Che cos’è (e chi la spaccia, e quanto ci guadagna) l’ayahuasca, la droga della New Age

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Potrebbe essere morto “bevendo ayahuasca e sottoponendosi a un’iniezione di veleno di rana amazzonica sapo kambo“. Alex Marangon, il 25enne trevigiano ritrovato morto su un isolotto del Piave, in seguito a una due giorni di riti sciamanici. Si tratta di un fenomeno sempre più diffuso che mette insieme antiche tradizioni del Sudamerica, medicine alternative, riti new age ma anche un traffico internazionale che attraverso i social network tiene in piedi un impero su cui non tramonta mai il sole. Ed è proprio in questa complessa rete di riti e malaffare che Marangon avrebbe trovato la morte, ma con un colpo al cranio e non per via degli intrugli di sedicenti curanderi. “Forse ha visto qualcosa che non doveva vedere” è l’ipotesi che si fa strada in queste ore.

Alex Marangon

Ma cos’è l’ayahuasca? Per definire questa sorta di tè allucinogeno, occorre rispolverare qualche rudimento di chimica. La parola “ayahuasca” deriva dalla lingua quechua e significa “liane delle anime” ed è usata dai gruppi indigeni del Sudamerica per riferirsi a un decotto botanico medicinale di acqua bollita ricavato dalla liana Banisteriopsis caapi (ayahuasca) e dalle foglie di Psychotria viridis (chacruna) o Diplopterys cabrerana (chaliponga). Una bevanda psicoattiva preparata da questa pianta di solito contiene DMT (N,N-dimetiltriptamina) in combinazione con alcaloidi. Il DMT è un potente psichedelico noto per produrre cambiamenti radicali nella coscienza, spesso caratterizzati da profonde esperienze visionarie ed emotive.

Terence McKenna, filosofo naturalista, nonché uno dei padri della “rivoluzione psichedelica” alla fine degli anni Sessanta, definì in questo modo l’esperienza indotta dall’ayahuasca: «Un livello sonoro che diviene più denso e si materializza in piccole creature simili a gnomi fatti di un materiale simile all’ossidiana, emesso dal corpo, dalla bocca e dagli organi sessuali, per tutta la durata del suono. È effervescente, fosforescente e indescrivibile. Le metafore linguistiche diventano inutili, perché questa materia è al di là del linguaggio, non un linguaggio fatto di parole, un linguaggio che diviene le cose che descrive».

L’ayahuasca è stata utilizzata nel bacino amazzonico per almeno centinaia di anni in contesti religiosi, tanto da essere ritrovata dagli studiosi in siti che risalgono fino a mille anni fa. Furono i frati gesuiti a far conoscere per primi in Europa l’esistenza di questa sostanza, una “pozione diabolica” ricavate da liane del Perù. Negli anni Trenta, il suo uso si diffuse nelle aree urbanizzate per poi venire incorporata in varie religioni sincretiche. Ma è negli ultimi trent’anni che la sua popolarità è cresciuta a dismisura, facendo registrare importanti flussi di turisti da tutto il mondo, che si recano in Amazzonia non per conoscere il polmone verde del mondo ma per assaporarne gli effetti. Un fenomeno che ha costretto perfino la comunità scientifica a interrogarsi sugli usi e le conseguenze di quella che è nota anche come “liana dei morti”.

Parte del processo di preparazione dell’ayahuasca

Uno degli studi più recenti sull’ayahuasca (a firma di White, Kennedy e Sarris) riporta che, sebbene vi siano prove che indicano che il profilo di sicurezza dell’ayahuasca sia accettabile, sono emersi alcuni casi in cui il consumo è stato collegato a psicosi. Varie chiese sincretiche come l’UDV (União do Vegetal) hanno segnalato questi incidenti. Tuttavia, tracciare una causalità pone una sfida a causa di variabili come l’uso concomitante di sostanze e condizioni preesistenti.
Ma è negli ultimi dieci anni che la comunità scientifica si è mostrata sempre più interessata e curiosa verso gli effetti dell’ayahuasca e il suo potenziale uso nel trattamento di alcune patologie. Ad esempio, numerosi studi (tra cui quello di McKenna) ne riportano l’uso come valido supporto al trattamento delle dipendenze da stupefacenti nella riduzione dei sintomi e nella cessazione dell’abuso.

Come per ogni “prodotto di nicchia” che si rispetti, l’ayahuasca è rimasta confinata ai riti sciamanici per secoli. Ma con il revival new age che il Terzo Millennio ha prodotto, la “liana delle anime” è diventata un business. All’inizio del 2024, in Spagna è stata smantellata un’organizzazione criminale con collegamenti con altri Paesi – tra cui l’Italia – dedita alla realizzazione di rituali neosciamanici con il conseguente arresto di diciotto persone. La rete faceva capo ad Alberto José Varela, deceduto nel corso delle indagini, il quale, secondo i media iberici, aveva costruito un vero impero attorno ai rituali. Balzato agli occhi della cronaca nel 2020, aveva dichiarato di essere andato a cercare le origini del coronavirus, dopo aver assunto ayahuasca: Ooggi ho deciso di prendere una dose minima di ayahuasca per indagare sottilmente dentro di me e vedere la possibilità di connettermi con l’origine del coronavirus, e ho preso la sorpresa di ritrovare le radici dentro di me, nell’ombra delle mie paure”, raccontava sui suoi social. E qualcuno gli aveva anche creduto. Tanti. Troppi. Più o meno fragili.

Alberto José Varela

Questa sorta di web-santone aveva messo sua una vera e propria community con tanto di abbonamenti, app, laboratori, ritiri, da lui ribattezzata “accademia”. Una rete di aziende che era diventata il più grande impero di ritiri spirituali del mondo. Un affare che gli aveva riempito le tasche e svuotato le teste di molti. Nelle oltre 125 sedi della sua azienda, organizzava più di 30 ritiri di ayahuasca al mese, al modico prezzo di 400 euro ciascuno. A pagamento, prometteva un miglioramento della salute fisica ed emotiva dei partecipanti grazie al consumo di intrugli di ogni genere. La Polizia nazionale spagnola era quindi riuscita a smantellare la sua organizzazione, Inner Mastery, la più grande dedita all’ayahuasca in Spagna.

L’organizzazione tentacolare di Varela aveva un vero e proprio quartier generale nella giungla colombiana dove disponeva dei mezzi e delle materie prime necessarie per preparare l’infuso di ayahuasca. La sostanza veniva successivamente introdotta clandestinamente in Spagna attraverso l’aeroporto di Madrid-Barajas-Adolfo Suárez. Per fare questo, l’organizzazione ha fatto ricorso anche ai “muli”, ovvero alle importazioni simulate di altri prodotti. Gli arrestati, secondo gli investigatori, promuovevano e organizzavano a livello internazionale molteplici ritiri chiamati “evoluzione interiore“, dove fornivano ai partecipanti sostanze come l’ayahuasca, il bufo rospo, la rana kambo e il peyote. Un business sciamanico che, dal cuore dell’Amazzonia punta alle province di Madrid, Barcellona, Malaga, Granada e Ibiza, per poi raggiungere diversi Paesi europei: Francia, Italia, Belgio, Irlanda, Finlandia, Romania, Malta e altre parti del mondo come Messico, Colombia e Turchia.