiara Poggi e quella di Alberto Stasi. Due dolori ovviamente molto diversi, ma che non ammettono finali alternativi. Eppure noi che questa storia la osserviamo dall’esterno, ci rendiamo conto che forse le cose sarebbero potute andare diversamente.

Vi abbiamo parlato dei sette indizi che inchiodano Stasi e che gli sono valsi una condanna a 16 anni di carcere per omicidio volontario. Li stiamo analizzando uno ad uno, dimostrando come nessuno di essi sia preciso, grave e concordante: tre caratteristiche che sono necessarie a rendere degli indizi validi per una condanna. Com’è possibile, vi potreste chiedere. Com’è possibile – in un caso di cronaca nera così esposto mediaticamente – condannare una persona sulla base di indizi che non si tengono tra loro?

La risposta non ce l’abbiamo. Andrebbe chiesto ai giudici che hanno steso la sentenza di condanna. Ma non è questa la sede. Piuttosto, andiamo ad analizzare due dei sette indizi che non solamente in aula, ma che per anni hanno tenuto banco nelle trasmissioni televisive o sulle pagine dei giornali. Partiamo dal primo: le impronte di Alberto Stasi sul dispenser del sapone in casa Poggi.

Il dispenser, il lavandino, il sangue che non c’è

Si legge nella sentenza di condanna: “Sul dispenser del sapone – sicuramente utilizzato dall’aggressore per lavarsi le mani dopo il delitto – sono state trovate soltanto due impronte, entrambe dell’anulare destro di Alberto Stasi” questo dimostrerebbe come Stasi “maneggiò il dispenser per lavarlo accuratamente dopo essersi lavato le mani ed avere ripulito il lavandino, il che spiega l’assenza di sangue sul dispenser e nel sifone del lavandino”.

Cerchiamo di fare chiarezza: sul dispenser – e in generale sul lavandino – c’è una perizia fatta nel corso del processo di primo grado e c’è una relazione dei RIS. I test effettuati per la ricerca di tracce di sangue hanno dato tutti esito negativo: non c’è sangue nel sifone, non c’è sangue nel lavandino, non c’è sangue sul rubinetto, non c’è sangue sul dispenser. Neanche una minima traccia. Certo, potreste pensare, Alberto Stasi l’ha lavato accuratamente.

Ma ora ricordiamoci il lasso di tempo in cui avrebbe commesso il delitto: 23 minuti, dalle 9.12 alle 9.34. In questo arco temporale Stasi avrebbe ucciso Chiara, avrebbe ripulito la scena del crimine, avrebbe nascosto l’arma del delitto, sarebbe tornato a casa in bicicletta (nel corso del tragitto avrebbe nascosto la bicicletta) e poi si sarebbe comodamente seduto al computer. Adesso soffermiamoci sulla pulizia del lavandino: intanto qualcuno dovrebbe spiegare come sia possibile pulire un sifone da tracce di sangue. Smontandolo? Utilizzando solventi chimici che non sono stati trovati? Mistero.

Venendo poi alla pulizia esterna, anche qui qualcosa non torna. Se si osservano attentamente le foto agli atti, ci si accorge che il lavandino non è affatto pulito. Spiccano sul bianco del sanitario, per esempio, alcuni capelli (per la precisione 4) di Chiara. Inoltre, sul rubinetto viene ritrovato dna del padre di Chiara, partito per le vacanze il 5 agosto. Quindi, se pulizia c’è stata, di certo non è stata profonda, come per lavare via del sangue.

Veniamo al dispenser, facendo una piccola premessa: tutto quello che stiamo dicendo e che diremo, non sono novità. Tutto è agli atti, tutto è pubblico. Basta solo voler leggere, capire, ragionare. Di tutto questo, però, non si è parlato nelle trasmissioni dove gli opinionisti o pseudo-criminologi hanno pontificato sul tono di voce di Stasi quando chiama il 118 o sul suo sguardo glaciale. Su quel dispenser che rientra nei 7 indizi che hanno portato alla condanna di Stasi, per esempio, non ci sono “solo” le impronte di Alberto. C’è anche dna di Chiara, commisto a quello della madre. Dna che non è commisto a quello di Stasi e che quindi non può essere stato confuso. Di più, il dispenser – che secondo la sentenza sarebbe stato lavato – presenta delle colatura di sapone e quelle che i carabinieri del RIS definiscono delle “crosticine”.

