Così ho cambiato vita. Parla l’ex medium-assassino delle Bestie di Satana

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Cronaca nera /

Lui era il medium sensitivo della setta. Lui cadeva in trance. Qualche affiliato, probabilmente lui, ma non ne è certo, ebbe l’illuminazione: «Ci chiameremo The Beasts of Satan». La feroce cooperativa di serial killer a matrice satanista che a cavallo del Duemila sconvolse a colpi di piccone, vanga e martellate l’Italia intera con omicidi, istigazioni al suicidio e riti demoniaci, non ha bisogno di nessuna presentazione. Il “nuovo” Mario Maccione, il Ferocity delle Bestie di Satana, sì.

La versione del killer

A vent’anni dai delitti della saga noir, l’ex adepto, libero dall’ottobre 2017, vuole essere raccontato per la persona che è oggi, ben lontana da quell’armamentario di sfide al Creatore, scritte inneggianti a Satana, pentacoli, croci rovesciate, numeri 6, messe nere ed orge, di cui il suo passato è fin troppo pieno. In questi giorni sta presentando il suo libro di prossima uscita Cambio vita, un diario di sopravvivenza con ingressi mascherati e uscite segrete. Parla con noi a ritmo di narrazione. Porta in superficie i dimenticati. Concede perfino confidenze.

Chi si merita il prossimo libro di Mario Maccione?

«È rivolto a tutte le persone che stanno affrontando inferni personali quali dipendenze, depressione, attacchi di panico e problemi di stress. Se lo meritano tutti coloro che sono schiavi nella mente e nel corpo. Le dipendenze sono i manicomi dei nostri giorni e, io, più che leggerle e saperle, le ho taccate con mano, le ho sentite sulla mia pelle e sperimentate in prima persona durante i miei anni di sballo e frequentazione degli abissi».

Come sei riuscito a guidare la tua mente fuori dal tunnel e dalla prigione in cui erano rinchiuse ansia e depressione?

«Uscire da quel cocktail di disagio fisico e psichico è stato come andare in guerra. Lo scrivo anche nel mio libro: “Bisogna avere una buona strategia, le armi giuste e una volontà d’acciaio. Devi essere un guerriero e se non lo sei lo diventi”. Ci vuole tanta voglia di vivere e, ovviamente, tanto desiderio di riscatto. So che può sembrare una frase fatta, ma ringrazio di aver vissuto attimi di tristezza infinita e di chiusura totale, non perché io sia masochista o cose del genere, ma semplicemente perché in quei momenti ho maturato risposte che prima non avevo. Risposte che oggi vorrei passare a chi mi legge e si trova nel bisogno di rialzarsi, perché possa usufruire della mia esperienza».

Cosa trasforma un pugno di giovani minorenni consumatori di “droghe da sballo” in killer seriali?

«Tutto parte dal sentimento di odio. E quando il livore si trasforma in violenza ogni cosa è possibile. In una situazione di gruppo si miscelano tutti i profili psicologici deviati e, se questi sentimenti sono condivisi, inizia una discesa vertiginosa nel fondo del baratro. Tanto che la mia stessa memoria è riemersa un po’ alla volta dalla “nebbia acida” in cui ero precipitato».

Cosa intendi di preciso per “nebbia acida”?

«Intendo un mix di stati di amnesia, ricordi distorti dagli stupefacenti e di situazioni folli dove le prove di coraggio, (come buttarsi fuori dall’auto a 100 all’ora, attraversare i binari all’arrivo del treno o lanciarsi nell’Adda da un ponte altissimo, ndr), avevano preso il sopravvento. In seguito le paranoie e le manie di persecuzione, la paura, le vendette, le tensioni e quel terribile segreto, (la morte di Fabio Tollis e Chiara Marino, il duplice delitto per cui è stato condannato rimasto nascosto per sei anni, ndr), hanno creato un vissuto psicologico e di reminiscenze che ho definito “nebbia acida”».

Hai vissuto in quella nebbia per anni. Chi eri? Dove ha abitato la tua coscienza fra il 1995 e il 2004?

«La mia coscienza, la mia psicologia e le mie convinzioni si sono trasformate nel corso di quegli anni. Dal 1995 al 1998 provavo odio verso la società e le persone, avevo pensieri violenti. Tutto era leggero, facile e mi sentivo onnipotente. Avevo il bisogno psicologico di eseguire e subire prove di coraggio rischiose dove mettevo a repentaglio la mia vita solo per soddisfare un piacere adrenalinico e affermare il mio potere creato dalle mie stesse convinzioni. Non davo molto valore alla mia vita perché non avevo la percezione del rischio. Ero dipendente dalle droghe perché davano forza a quella realtà e nascondevano quello che era il mio nemico principale: la noia. Dal 1998 al 2004, la mia coscienza ha abitato insieme a pensieri, emozioni e situazioni psicologiche completamente differenti: paura, ossessione, paranoia, sotterfugi e inganni, segreti atroci, frustrazioni, impotenza, tensioni continue, depressione, attacchi di panico e tanto altro».

