Tre donne uccise tra l’estate 2016 e l’autunno 2017, tutte sgozzate. Nessun collegamento tra loro, nessun movente, nessun colpevole. E l’ombra di un serial killer che nessuno sta cercando. Non è l’inizio di un thriller, è una storia vera.
Seriate, Bergamo: 29 agosto 2016
Antonio Tizzoni quella serata non la scorderà mai. Lui e sua moglie, Gianna Del Gaudio, cenano e festeggiano fino a circa mezzanotte l’onomastico della nuora. In giardino si sta bene, fa caldo ma non troppo. Poi la festa finisce, i coniugi, sposati dal 1979, cominciano a sistemare. Antonio si mette a innaffiare le piante in giardino, Gianna è in cucina a lavare i piatti.
Quando ha terminato, Antonio entra in casa e quello che vede lo lascia perplesso. Nel salone c’è un uomo di spalle incappucciato e accovacciato per terra. Antonio si accorge che sta frugando nella borsa di sua moglie. Passa una frazione di secondo, Antonio dice qualcosa, forse grida, sicuramente chiama sua moglie, che però non risponde. Solo a quel punto il suo sguardo viene attirato in un angolo del salone: lì, a terra, Gianna giace in una pozza di sangue: la gola attraversata da un profondo taglio che l’ha quasi decapitata.
Per Antonio è l’inizio di un incubo. Mentre si avvicina al cadavere di sua moglie, l’intruso scappa. Sin da subito le indagini si concentreranno su di lui. Verrà sospettato di essere l’assassino. Quando in giardino verrà ritrovato un taglierino insanguinato, i RIS diranno di aver trovato il suo DNA sull’impugnatura, ma poi emergerà che si è trattato di un errore. Una contaminazione da laboratorio. Antonio, dopo un iter giudiziario dall’esito per nulla scontato, viene assolto in tutti i gradi di giudizio. Nessuna tensione in famiglia, nessun movente, nessun indizio a suo carico. Il nulla assoluto.
Colognola, Bergamo: 20 dicembre 2016
Quella sera in giro le forze dell’ordine non si vedono quasi. Si gioca Atalanta-Empoli, gli agenti di polizia e carabinieri sono per lo più dislocati nei dintorni dello stadio. Dall’altra parte della città, attorno alle 20, Daniela Roveri, 48 anni, dirigente da molti anni presso un’azienda a venti minuti di macchina, parcheggia la sua auto. Ad attenderla per cena sua madre, con cui vive.
Daniela apre il portone e fa il suo ingresso nell’androne. Poco prima della rampa di scale, qualcuno la sorprende alle spalle, la blocca e le sferra una coltellata alla gola con una lama affilatissima. Un colpo netto, sicuro, che recide la carotide impedendo alla donna di urlare. Il primo a trovare il cadavere quasi decapitato è un vicino di casa. La polizia non farà in tempo ad accorrere sul posto prima che anche la mamma, insospettita dall’insolito ritardo della figlia, scenda le scale e veda l’orribile scena.
Sono passati solo quattro mesi dall’omicidio di Gianna Del Gaudio, avvenuto ad appena 7 chilometri di distanza. Naturale, quindi, ipotizzare un collegamento. La Procura di Bergamo, tra le altre piste (che si riveleranno prive di sbocchi), batte anche quella del serial killer. Nella vita di Daniela, dopotutto, non ci sono ombre che possano giustificare un’aggressione così brutale. Lo stesso furto della sua borsetta appare sin da subito un tentativo di depistaggio. Non un furto finito male, insomma, ma un preciso intento omicida.
Tra i vicini nessuno ha notato niente di strano, neanche nei giorni precedenti. Le telecamere della zona non danno alcun risultato. O l’assassino è stato molto fortunato, oppure ha studiato attentamente la zona prima di agire.
Si cercano delle tracce. Sulla sua guancia destra e sotto le sue unghie viene trovato del DNA. Viene estratto solo l’aplotipo Y, una combinazione cromosomica che si trasmette solo ai discendenti maschi. Si tratta dello stesso aplotipo individuato sul taglierino che ha tagliato la gola a Gianna Del Gaudio. Sembra prendere corpo l’ipotesi di un collegamento tra i due casi, ma dopo settimane di confronti la pista si arena. Le tracce vengono definite “solo blandamente compatibili”. Il caso viene archiviato nel febbraio 2019.
Parco di Villa Litta, Milano: 23 novembre 2017
Marilena Negri, 67 anni, scende di casa verso le 6.30 di mattina. Come ogni giorno, dopo aver preso il caffè, porta a spasso Liz, la sua cagnolina, nel parco di Villa Litta, ad Affori, Milano. Alle 6.40 le telecamere puntate all’ingresso del parco immortalano un uomo che cammina con passo veloce. Indossa un giubbotto impermeabile blu e verde, pantaloni neri, un cappuccio calato sulla testa. Le stesse telecamere, lo inquadrano uscire dal parco alle 7 di mattina.
Alle 7.20, un passante trova Marilena riversa a terra. La carotide recisa da una coltellata, sferrata stavolta di punta. Le forze dell’ordine acquisiscono le immagini della telecamera all’interno del parco. Si scoprirà che era rivolta a guardare il cielo. L’assassino ha avuto fortuna. O, anche in questo caso, ha studiato il percorso.
Si batte da subito la pista della rapina finita male. Anche nella vita di Marilena nessuna ombra e i figli dicono che le manca la collanina d’oro che portava sempre al collo, quella con la foto del marito defunto. Giorni dopo, però, quella collanina viene trovata in un cassetto dentro casa della donna. L’aggressione si tinge di un altro colore.
La pm Donata Costa chiede la comparazione di due tracce di DNA trovate sul corpo e sulla borsetta di Marilena con altri profili – una ventina – di altri casi. Non sappiamo se la comparazione abbia interessato anche i profili degli omicidi di Bergamo, né sappiamo se questa comparazione abbia portato a qualche risultato. Probabilmente no, perché il caso viene archiviato nel 2019.
Tre omicidi, tre apparenti rapine finite male. Tre killer che, in un modo o in un altro, non lasciano traccia nelle telecamere. O forse stiamo parlando della stessa persona? C’è forse un serial killer in circolazione da quelle parti? E se così fosse, che fine ha fatto? Perché dal 2017 avrebbe smesso di colpire? Tutte domande a cui per ora non c’è una risposta. Sarebbe tuttavia interessante conoscere il parere di qualche inquirente, per capire se l’ipotesi del killer seriale sia mai stata vagliata anche con riferimento all’ultimo delitto.