Ci sono poi altri elementi che la sentenza nemmeno considera, ma che risultano dalle prove scientifiche in atti: le impronte – comprese quelle di Alberto – non sono databili; Alberto Stasi, in quanto fidanzato di Chiara, e in particolare in quei giorni in cui i genitori della ragazza erano fuori per le vacanze, frequentava la casa. La sera precedente l’omicidio, inoltre, i due fidanzati avevano mangiato la pizza. E, al netto di qualche eccezione, la pizza si mangia con le mani. Dunque è ipotizzabile che sì, Alberto abbia toccato quel dispenser. Appunto per lavarsi le mani. Dalle foto reperibili in atti, poi, si notano non meno di altre 9 impronte digitali che non sono di Stasi.

L’assassino allo specchio

Concludendo l’analisi di questo indizio, è vero, l’assassino avrà sicuramente sostato all’ingresso del bagno. Ci sono le sue impronte (quelle delle scarpe con la suola a pallini) sul tappetino di fronte al lavandino e allo specchio. Si sarà guardato, non sappiamo quanto a lungo e non sappiamo pensando cosa. Ma le evidenze scientifiche escludono che abbia toccato alcunché con le mani sporche di sangue.

E allora, che sia stato Stasi o qualcun altro a commettere il delitto, come può essere uscito di casa completamente ricoperto di sangue? Non lo sappiamo. Quello che sappiamo è che da casa Poggi sono spariti due teli da mare e che nessun altro lavandino, oltre a quello del bagno al piano terra, è stato analizzato dal RIS.

La bicicletta nera

Passiamo ora a un altro indizio. E stavolta sì, racconteremo un retroscena poco noto (ovviamente sempre presente in atti, ma non in quelli relativi al delitto di Garlasco).

Parlando del delitto di Garlasco, tutti ricordano la questione riguardante la famosa bicicletta nera vista da due testimoni poggiata sul muro di cinta di casa Poggi nell’orario indicato come quello dell’omicidio (un terzo testimone vedrà la bicicletta nera inforcata da una persona che non è Alberto Stasi, con in mano qualcosa che descrive come un alare da camino. Salvo poi ritrattare tutto).

Quella bicicletta nera verrà cercata subito a casa di Alberto dai carabinieri, che però troveranno altre tre bici non corrispondenti alla descrizione fatta dalle testimoni. Il papà di Alberto, nel frattempo, rivelò subito l’esistenza di una quarta bicicletta non menzionata dal figlio in fase di interrogatorio e parcheggiata presso il negozio di sua proprietà. Il 14 agosto 2007, il giorno dopo il delitto, il maresciallo Francesco Marchetto, all’epoca comandante della stazione dei Carabinieri di Garlasco, si reca sul posto, osserva la bicicletta e stila una relazione di servizio in cui sostiene che non sia rispondente alla descrizione fatta dalla testimone Franca Bermani, sentita il giorno precedente da un altro carabiniere.

Il 30 ottobre 2009, durante un’udienza nel corso del processo di primo grado ad Alberto Stasi, Marchetto rilasciò la sua testimonianza e, alla domanda se fosse presente e se avesse sentito di persona la Bermani parlare della bicicletta, rispose di sì. Questo è un dettaglio importante, tenetelo a mente.

Lo scontro Marchetto – Tizzoni: genesi di un retroscena

Ora facciamo un salto temporale in avanti e arriviamo al dicembre 2012. All’interno di un’abitazione di Alagna (Pavia) avviene un incontro molto particolare, soprattutto per le conseguenze che sembra aver avuto sulla carriera del maresciallo Marchetto. Per ricostruire questo incontro ci affidiamo da un lato a una memoria redatta dallo stesso Marchetto e depositata agli atti di un’inchiesta che l’ha coinvolto e che riguarda proprio la bicicletta nera; dall’altro, ai ricordi di un partecipante a quell’incontro: Riccardo Sindoca.