Chi sei oggi?

«Dai 15 ai 24 anni ho vissuto e frequentato criminali pericolosi con cui ho condiviso la violenza e la follia, dai 24 ai 37 ho vissuto in carcere con criminali di ogni tipo ma con una testa orientata verso il cambiamento, la ricerca della pace e della guarigione. Questo percorso illuminante e sincero mi ha portato a essere quello che sono oggi: una persona semplice, più evoluta. Amo la Natura e la ritengo di vitale importanza per tutta l’umanità. Liberarmi da quello stile di vita, dall’astinenza, posare quella pesante armatura che mi portavo addosso da anni, mi ha fatto sentire un altro. Ora sono alla continua ricerca del benessere, della felicità e dell’amore. Questo ho imparato dopo tutto il mio passato negativo e dopo aver pagato, si dice così, il mio debito con la giustizia».

Il 9 novembre 2007 sei stato condannato a 19 anni e mezzo di cella. I medici penitenziari cosa hanno riscontrato nelle loro diagnosi? Di quali disturbi soffrivi?

«Non ricordo di preciso cosa riscontrarono i medici in carcere durante le prime visite. Ma so per certo che nonostante avessi dichiarato di essere tossicodipendente, non ci fu nessun trattamento sanitario. Fui spedito in isolamento nella cosiddetta “cella liscia” con una capsula di Rivotril la sera. Mi fecero due perizie psichiatriche su ordine del tribunale Ordinario e quello dei Minori, ma furono due perizie discordanti tra loro».

Successivamente sei stato messo in un’area psichiatrica?

«No, mai, non ce ne fu bisogno. Però ricordo che spesso accadeva che persone con disturbi psichici fossero messe insieme ai detenuti comuni con tutti i rischi annessi e connessi».

Per tanti reclusi fare incetta di antidepressivi, sonniferi e antipsicotici, al fine di commerciarli o barattarli, sembrerebbe essere un gioco, il “game”, appunto. È ciò che emerso da una inchiesta condotta da me per conto de Il Giornale e InsideOver. Cosa hanno visto i tuoi occhi?

«Ho visto succedere tantissime cose. Molti detenuti si attaccano alle sostanze e ai farmaci per evadere mentalmente dalla sofferenza carceraria. Gli psicofarmaci, a differenza delle droghe, sono facilmente reperibili senza spese. Ecco perché si crea questo “game”. Si tratta di una spiacevole conseguenza».

Nelle prigioni italiane, quindi, esiste davvero un problema “occulto”: l’iper-uso di psicofarmaci?

«Si!»

Anche tu abusavi di benzodiazepine e simili dietro alle sbarre?

«Dopo la mia uscita dall’astinenza da mescalina, Lsd e cocaina, caddi in una prescrizione continua di tranquillanti e sedativi. Affrontai pertanto una seconda dipendenza da cui dovetti uscire e non fu affatto facile. Se il sistema carcerario non funziona è facilissimo cadere nel labirinto della dipendenza da ansiolitici e altri prodotti farmaceutici. L’essere chiusi tutto il giorno in una cella di qualche metro quadrato in una convivenza forzata con altri 6 o 7 detenuti, può creare dei disturbi psichici a lungo andare».

Occorrono patrie galere migliori o qualcosa di meglio delle patrie galere?

«Il carcere va riformato, su questo non ci piove. Ma basterebbe semplicemente applicare con rigore tutto ciò che prevede il codice penitenziario. Se lo si facesse, si compirebbe un passo in avanti. Si consentirebbe di fare un lavoro serio sui detenuti e questo assicurerebbe una recidiva minore del 70 per cento medio, che equivale a vivere in una società più sicura. Poi bisognerebbe saper cogliere gli interessi anche nascosti dei reclusi, i loro talenti. Solo così facendo si può mostrar loro una nuova vita e una nuova strada da percorrere. Solo in quest’ottica potranno ritornare a credere nelle istituzioni e nelle persone».

Dopo 13 anni e mezzo di carceri sedate (male), caschi a Bollate. Che piega ha preso il tuo percorso detentivo nella casa di reclusione più virtuosa d’Italia?

«Ha preso una piega completamente diversa: studiavo da ragioniere, suonavo la chitarra e potevo fare perfino palestra. Per la prima volta entrai in contatto con operatori sociali, educatori e professionisti veramente interessati al mio percorso di recupero riabilitativo. Volevano “tirar fuori” quelle parti positive di me che non avevo ancora sperimentato. Fino a quel momento avevo accumulato solo rabbia e frustrazione. Questo supporto ha invece rafforzato in me il sentimento di cambiamento».

