Terrorismo, deforestazione, epidemie: un solo luogo, molte sfide
ECCO DOVE VOGLIAMO ANDARE

Un italiano, Davide Giri, dottorando alla Columbia University in informatica, è stato assassinato a coltellate a New York il 2 dicembre. E perché la notizia interessa così poco? Se lo chiede la stampa italo-americana, come il giornale bilingue La Voce di New York. Se lo chiede anche Federico Rampini sul Corriere della Sera. Un italiano che viene assassinato da un afroamericano è cronaca nera. Se la vittima fosse stato un ragazzo afroamericano, sarebbe diventato un caso politico. Comprensibile per George Floyd, ucciso a Minneapolis da agenti di polizia (dunque agenti pubblici), meno per Ahmaud Arbery, assassinato da concittadini bianchi, dunque fuori da ogni logica politica. Eppure fra il delitto per puri motivi delinquenziali e il razzismo il confine è sempre sottilissimo e parlarne è opera estremamente delicata.

Il New York Times, come constata anche Federico Rampini, non ha dedicato più di un trafiletto di cronaca nera al delitto di New York, ma soprattutto pochissime righe all’assassino, Vincent Pinkney. Eppure l’identità dell’aggressore è una notizia. Non solo e non tanto perché è afroamericano, ma perché è affiliato ad una gang di recente formazione, la Everybody Killa (“uccidete tutti”), che riunisce elementi violenti di gang già esistenti e costituisce una minaccia crescente. Pinkney è un pluri-pregiudicato, dal 2012 ad oggi conta 16 arresti a suo carico. Anche quando ha commesso il delitto era in libertà vigilata, dopo aver passato quattro anni in carcere per aggressione di gruppo. Giri non è stata la sua unica vittima, Pinkney puntava a fare una strage. Ha infatti pugnalato anche un secondo italiano, Roberto Malaspina, anch’egli “visiting scholar” della Columbia University e poi ha minacciato di uccidere anche una coppietta che portava a spasso il cane, poco lontano. Testimoni hanno riferito che, dopo aver colpito la sua seconda vittima (Malaspina, ricoverato con ferite gravi, ma non in pericolo di vita) abbia gridato “in preda all’estasi”.

Facciamo un esperimento: se il delitto fosse avvenuto a parti invertite, se ad uccidere fossero stati degli italiani (o dei bianchi, in generale) e a subire fosse stato un afroamericano. I giornalisti avrebbero scandagliato il passato dell’omicida, al primo segno di razzismo (adesione a gruppi sospetti, post su Facebook a sfondo razziale, o qualunque altro indizio) l’omicidio sarebbe stato etichettato come atto di terrorismo e la causa imputata al suprematismo bianco.

Questo esperimento può essere compiuto con grande efficacia anche su un altro sconvolgente fatto di cronaca: la strage di Waukesha. Anche in quel caso, ad uccidere è stato un afroamericano. Col suo Suv ha travolto una parata pre-Ringraziamento di Waukesha, sobborgo di Milwaukee, nel Wisconsin. La polizia ha escluso la pista terroristica, secondo la ricostruzione dei fatti che tuttora non è stata smentita, lo stragista, Darrell Brooks, stava fuggendo dopo una lite domestica. Era libero su cauzione, dopo uno dei numerosi arresti a suo carico. La pista del terrorismo è stata scartata, ma dai video si vede molto chiaramente come Brooks abbia compiuto un atto deliberato, prima travolgendo le barriere che proteggevano la parata pre-Ringraziamento, poi colpendo di infilata tutti i partecipanti. Ha provocato sei vittime: cinque anziani morti sul colpo, più un bambino deceduto due giorni dopo in ospedale. Per la stragrande maggioranza dei titoli, americani e italiani allo stesso modo, la notizia è “Suv omicida”. Ma non si soffermano sull’identità, tantomeno sulle idee di chi la guidava. Eppure, un’occhiata ai social network permetterebbe di vedere che Darrell Brooks, rapper noto col nome d’arte di MathBoi Fly, inneggiava a Black Lives Matter, scriveva canzoni di insulti a Donald Trump e i suoi profili social grondano di razzismo contro i bianchi.

A parti invertite, se fosse stato un bianco ad uccidere e dei neri le vittime, anche solo la metà di quella violenza sui social avrebbe permesso ai giornalisti di parlare di “suprematismo bianco”. Persino Kyle Rittenhouse, il vigilante che uccise due militanti antifa il 25 agosto a Kenosha, ora assolto dall’accusa di omicidio plurimo (agì per legittima difesa), era stato bollato dai media come “suprematista bianco”, pur in assenza di prove su qualsivoglia connessione con gruppi suprematisti. E pur avendo sparato mortalmente contro dei bianchi, di origine tedesca, che lo stavano aggredendo.

Il disinteresse per l’identità di Darrell e per quella di Pinkney, per le loro idee e per i loro possibili moventi razziali, è ulteriore indice di un antirazzismo a senso unico nei media americani (e di conseguenza anche in quelli italiani). Un senso di colpa, non ancora elaborato, che tuttora spinge la sinistra radicale a parlare di “razzismo sistemico”. Se il razzismo è “sistemico”, automaticamente la narrazione mediatica diventa doppiopesista. Un bianco che uccide un nero è una prova ulteriore di “razzismo”. E come dimostra il caso di Rittenhouse, è razzismo anche un bianco che uccide altri bianchi antirazzisti (anche se per legittima difesa). Ma un nero che uccide un bianco disturba la narrazione e quindi è liquidato come normale criminalità. Anzi, nel caso della strage di Waukesha, è il Suv l’assassino, nei titoli dei quotidiani.

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