La strage di New Orleans è stata immediatamente incasellata nella categoria “terrorismo islamico”: individuato il responsabile, Shamsud-Din Jabbar, veterano di guerra radicalizzatosi nel tempo. E certamente una connessione esiste tra il gesto e la deriva fondamentalista nella vita dell’ex berretto verde.

Tuttavia, c’è un dettaglio importante tanto quanto la radicalizzazione dell’attentatore: il suo status di veterano di guerra. Un elemento che lo accomuna alle sorti di un altro episodio, ovvero il suicidio di Matthew Alan Livelsberger, autore dell’esplosione di un cybertruck Tesla davanti al Trump Hotel di Los Angeles. Un veterano dell’Afghanistan con gravi problemi di disturbo da stress post-traumatico. Una vera emergenza sociale, che retrodata fino a quelli che un tempo venivano bollati come “scemi di guerra”. Osannati dalla propaganda ma spesso lasciati in balia di sè stessi: non a caso il veterano di guerra abbandonato dal welfare è spesso il prototipo dell’homeless americano. Secondo Mission Roll Call – un’organizzazione che fornisce assistenza agli ex militari – negli Stati Uniti ci sono 18,5 milioni di veterani, senza contare le loro famiglie e coloro che se ne prendono cura. Secondo il Dipartimento per gli Affari dei Veterani, negli Stati Uniti il tasso di suicidio tra i veterani è di 17-22 al giorno, mentre fino a 40.000 veterani in tutto il Paese sono senza casa.
Questi casi non sono delle anomalie. Negli Stati Uniti sono oltre 480 persone i veterani o comunque uomini con un passato militare accusate di crimini estremisti ideologici dal 2017 al 2023, tra cui gli oltre 230 arrestati in relazione all’insurrezione del 6 gennaio 2021. Mentre il ritmo con cui la popolazione complessiva si è radicalizzata è aumentato negli ultimi anni, le persone con un background militare si sono radicalizzate a un ritmo più veloce. Menti fragili o fragilizzate dall’esperienza in guerra ma combinate con il loro precedente addestramento alle armi. Secondo i dati raccolti e analizzati dal National Consortium for the Study of Terrorism and Responses to Terrorism presso l’Università del Maryland, oltre l’80% degli estremisti con background militare si identificava con ideologie di estrema destra, antigovernative o suprematiste bianche, mentre il resto si divideva tra motivazioni di estrema sinistra, jihadiste o di altro tipo.

Se la visuale si allarga al periodo dal 1990 ad aprile 2024, i casi diventano 721. Quasi il 45% degli autori ha pianificato di commettere atti di violenza, definiti come eventi che mirano a uccidere o ferire almeno una persona. Un altro 6,8% dei soggetti ha partecipato a crimini violenti spontanei, come l’inizio di alterchi fisici durante proteste pubbliche. Tuttavia, una minoranza (35,3%) dei perpetratori che cercavano di commettere attacchi violenti premeditati ha avuto successo nei propri tentativi. Quanto alla provenienze rispetto alle Forze Armate, Esercito e corpo dei marines sembrano avere un primato negli episodi di crimini violenti seguiti a radicalizzazioni di vario tipo.
Michael Jensen, ricercatore dell’Università del Maryland, ha trascorso anni a compilare e verificare un gigantesco set di dati. Il suo gruppo ha scoperto che tra gli estremisti il fattore predittivo numero uno per essere classificati come criminali coinvolti in violenze di massa era avere un background militare negli Stati Uniti, che superava i problemi di salute mentale, che superava l’essere un solitario, che superava l’avere precedenti penali o problemi di abuso di sostanze. In media, 6,9 individui con background militare hanno commesso crimini motivati dall’ideologia all’anno dal 1990 al 2010. Nell’ultimo decennio, quel numero è quintuplicato: escludendo i casi del 6 gennaio, il tasso di crimini commessi da persone con un carriera militare e motivati da obiettivi politici, sociali, religiosi o economici è più che triplicato dal 2010. La maggior parte dei casi è concentrata nella comunità dei veterani, in contrapposizione ai militari in servizio attivo.

