A vederla sul palmo di una mano, così piccola e rotonda, spesso rossa, arancione o rosa, sembra una piccola caramella alla frutta. È invece una delle droghe sintetiche più diffuse e pericolose dell’Asia. Si chiama yaba ed è un concentrato di metanfetamina e caffeina che fornisce a chiunque ne faccia assunzione una potente scarica di energia. Attenzione però perché l’effetto euforizzante, che dura per ore, è seguito da una fase di astinenza caratterizzata da spossatezza, insonnia e paranoia. Aspetto ancora più rilevante: abusare di questa pillola comporta gravissime conseguenze sulla salute fisica e mentale.
Considerando il fatto che è facile da produrre, economica da acquistare (a seconda del Paese da pochi centesimi di dollari a una manciata di dollari) e ampiamente disponibile nel Sud Est Asiatico, si capisce perché l’allarme yaba – dal thailandese “medicina della pazzia” – risuoni forte e chiaro nell’intera regione. Nello specifico, l’epicentro dell’ultima emergenza legata al boom dello yaba coincide con il Bangladesh. Il motivo principale? Il suo poroso confine con il Myanmar, e cioè da dove viene prodotta la pillola della morte. Una pillola usata letteralmente da chiunque: dagli operai subissati di lavoro ai frequentatori di feste in cerca di sballo.

Il ritorno della yaba
In passato la yaba veniva utilizzata in maniera del tutto legale dagli autisti thailandesi di camion a lunga percorrenza. Fino al 1970 le pillole si potevano acquistare nelle stazioni di servizio per aiutare i guidatori a restare svegli durante i loro lunghi turni notturni. Ora sono vietatissime ma riscuotono comunque un elevato successo anche tra le fasce più povere delle popolazioni di Laos, Cambogia, Thailandia e Bangladesh, solo per citare alcuni Paesi.
Una compressa di yaba contiene circa il 30% di metanfetamina che, mescolata con la caffeina, agisce come stimolante del sistema nervoso centrale. Chi ne fa uso spesso le ingoia oppure frantuma le pastiglie e le fuma. I tossicodipendenti possono restare svegli dai sette ai dieci giorni, salvo poi crollare per due o tre giorni e ripetere lo stesso copione.
Smettere di usare yaba non comporta sintomi di astinenza (non è come con l’alcol o l’eroina); sono semmai i suoi effetti a creare una vera e propria dipendenza e a renderla pericolosa.
Allarme rosso in Bangladesh
Il Bangladesh sta vivendo un’acuta fase di emergenza yaba. I sequestri intorno alle città costiere, a partire da Cox’s Bazar, sono sempre più frequenti. I trafficanti sfruttano i campi profughi Rohingya come punto di smistamento per le spedizioni, nonché come luogo di reclutamento per i corrieri incaricati di trasportare la droga fino alla capitale Dacca. Lo scorso aprile le autorità bengalesi hanno sequestrato oltre un milione di pillole. La guerra in Myanmar non ha fatto altro che incrementare il flusso regionale delle pastiglie.
In Bangladesh, dove la yaba è apparsa nei primi anni Duemila, il governo ha inasprito le pene per il possesso di questa droga e dichiarato una politica di tolleranza zero nel tentativo di risolvere il problema.
Ma perché una sostanza venduta come stimolante per gli autisti ha generato una crisi del genere? I consumatori di yaba faticano a mantenere il consumo a scopo ricreativo. La diffusa disponibilità della droga ne favorisce l’utilizzo. E così, se all’inizio una pillolina di yaba può bastare per una settimana, ben presto quel numero aumenta a tre o quattro generando schizofrenia, depressione e disturbi della personalità.

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