Nel cuore di Roma — non ai suoi margini, ma nei luoghi simbolici del centro storico: Campo de’ Fiori, Largo Argentina, piazza San Silvestro — una coppia si muove portando con sé una bambina molto piccola. L’uomo è in evidente stato di alterazione: ubriaco, aggressivo, si ferisce, urla. La donna tiene la bambina in braccio, cercando di gestire la situazione. Non hanno un passeggino, né indumenti adeguati. Di notte dormono in una tenda, fornita da un’associazione, nel parco di Villa Pamphilj.
Sono visibili. Vengono notati. Vengono segnalati. Eppure non accade nulla. Nulla, nonostante la condizione instabile dell’uomo sia manifesta. Per circa due settimane questa specie di famiglia ha vissuto in condizioni precarie, come attestano sia gli accertamenti investigativi che le testimonianze. Si lavavano presso il mercato di San Silverio, percorrevano le strade della città a piedi. L’uomo, spesso visibilmente alterato, entrava nei negozi con la neonata in braccio, cercava di farla sedere sui sellini di moto parcheggiate: lei, appena dieci mesi, non era in grado di reggersi e rischiava di cadere. Tuttavia nessuno è intervenuto.
Una cittadina nota la scena. È allarmata. Inizia a seguirli. Li osserva. Telefona più volte alle forze dell’ordine. La sua preoccupazione è fondata, sincera. Una pattuglia interviene. L’uomo reagisce con ostilità, rivendica la propria cittadinanza statunitense, affermando di non poter essere toccato. È convinto che ciò basti a garantirgli protezione. E, nei fatti, ha ragione: funziona. Sopraggiunge una seconda unità, con un superiore. La situazione si calma, ma nessuna misura concreta viene adottata. Le forze dell’ordine rassicurano la cittadina, ridimensionano la minaccia. Spiegano che l’uomo è “una persona conosciuta”, “un americano agiato”, “un regista”, che “risiede in un immobile di pregio nei paraggi”. La bambina resta nelle mani di quel mostro.
Pochi giorni più tardi, la donna e la bambina verranno ritrovate prive di vita a Villa Pamphilj. L’uomo, identificato come Francis Kaufmann, è già fuggito all’estero. Non ha denunciato la scomparsa della compagna e della figlia. Ha assunto una falsa identità, presentandosi come Rexal Ford. Quando l’Italia chiede l’estradizione, rifiuta, dichiarando che non intende sottoporsi al giudizio di un Paese che — a suo dire — “è gestito dalla mafia”.
Andromeda, la bambina invisibile
Chi è Francis Kaufmann? È un cittadino statunitense di 46 anni. Ha ricevuto oltre 800mila euro di fondi pubblici italiani per la realizzazione di un film mai portato a termine. Ha dichiarato che Anastasia “non era il suo tipo”, perché abitualmente frequentava attrici e modelle. Negli Stati Uniti è stato denunciato almeno cinque volte per violenza domestica. In Italia, però, non ha mai subito verifiche. Anastasia Trofimova era una giovane donna di origine russa. La figlia si chiamava Andromeda. Nessun documento lo certifica, ma esisteva. In un video — mostrato durante una trasmissione televisiva — si vedono i suoi primi passi, le braccia tese, la fiducia negli occhi. Prima verso la madre. Poi verso l’uomo. Poi nel vuoto. Andromeda non è mai stata registrata all’anagrafe. È stata invisibile fin dal principio. Nessun servizio pubblico si è interrogato sulla sostenibilità della sua condizione: una neonata che vive in una tenda, senza assistenza, in una capitale europea. Nessuno ha pensato che forse, in quella situazione, era necessario intervenire. Eppure erano lì. Presenti. Sotto gli occhi di tutti.
