Uno scandalo di mafia, omicidi e corruzione ha travolto il panorama politico turco, riportando la mente dell’opinione pubblica anatolica ai tempi dello scandalo Susurluk e dell’epoca d’oro di Alaattin Cakici. I fatti, gravissimi, nella giornata del 26 maggio hanno condotto la massima autorità statale, il presidente Recep Tayyip Erdogan, ad intervenire e ad esporsi personalmente nella questione.

Che cosa sta accadendo

Tutto ha avuto inizio agli albori di maggio, quando un personaggio tanto tenebroso quanto popolare rispondente al nome di Sedat Peker – imprenditore, filantropo, pensatore turanista ed ex appartenente al crimine organizzato turco – ha cominciato a pubblicare su YouTube una serie di video dal contenuto incendiario e dal titolo eloquente: “Peker contro l’AKP“.

Peker, che in tre settimane ha realizzato sette video, che hanno ottenuto circa sessanta milioni di visualizzazioni, sta denunciando i servizi segreti e la classe politica turca – inclusi i membri della presidenza Erdogan, come l’attuale ministro degli interni Suleyman Soylu – di collusione stabile e cristallizzata con il crimine organizzato.

Un rapporto conviviale, quello tra i politici turchi e i mafiosi autoctoni, che, secondo Peker, sarebbe esteso dall’estorsione ai traffici illeciti e dalle tangenti alla tratta delle donne. Soylu, tra le varie cose, viene accusato dall’ex boss reinventatosi imprenditore di essere stato sul libropaga della sua famiglia criminale per vent’anni e di aver orchestrato l’omicidio del giornalista cipriota Kutlu Adali, assassinato nel 1996.

Accuse gravissime quelle di Peker che, supportate da evidenze da verificare, hanno catturato l’attenzione dell’opinione pubblica – i suoi video sono stati visti da due turchi su tre – e persuaso Erdogan ad intervenire in difesa del proprio ministro, da lui ritenuto vittima di una campagna diffamatoria concepita dal crimine organizzato a causa del suo operato antimafia.

Perché adesso?

Erdogan, Soylu e Devlet Bahceli, il capo del Partito Nazionalista, hanno accusato Peker di essere un burattino al soldo di attori terzi ingaggiato allo scopo di danneggiare l’economia turca. Non è dato sapere perché l’ex criminale abbia scelto questo momento per attaccare il governo – che, in effetti, è alle prese con una grave crisi economica e un nuovo Susurluk potrebbe peggiorare l’immagine di Ankara agli occhi degli investitori stranieri –, ma, a parte la pista della cabina di regia esterna propagandata dal blocco erdoganiano, non è da escludere che il tutto sia legato ad uno scontro intestino allo Stato profondo – Peker è stato condannato a dieci anni nel corso del maxi-processo contro l’organizzazione segreta Ergenekon, pena mai scontata, ed era nuovamente finito nel mirino della giustizia turca l’anno scorso.

Meno chiaro delle tempistiche, ma intuibile, è il movente alla base del livore dell’ex criminale. Perché Peker, che dopo il vissuto criminale in Turchia ha viaggiato tra Balcani e Medio Oriente, e che attualmente risiede a Dubai, è stato per lungo tempo un sostenitore di Erdogan, la cui immagine ha promosso per anni attraverso i suoi canali sociali – 1,6 milioni di seguaci su Facebook, 1,4 milioni su Instagram, un milione su Twitter e quasi 800mila su YouTube –, perciò il suo improvviso teatro è stato ritenuto sincero da opinione pubblica e partiti d’opposizione, che stanno chiedendo a gran voce le dimissioni di Soylu fino al chiarimento delle accuse.

Alla luce del punto di cui sopra, i video-denuncia di Peker potrebbero essere stati concepiti in reazione alla riapertura di indagini a suo carico, che lo scorso mese avevano condotto gli inquirenti a perquisire una sua casa ad Istanbul. L’uomo, approfittando dello status di personaggio pubblico – il passato caliginoso non gli ha impedito di conseguire un notevole seguito popolare –, potrebbe aver deciso di impiegare il potere proiettivo delle piattaforme sociali per aggirare l’ostacolo della stampa – crescentemente controllata dall’AKP – e raggiungere un pubblico internazionale in tempi brevi e a costo zero.

Alla giustizia turca spetterà l’onere di stabilire la veridicità delle accuse che Peker sta muovendo all’AKP, ma nel frattempo, anche in assenza di processi, l’opinione pubblica turca sembra abbastanza certa di una cosa: l’ex capo mafia, i cui affari internazionali lo hanno reso milionario e nel cui curriculum si inserisce la partecipazione (con condanna) al processo ad Ergenekon, non è e non è mai stato un pesce piccolo, perché appartenente a quella generazione di criminali che ha vissuto e reso possibile lo scandalo Susurluk, perciò si potrebbe nascondere del vero nelle sue denunce.

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