Delitto di Garlasco – Ecco perché bisogna riparlarne

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Gli ingredienti per una grande storia ci sono tutti: una coppia di fidanzatini, lei che viene uccisa, lui che viene arrestato. Ci sono le indagini chiacchierate, gli alibi che prima non ci sono e poi invece si, le piste mai battute, un processo dai mille colpi di scena, e un contorno di personaggi che talvolta sembrano usciti dalle pagine di un romanzo di James Ellroy, se non fosse che questa è una storia tipicamente italiana.

Il delitto di Garlasco è stato uno dei casi di cronaca nera più attenzionati dalla stampa degli ultimi vent’anni. Era il 13 agosto 2007 quando la tranquillità di un paese di nemmeno diecimila anime nella provincia di Pavia viene sconvolta dal ritrovamento del cadavere di Chiara Poggi, 26 anni. A compiere la macabra scoperta all’interno della villetta di via Pascoli, il fidanzato di lei, Alberto Stasi, che da subito, complice un tam tam mediatico come non se ne vedeva da tanto tempo, diventa il biondino dagli occhi di ghiaccio, quello della telefonata al 118 che viene fatta sentire in televisione e gli attira addosso i sospetti di mezza Italia per il tono considerato troppo distaccato, quello che, nel giro di pochissimo tempo, diventerà per tutti un mostro.

Alberto Stasi

Adesso che si torna a parlare della strage di Erba e della possibile revisione del processo, mentre giornalisti e opinionisti da salotto televisivo tornano a interrogarsi sul ruolo dei media in vicende di cronaca nera, è impossibile non ricordare l’effetto che gli organi d’informazione ebbero nell’evolversi di questa vicenda. Per anni il pubblico si è nutrito della storia di una ragazza senza grilli per la testa, con una laurea in tasca, un lavoro da impiegata, che una mattina – ancora in pigiama – stacca l’allarme di casa, apre la porta a qualcuno che sicuramente conosceva bene e, senza un motivo apparente, viene massacrata con una, forse due armi, mai ritrovate. Per anni il pubblico ha guardato ad Alberto Stasi come si guarda a un lucido e spietato assassino, a un pervertito, per un certo periodo di tempo anche a un pedofilo. E tutto questo – a distanza di tempo possiamo affermarlo con certezza – grazie a una narrazione dei fatti che definire distorta è riduttivo.

Per quanto i due casi non siano assimilabili tra loro, un paragone tra la strage di Erba e il delitto di Garlasco è inevitabile farlo: in entrambi i casi la stampa ha delle responsabilità. La distorsione dei fatti, la parzialità dei racconti, la non conoscenza dei dettagli hanno generato abnormità che resistono ancora oggi.

Per quanto riguarda il delitto di Garlasco, queste abnormità hanno consentito che un ragazzo – oggi un uomo – passasse anni chiuso dentro una cella. E questo dopo non aver fatto tutto il possibile per accertare che sì, giustizia sia davvero stata fatta. Perché è anche questo il ruolo della stampa: laddove la verità processuale stabilisce qualcosa, l’informazione può non fermarsi, può cercare di andare oltre, di sondare quei terreni che gli inquirenti, per un motivo o per un altro, non hanno battuto. Ma per il delitto di Garlasco, come per la strage di Erba, il fronte colpevolista è stato compatto sin da subito e guai a pensarla diversamente. Pena: la gogna.

In pochi hanno cercato di andare oltre, di scavare laddove non si era scavato prima, di farsi le domande rimaste senza risposta. E il delitto di Garlasco di domande senza una risposta ne ha ancora tante. Domande che, se poste correttamente, disegnano uno scenario differente da quello cristallizzato dalla narrazione mainstream. Domande che aprono scorci inquietanti, dove fa paura anche solo affacciarsi. Ma è proprio lì, negli anfratti più oscuri di questa vicenda, che forse si nascondono le risposte.

Perchè parlare di Garlasco dopo 17 anni?

Noi queste domande ce le siamo fatte. E sarete voi a giudicare se sono domande sensate. Quello che ci apprestiamo a compiere è innanzi tutto un viaggio contro il pregiudizio, un esercizio di demolizione di convinzioni ormai consolidate. E per farlo, dobbiamo porci subito la prima domanda, quella più necessaria: ha davvero senso tornare a parlare del delitto di Garlasco a 17 anni di distanza dai fatti? Dopo un tentativo finito nel vuoto di ottenere la revisione del processo? Ora che Alberto Stasi ha quasi finito di scontare la propria pena?

La risposta è sì. Ed è una risposta semplice. Perché laddove vi sia il sospetto che giustizia non sia stata pienamente fatta, e che in circolazione possa ancora esserci un killer, o magari più di uno, non ci si può fermare dal cercare la verità. Quella vera. Può sembrare un’affermazione forte. E forse lo è.

Qui non si tratta di schierarsi dalla parte degli innocentisti o dei colpevolisti; le tifoserie da salotto televisivo non ci interessano: quello che ci interessa è fare informazione corretta. Lo faremo partendo dall’analisi degli elementi indiziari che hanno portato alla condanna di Stasi. Sette indizi che sono stati considerati dalla Cassazione gravi, precisi e concordanti. Questo perché nel nostro ordinamento giuridico, l’esistenza di un fatto – in questo caso la responsabilità omicidiaria di Stasi – non può essere dedotta da indizi che non rispondano a queste tre prerogative.

Una delle immagini allegate alla consulenza di parte civile nel processo per l’omicidio di Chiara Poggi, avvenuto a Garlasco all’interno dell’abitazione della studentessa il 13 agosto 2009

Ebbene, analizzeremo questi elementi uno ad uno e vi dimostreremo come non siano né precisi, né concordanti. Gravi sì, ma per come sono stati portati alla luce e comunicati alle masse. Alla fine, la narrazione che fino ad oggi vi hanno propinato per il delitto di Garlasco non potrà sembrarvi per quello che in realtà è: un’enorme mistificazione.