Chi ha provato a reagire — come la donna che ha dato l’allarme — è stato deriso. Come spesso accade ai cittadini coscienziosi che “stalkerano” le forze dell’ordine per segnalare qualcosa che non va. E poi, quasi sempre, le tragedie accadono. “Forse è intervenuta perché è madre”, è stato detto in televisione. Le donne sono sempre isteriche, si sa. Ma non serve essere genitori per provare empatia, per riconoscere un pericolo, per agire. Serve solo umanità e intelligenza. Anche Kaufmann era padre. Così come lo erano, probabilmente, gli agenti intervenuti. Ma nessuno di loro ha protetto Andromeda. La bambina non è morta solo per mano di un uomo. È morta perché un intero sistema ha ritenuto quell’uomo non pericoloso.
Perché era americano.
Perché era bianco.
Perché “si diceva” fosse ricco.
Perché la sua parola pesava più di qualsiasi segnalazione. Se fosse stato nero? Rom? Un migrante privo di documenti? Sarebbe stato trattato con la stessa indulgenza? Gli sarebbe stata lasciata in braccio una neonata? Esiste una gerarchia silenziosa ma operante. Al primo posto: il colore della pelle. Nero o pelle scura? Subito allarme. Bianco caucasico? Nessun problema. Poi la nazionalità. Essere un americano bianco vale più di tutto. Americano nero? Forse sarebbe stato fermato. Bianco est-europeo? Più controllato. Rom? Colpevole per definizione. Africano? Sorvegliato sempre. Kaufmann possedeva il profilo perfetto per passare inosservato. Bianco, americano, uomo, con un alone culturale. Il suo passaporto ha parlato più forte delle urla, dei pianti, delle preoccupazioni. E quella classifica — tanto invisibile quanto letale — ha prevalso su ogni dovere, su ogni responsabilità. Una classifica vecchia che ricorda, al contrario, quando sulla piccola isola di Ellis Island, ufficiali americani imponevano test linguistici, misuravano crani, scartavano chi era considerato “non‑caucasico” o “non‑civilizzato” agli inizi del secolo.
Potenza di un passaporto
Ma la storia non inizia a Roma. Prima di tutto, c’è Malta. Kaufmann aveva vissuto per mesi a Marsaskala, presentandosi con nomi fittizi, tra cui “Rexal Ford”. Abitava in un appartamento insieme ad Anastasia e alla bambina. Parlava di cinema, di progetti, di sceneggiature. Nessuno ha mai verificato la sua identità. Eppure, nello stesso Paese, ogni giorno centinaia di migranti africani vengono fermati, trattenuti, identificati come “irregolari”. Del resto, sono loro la “malarazza”.
Nel marzo 2025 Kauffman ha lasciato Malta su un catamarano privato, affittato usando un’altra identità ancora: “Matteo Capozzi”. Ha raggiunto la Sicilia via mare, senza passare da alcuna frontiera ufficiale, eludendo qualsiasi controllo. Non era la rotta dei barconi, non c’erano telecamere, né pattuglie. Eppure il suo “sbarco” è stato nobile. Quello di un uomo con documenti falsi, un sorriso ammiccante da viveur, il curriculum da produttore, un passaporto che è un via libera.
Andromeda poteva essere salvata. Anastasia poteva essere salvata. Ma nessuno ha voluto guardare davvero. Nessuno ha osato contraddire ciò che quel passaporto rappresentava. Nessuno ha messo in discussione il riflesso condizionato che associa il potere alla pelle chiara, alla cittadinanza occidentale, alla retorica dell’artista. Si tratta di una cosa che accade a tutti i bianchi, compreso chi scrive. In aeroporti e frontiere, i nostri passaporti sono visti come una garanzia, accompagnati da occhiolini e sorrisi. Noi siamo quelli buoni. Si chiama white priviledge, invece. Ed è un bias cognitivo.
Francis Kauffman sarà estradato in Italia. La Corte d’Appello di Larissa, in Grecia, ha dato il via libera alla consegna alla magistratura italiana. Sarà interrogato non appena giungerà in Italia. L’accusa è di omicidio volontario aggravato. E se in tribunale davvero la legge è uguale per tutti, questa volta il passaporto non conterà nulla.
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