Milano-Bollate, oggi, è ancora il fiore all’occhiello delle prigioni italiane?

«Purtroppo anche Bollate sta cambiando e con il problema grave del sovraffollamento rischia di soffocare il progetto di un tempo. Queste sono le voci che corrono».

Effetto “Mare Fuori”: quanto è vero ciò che si mostra nella fiction?

«Da quel poco che ho visto, di reale c’è pochissimo. Ma è appunto una fiction, niente di male. Sto trasmettendo tramite dei podcast sul mio canale YouTube storie di carcere vissute da me in prima persona, per informare e per far comprendere che quell’universo chiuso e sconosciuto, è un mondo reale fatto di persone di ogni tipo. Ricordo che, quando ero ristretto, amavo capire, ascoltare e studiare le menti e i pensieri delle persone. Mi “drogavo” di quei racconti. Ne ho accumulati così tanti e di così interessanti, da poter fare intere stagioni, anche di possibili fiction volendo. Sarebbe davvero utile».

Una volta fuori, hai sofferto anche tu della cosiddetta vertigine da uscita? Come l’hai presa? Hai accusato il colpo?

“Moltissimo. É una condizione psicologica che può facilmente sfociare in depressione e in attacchi di panico. Oltretutto io ero un caso mediatico. Sono riuscito a superare l’impasse grazie alla mia forza di reazione e a un ventaglio di tecniche sviluppate nel tempo che descrivo nel mio libro».

Se non ti avessero arrestato, nel giugno 2004, cosa avresti fatto?

«Difficile dirlo. Magari sarei morto per varie cause oppure con problemi psichiatrici. Era quasi impossibile per me uscire da quella spirale di follia. È stato un bene che ci abbiano arrestati tutti. La situazione tra di noi, della setta, era rimasta di vendetta e avrebbe potuto finire molto male».

Mario, posso qualche domanda indiscreta e off-topic?

«Si, certo».

Le Bestie di Satana erano una setta satanica o semplicemente una cooperativa di serial killer che sventolava il simbolo nero del satanismo per giustificare omicidi da giallo?

«Le Bestie di Satana erano una banda di persone ognuna con problemi diversi, una gang in cui tutti svolgevano tutti i ruoli: vittime e carnefici. Ma tutti erano fuori di testa. Delle dinamiche interne di gruppo ci hanno portato all’autodistruzione».

Te lo chiedo papale papale: El Diablo, era solo un pretesto?

«Eravamo divisi su questo punto, per me era solo un fattore esteriore».

In che senso?

«Non tutti condividevano la credenza nel Diavolo. Ciò che ci accomunava era più altro un sentimento anticristiano».

Il Mario di ieri, anticristiano, antifamiglia e antitutto, oggi, crede in Dio?

«No, non credo nel monoteismo. Sono molto più vicino alle filosofie orientali e all’Ermetismo. Premetto, non sono contro la Bibbia e rispetto la Chiesa, ma non nascondo di credere negli alieni e in altre entità non terrestri. A mio parere la realtà è ancora tutta da esplorare».

Ma sei realmente un medium sensitivo?

«Quando ero ragazzino mi ero convinto di esserlo, oggi invece le mie credenze sono diverse».

Le Bestie di Satana sono state colpevoli della morte di Chiara Marino, Fabio Tollis e Mariangela Pezzotta. Dalla prigione di Busto Arsizio, Andrea Volpe aveva però dichiarato: «I nostri non sono gli unici uccisi. Tanti ragazzi scomparsi, da Milano e da altre città, sono stati ammazzati dalle sette». Esiste davvero la setta “X”, di Torino, che opera a livello internazionale, di cui parlava Volpe?

«Non è mai esistita nessuna presunta setta “X”. Volpe e, di seguito altri miei coimputati, hanno utilizzato questa storia per cercare di alleggerire le proprie responsabilità o per sviare le indagini».

C’è chi ancora pensa che solo il cinquanta per cento di questa vicenda sia stata resa pubblica. È così?

«Per quanto riguarda il rilascio degli atti giudiziari sì. É un dato di fatto. Quando gli avvocati parlavano delle carte del nostro processo, si riferivano ad esse come ad una quantità con la quale si sarebbero potute e, si potrebbero, riempire due stanze».

Vien da dire l’inferno in due stanze! Rimane ancora qualcosa da fare?

«Prossimamente ho intenzione di rendere pubblico tutto sul mio canale YouTube. Vorrei far fare alcune riflessioni importanti su questa storia. Quando ci ripenso, non mi sembra vera, mi pare di aver vissuto un film».