L’incontro avviene in casa della madre di quest’ultimo. Sono presenti lui, l’avvocato della famiglia Poggi Gianluigi Tizzoni, l’avvocato Maurizio Carta e Francesco Marchetto. Secondo Sindoca, a fare in modo che venisse organizzato questo meeting fu l’avvocato Carta, che all’epoca rappresentava Marchetto, il quale stava avendo dei problemi con un collega, il Capitano Gennaro Cassese.

Se Sindoca era stato coinvolto nella sua funzione di criminalista, non sappiamo il motivo della presenza di Tizzoni. Affidandoci alla memoria di Marchetto, tuttavia, possiamo dire che quest’ultimo e l’avvocato dei Poggi si conoscevano, in quanto entrambi di Garlasco. I rapporti erano buoni, Marchetto sostiene che si davano del “tu”.

Ecco come Marchetto ricostruisce quella conversazione: “[…] ebbi modo di raccontagli [a Tizzoni] delle mie vicissitudini giudiziarie; espressi senza tema di smentita che tutto quanto mi stava accadendo derivava dalla mera malevolenza nei miei confronti da parte del Capitano Cassese; di poi, parlando dell’omicidio della povera Chiara, proprio della bicicletta custodita all’interno del magazzino di Nicola Stasi [padre di Alberto], ribadii le ragioni del mancato sequestro da parte mia ma anche puntualizzai, argomentando, che a mio avviso le indagini erano state condotte malissimo. Proprio a quel punto ribadii una volta di più che una parte delle indagini, quelle che riguardavano la famiglia Cappa, non erano state fatte a modo, ovvero, che non vi fossero riscontri concreti in merito agli alibi, davvero mai verificati, e, anche, parlai di una bicicletta nera un [sic] uso ai Cappa, mai controllata, nonché di tante altre cose ancora. Conclusi dicendo che sarei stato disponibile a ripetere tutte queste cose in un aula [sic] di Tribunale, se solo mi avessero citato”.

La famiglia Cappa è quella delle sorelle Paola e Stefania, cugine di Chiara, che per un breve periodo finirono nella bufera mediatica per un fotomontaggio raffazzonato che le mostrava sorridenti in compagnia della cugina da poco massacrata. Marchetto non usa mezzi termini. Di fronte all’avvocato della famiglia Poggi esprime le sue perplessità sulla colpevolezza di Stasi e sembra adombrare pesanti sospetti su quella famiglia piuttosto nota a Garlasco. La reazione di Tizzoni è particolarmente dura, ovviamente sempre stando alla versione cristallizzata da Marchetto: “L’avvocato Tizzoni, a questo punto, mi zittì profferendo innanzi ai presenti la seguente frase “NO PER ME E’ STATO STASI SE COSI NON FOSSE DISMETTEREI IL MANDATO” [sic]. La perentorietà dell’affermazione lasciò tutti un poco stupiti […]”.

Falsa testimonianza

Dopo questo incontro avviene qualcosa. Una cosa che Marchetto ritiene collegata a quanto accaduto in casa della madre di Riccardo Sindoca. Il 25 gennaio 2013 l’avvocato Tizzoni, a nome della famiglia Poggi, presenta un esposto nei confronti del maresciallo, accusandolo di falsa testimonianza: Marchetto, secondo l’accusa, ha mentito quando ha detto di essere stato presente alla testimonianza di Franca Bermani. E in effetti, nel corso del processo che scaturirà sarà chiarito che no, Marchetto non era in quella stanza, ma si limitò a leggere la relazione di servizio in cui venivano riportate le parole della donna. Quello che stupisce il maresciallo sono però le tempistiche: “[…] con ancor maggiore sorpresa rilevo che l’indagine su di me, prende corpo in base ad un esposto presentato dall’avv. TIZZONI in data 25.01.2013 ovvero a tre anni e tre mesi circa dall’udienza di riferimento, allorquando avevo deposto, cioè quella del 30.10.2009 […] il lasso di tempo intercorso […] colorava di un chè [sic] di inquietante tutta la vicenda“.

