Satnam Singh e altri 180 mila come lui: nuovi strumenti per stroncare il caporalato

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Sono trascorse due settimane da quando il 19 giugno, all’ospedale San Camillo di Roma, Satnam Singh è morto. Due giorni prima, il 17 giugno era stato abbandonato dal datore di lavoro Antonello Lovato, davanti all’abitazione in cui viveva, dopo che un macchinario agricolo gli aveva amputato un braccio. Due settimane dopo sappiamo che molto probabilmente Satnam Singh oggi sarebbe ancora in vita se Lovato, subito dopo il ferimento, avesse prontamente chiamato i soccorsi. A confermarlo è il medico legale attraverso un comunicato stampa diffuso dai carabinieri di Latina: “La consulenza medico legale ha accertato che ove l’indiano, deceduto per la copiosa perdita di sangue, fosse stato tempestivamente soccorso, si sarebbe con ogni probabilità salvato”. 

La responsabilità del datore di lavoro è apparsa chiara fin da subito, tanto che la Procura di Latina ha configurato l’ipotesi di reato in omicidio doloso con dolo eventuale. In merito al reato, la Procura di Latina ha scritto in una nota: “Sulla scorta delle risultanze della consulenza medico legale la Procura ha variato l’ipotesi di reato inizialmente configurata (omicidio colposo) ed ha contestato il reato di omicidio doloso con dolo eventuale”. Il 2 luglio scorso Antonello Lovato è stato arrestato.

La tragedia di Satnam Singh ci racconta uno scenario terribile. La punta di un sistema-lavoro malato dove la – ancora – scarsa frequenza di controlli, mista ad un sistema regolatorio non efficiente, permette al caporalato di operare in maniera feroce.

Nella vicenda di Singh oggi troviamo due strutture societarie che hanno operato per anni nei campi di latina, la Agrilovato Società Cooperativa Agricola e la Società Agricola Lovato Renzo & Lovato Antonino S.S . Entrambe fanno capo a Renzo e Antonello Lovato. Negli ultimi anni i Lovato hanno beneficiato a lungo di prestiti garantiti dallo Stato, contributi europei e almeno 2 pareri positivi per sussidi regionali. Tutto questo nonostante i Lovato fossero nel mirino della Procura da diversi anni per episodi di caporalato.

Quello di Satnam Singh però non è un caso isolato. L’ultimo rapporto agromafie e caporalato a cura della CGIL quantifica i lavoratori che vivono in condizioni simili a quelle di Singh in 180 mila. Appare chiaro quindi che le fondamenta per la regolamentazione del settore agricolo italiano vanno ripensate. InsideOver ne ha parlato con Marianna Vintiadis, Partner e Head of Forensic Investigations & Intelligence presso RSM Italy.

“Credo che un obiettivo del legislatore originariamente fosse quello di creare regole specifiche per l’organizzazione delle imprese agricole in deroga, almeno parziale, rispetto alle norme generali del commercio e delle società, per proteggere un settore produttivo centrale per la nostra economia ma spesso fragile. Una conseguenza importante di tale scelta, però, è che è molto difficile reperire informazioni sulle società semplici perché, per esempio, non depositano bilanci. Di conseguenza, molti dei controlli che normalmente vengono fatti sulla catena di fornitura e valore non hanno un riscontro ufficiale, almeno sulla parte economica. Ma molte delle imprese agricole moderne non sono più le piccole entità fragili di un tempo. Credo che si potrebbe ovviare al problema ponendo, per esempio, un limite sul fatturato”.

“Tipicamente questi aspetti di carattere penale, se non evidenziati dalla stampa, non sono pubblici. Di conseguenza, credo che non sia possibile, anche in sede di finanziamento, guardare determinati aspetti. Tuttavia, tornando al punto di prima, i bilanci potrebbero essere di grande aiuto, per capire se la forza lavoro e i costi dichiarati siano congruenti rispetto alla produzione”.

“Sarebbe utile avere più trasparenza sull’allocazione dei fondi pubblici / UE e dare modo anche di incoraggiare il whistleblowing. Va ripensato l’intero sistema di erogazione dei fondi, di pubblicazione dei dati. Andrebbe valutata anche la creazione di una white list dato che il settore è soggetto a problemi di caporalato”.

“Purtroppo torniamo al punto di prima, se non c’è un riscontro tramite il deposito formale di informazioni, i supermercati hanno pochi strumenti di verifica oltre le dichiarazioni che magari chiedono ai fornitori direttamente”.