Una vera emergenza sociale che nel 2021 portò il Segretario alla Difesa Lloyd Austin a organizzare un ritiro dell’esercito per discutere dell’estremismo tra i ranghi. La Commissione per gli Affari dei Veterani della Camera avviò una serie di udienze per indagare sulla questione più avanti nello stesso anno. “Molte delle cose che possiamo fare per aiutare a impedire che i veterani muoiano per suicidio sono le stesse cose che possiamo fare per aiutare i veterani a evitare di essere trascinati in gruppi estremisti e violenti“, affermò il deputato Mark Takano, il principale democratico del comitato che chiese la prosecuzione delle udienze. Takano ha iniziato a occuparsi della questione nel 2019 dopo che un’udienza sulle truffe online che prendevano di mira i veterani ha portato a una ricerca su quali altri gruppi prendono di mira gli ex militari. Gruppi come Oath Keepers, Proud Boys e Three Percenters attirano i veterani per la loro esperienza di combattimento e con le armi e per l’aria di credibilità che conferiscono a un’organizzazione.
Il tema è molto delicato, perché tocca un classico terreno di scontro tra Democratici e Repubblicani. Tanto che, se i primi hanno chiesto a gran voce di approfondire le ricerche in tal senso, il Gop ha premuto per il definanziamento pubblico di queste ricerche che a loro dire creerebbe lo stigma del veterano estremista. Intanto, le ricerche hanno mostrato che esistono due tipi di veterano che si radicalizza: individui che cercano il cameratismo e le amicizie che avevano nell’esercito, trovandolo in queste organizzazioni estremiste; persone che soffrono di problemi di salute mentale, come il disturbo da stress post-traumatico (PTSD) che alimenta ansie sociali, la sindrome del sopravvissuto, oppure soffia sul senso di colpa legato alle persone uccise in combattimento.
Secondo il Department of Veterans Affairs National Center for PTSD, il 29% degli uomini e delle donne che hanno prestato servizio in Iraq e Afghanistan sperimenteranno sintomi di PTSD a un certo punto della loro vita, portando un veterano ad avere una transizione frustrante alla vita civile. Un passaggio che non giustifica ma che spiega. La storia, inoltre, ci restituisce un modello ciclico negli Stati Uniti di guerre e guerre che finiscono, e poi un piccolo numero di veterani scontenti, o forse traumatizzati, o altrimenti privati dei loro diritti che tornano a casa da quella guerra e si impegnano in estremismo violento interno: questa – in parte – è la storia del KKK.

Shamsud Din Jabbar, cittadino americano – purtroppo per Trump – era stato nell’esercito dal marzo del 2007 al gennaio del 2015 ed era stato inviato in Afghanistan tra il febbraio del 2009 e il gennaio 2010. Durante gli anni trascorsi nell’Esercito aveva ricevuto diverse medaglie, tra i quali la Global War on Terrorism Service Medal. Mentre le indagini corrono, emergono nel suo passato reati per piccoli furti e due divorzi burrascosi. Un plot comune a molti veterani. Jabbar avrebbe registrato dei video in cui ha ammesso che in un primo momento aveva progettato di riunire la famiglia per uccidere tutti, ma poi aveva cambiato idea e piani, decidendo di “unirsi” all’Isis. Ma avrebbe potuto trattarsi del KKK, dei Proud Boys o di chissà chi altro: la radicalizzazione colpisce le mine vaganti e le attira nella sua trappola. Risponde a una mancanza, colma un bisogno. Poco importa se con la promessa di una società giusta, bianca, di un Paradiso con decine di vergini o un’America più sicura. A New Orleans, ancor prima di un lupo solitario dell’Isis, ha colpito una sciagura sociale. Una sciagura tutta americana.