Lo scambio dei pedali

Avviamoci a conclusione, con un ulteriore salto in avanti: giugno 2014. Con uno scoop del Corriere della Sera, viene anticipata un’intuizione dell’avvocato Tizzoni che, in sede di indagini difensive, sposterà l’ago della bilancia verso la condanna a 16 anni per Stasi. Si torna a parlare della bicicletta, ma stavolta non di quella nera. Parliamo della bicicletta marca Umberto Dei, una di quelle segnalate sin da subito da Alberto ai carabinieri. La biciletta, rossa e per nulla somigliante a quella vista dai testimoni, è la sua.

L’avvocato Tizzoni racconterà in diverse occasioni la circostanza: a notte fonda, preda dell’insonnia, gli venne la curiosità di confrontare le foto della bicicletta in uso a Stasi con delle foto prese da internet della stessa bici. E qui l’illuminazione: i pedali della Umberto Dei di Stasi non sarebbero quelli originali.

Si apre qui un filone che porterà all’individuazione dell’ennesimo indizio a carico di Stasi, il quale, una volta commesso il delitto e una volta nascosta nel magazzino di suo padre la bicicletta nera (peraltro non corrispondente a quella vista dalle testimoni), avrebbe smontato i pedali sporchi di “sangue” (le virgolette non sono messe a caso, ci arriviamo) e li avrebbe scambiati con quelli montati sulla Umberto Dei.

Ora, posto che per smontare dei pedali e rimontarli su un’altra bicicletta ci vuole un po’ di tempo (di certo è impossibile farlo nell’arco di 23 minuti se si deve anche ripulire una scena del crimine e far sparire un’arma), verrebbe da chiedersi: perché non farli sparire insieme all’arma del delitto e, invece, montarli su una bicicletta che sicuramente verrà vista – e magari anche ispezionata – dagli inquirenti. E ancora: dove diavolo sarebbero finiti i pedali originali della Umberto Dei? Mistero.

Le tracce sui pedali: è davvero sangue?

Il filone suscita particolare clamore perché su quei pedali viene trovato qualcosa. Sangue, viene scritto in sentenza basandosi sulla relazione del RIS che, dall’analisi del vetrino al microscopio, individua un globulo bianco. Uno. Peccato che quando i periti del tribunale apriranno lo stesso vetrino, scopriranno che quel dna non era nemmeno di Chiara. Peccato anche che le analisi effettuate specificatamente per la ricerca di sangue (combur test, luminol, immunocromo) abbiano dato tutte esito negativo. Su quei pedali c’è del dna, è vero, ma niente emoglobina. Si parlerà di materiale “altamente cellulato” e in effetti potrebbe trattarsi di epidermide. Fu la stessa mamma di Chiara Poggi, infatti, a dichiarate a SIT di come la figlia avesse riportato un’escoriazione alla caviglia dopo essere stata in gita con Alberto ed essersi seduta sulla canna delle bicicletta Umberto Dei.

Tuttavia, mediaticamente (e anche in sentenza) è passata una verità granitica: Alberto Stasi ha scambiato i pedali delle due biciclette, mettendo quelli sporchi di sangue sulla bicicletta che sicuramente non sarebbe stata ricollegata a quella vista dalle testimoni. Questo a dispetto, per esempio, di una consulenza tecnica firmata dall’ing. Pierangelo Adinolfi e disposta dalla Procura generale di Milano, nella persona della dott.ssa Laura Barbaini, che dimostra come quei pedali non siano mai stati scambiati. Evidentemente, però, questo è stato considerato un dettaglio trascurabile, soprattutto in sede mediatica.

A conclusione, c’è ancora bisogno di parlare di questa storia? Si, c’è ancora bisogno. E continueremo a farlo.

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