A trent’anni dall’assedio di Sarajevo, la giustizia italiana riapre un capitolo che si pensava chiuso. La procura di Milano indaga su un gruppo di cittadini italiani che, secondo le prime ricostruzioni, avrebbero pagato per unirsi ai miliziani dell’esercito serbo-bosniaco e sparare sulla popolazione civile. Non per ideologia, né per dovere militare, ma per divertimento. Erano gli anni in cui la capitale bosniaca viveva intrappolata sotto il fuoco, 1.400 giorni di assedio e oltre 10.000 morti, tra cui più di 1.600 bambini. Ora emerge la possibilità che, tra i colpevoli, ci fossero anche “turisti del massacro” provenienti dall’Europa occidentale.
I “turisti cecchini” e la degenerazione del male
Le accuse, rilanciate dal Guardian e riprese da El País, si basano su testimonianze e documentari come Sarajevo Safari, del regista Miran Zupanič, che nel 2022 aveva già denunciato la presenza di “turisti della morte” invitati a partecipare a veri e propri safari umani. Pagavano, si dice, fino a centomila euro per essere condotti sulle alture da cui sparare sui civili, sotto la protezione dei soldati di Radovan Karadžić. Il gesto estremo di chi trasforma la guerra in un’esperienza da vivere, un’attrazione macabra da collezionare. L’orrore diventa merce, il dolore spettacolo, la morte souvenir.
Le conseguenze strategiche e morali
Da un punto di vista militare, se le accuse fossero confermate, si tratterebbe di un caso unico: la guerra ridotta a gioco, la linea tra combattente e civile distrutta da chi vi entra non per obbedire a un comando ma per saziare una pulsione. Un esercito che permette l’accesso a questi “turisti” rivela la propria crisi interna: la perdita del controllo e della disciplina, la degenerazione dell’etica militare.
La Bosnia degli anni ’90 non era solo un campo di battaglia, ma il laboratorio della guerra moderna: frammentata, mediatica, privatizzata. I “cecchini per diletto” sono il simbolo estremo di quella privatizzazione della violenza che oggi vediamo ripetersi nei conflitti dove i mercenari sostituiscono gli eserciti e il sangue ha un prezzo di mercato.
Il peso geopolitico dell’indagine
La procura di Milano, raccogliendo la denuncia del giornalista Ezio Gavazzeni, si muove su un terreno delicato. Non si tratta soltanto di un’inchiesta giudiziaria, ma di un confronto con la memoria collettiva europea. L’Italia, che negli anni ’90 partecipò alle missioni di pace nei Balcani, deve ora fare i conti con l’ombra di propri cittadini forse complici di crimini di guerra. L’impatto politico può essere notevole: riapre il dibattito su quanto l’Europa abbia davvero fatto i conti con le proprie responsabilità nei conflitti post-jugoslavi.
Una guerra che torna nel presente
Il caso dei “safari umani” non è solo un ritorno al passato. È uno specchio del presente. Oggi la guerra, sempre più mediatica e tecnologica, continua a essere consumata come intrattenimento. Droni, videogiochi, filmati di battaglie diffusi sui social: la distanza tra spettatore e carnefice si accorcia. I “turisti cecchini” di Sarajevo rappresentano il punto d’origine di questa degenerazione culturale, dove la violenza non scandalizza più ma attrae, e dove il dolore altrui diventa oggetto di curiosità.
Giustizia e memoria
Sullo sfondo rimane Sarajevo, città simbolo della resistenza e della fragilità europea. Ogni colpo sparato dalle colline era un colpo contro l’idea stessa di civiltà. Oggi l’indagine italiana può servire non solo a individuare dei colpevoli, ma a restituire un senso alla memoria, a rimettere in discussione quella complicità silenziosa che accompagna sempre i massacri. Perché, come ricorda la storia, la guerra non finisce con la pace firmata ma con la verità riconosciuta.
E se davvero esistettero “turisti della morte”, l’Italia non potrà più considerarsi solo spettatrice del dramma balcanico, ma dovrà guardarsi allo specchio e chiedersi quanta parte di quella ferocia le appartiene ancora.