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Criminalità

Profili – Wei Hsueh Kang: un semplice businessman o il Pablo Escobar dell’Asia?

Wei Hsueh Kang è un fantasma. Questo misterioso imprenditore è considerato il signore della droga più potente dell'Asia,

Il Dipartimento di Stato degli Usa offre una ricompensa fino a 2 milioni di dollari a chiunque sia in grado di fornire informazioni che possano in qualche modo portare al suo arresto. Sulle sue tracce ci sono la Drug Enforcement Administration (DEA) e la Central Intelligence Agency (CIA), oltre al governo thailandese. Il problema è che la caccia all’uomo, senza esiti rilevanti, va avanti da oltre 20 anni.

Wei Hsueh Kang è un fantasma: l’unica foto disponibile è quella usata dal governo americano (peraltro sfocatissima). Tutti sanno che si nasconde nel suo fortino, e cioè nelle fitte giungle che separano Myanmar, Thailandia e Cina, ma nessuno osa avventurarsi qui dove sorge il cuore dello Stato Wa: uno Stato nello Stato incastonato nel nord-est del Myanmar, che ospita 500 milioni di persone e che si estende per circa 31 mila chilometri quadrati, occupando cioè una superficie grande quanto quella dell’Olanda.

Chi lo bracca da anni sostiene che Wei sia a capo del Southern Military Command dell’United WA State Army (UWSA), mentre Washington e Bangkok lo considerano uno dei più famosi narcotrafficanti dell’Asia. Mr. Wei ama però definirsi un imprenditore di larghe vedute.

E in effetti le sue vedute potrebbero essere state veramente larghissime, visto che nel corso degli ultimi avrebbe avuto un ruolo determinante sia nell’inondare la Thailandia di metanfetamine a basso costo che nel produrre metanfetamina cristallizzata (yaba).

Cosa sappiamo di Wei Hsueh Kang

Il suo nome birmano è U Sein Win ma non parla birmano. La sua lingua principale è il cinese, o meglio, una varietà colloquiale e non raffinata del dialetto dello Yunnan, provincia confinante con il Myanmar. Mr. Wei, nato presumibilmente nel 1952, sarebbe a capo di un vasto impero commerciale alimentato (il condizionale è d’obbligo) dalla vendita di “cristalli”.

Controlla poi diverse società che hanno investito in edilizia, agricoltura, nell’estrazione di gemme e minerali, petrolio, elettronica e comunicazioni, distillerie e grandi magazzini. Hong Pang Group, per esempio, è stata la holding prediletta di Wei: aveva aperto uffici a Yangon, Mandalay, Lashio, Tachilek e Mawlamyine. Hong Pang avrebbe svolto il ruolo di ala commerciale della UWSA. Oggi, seppur con un altro nome, resta uno dei più grandi conglomerati del Myanmar, ma rappresenterebbe anche “una delle più grandi operazioni di riciclaggio di denaro nel sud-est asiatico”, si legge nel report realizzato nel 2015 da global witness e intitolato Jade and Conflicts.

Il gruppo sarebbe stato rinominato Thawda Win Co. Ltd e continua a essere coinvolto in diversi progetti in Myanmar, come nella costruzione dell’autostrada Taung Gyi-Meikktila-Tachilek. Avrebbe aperto persino alcune sussidiarie all’estero – in particolare a Hong Kong – incaricate di gestire la vendita di gemme e gioielli, anche se è difficile verificare questa indiscrezione.

Non è chiaro quanto, nel caso in cui dovesse essere così, queste attività siano utilizzate per riciclare fondi provenienti dallo spaccio di droga. Né è mai stato chiaro se oggi sia proprio Wei a monopolizzare il traffico di sostanze stupefacenti nel Triangolo d’Oro.

Potere e visione

In gioventù, e fino agli anni ’70, Wei faceva parte – insieme ai suoi due fratelli – della rete di spie del Kuomintang e della CIA operativa lungo la frontiera tra il Myanmar e la provincia cinese dello Yunnan. In seguito, il futuro (e presunto) “Pablo Escobar dell’Asia” si sarebbe unito a vari signori della guerra birmani, salvo poi diventare la mente dietro la creazione dello Stato Wa.

Wei ha ottenuto il potere grazie alla sua intelligenza, ma anche soldi – tanti soldi – a causa della sua genialità. È stato – si dice – uno dei principali artefici della trasformazione del narcotraffico del sud-est asiatico, passato dall’eroina al commercio di metanfetamine, piccole pasticche acquistabili da tutti. Tutti comprende non solo i consumatori dell’Occidente – dove in precedenza era diretta la merce – ma anche gli asiatici: gli stessi che, a partire dagli anni ’90 e grazie alla crescita economica dei loro Paesi, hanno iniziato a permettersi l’acquisto dei cristalli.

Certo è che il gruppo di Wei ha utilizzato i propri collegamenti con la temuta UWSA per blindare il monopolio delle proprie attività. Descritti da vari insider del settore minerario come “un gruppo di gangster che fa affari in nero”, Wei e i suoi uomini gestirebbero una forma di racket su almeno cinquanta miniere di giada birmane. Molti addetti ai lavori li considerano gli attori più potenti di questo settore. Attenzione però, perché se per la DEA e la CIA Wei è una minaccia, per altri rimane un imprenditore finito, suo malgrado, nel mirino degli Usa.

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