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Prima dell’inizio della pandemia di Covid-19 in Europa teneva fortemente banco il dibattito sulla possibilità di creare un’Agenzia dell’Unione europea dedicata al contrasto del riciclaggio di denaro. Negli ultimi mesi il dibattito è tornato fortemente di attualità, sulla scia delle discussioni riguardo il mondo post-pandemico, le conseguenze economiche della crisi e le oggettive problematiche rilevate nel campo dell’organizzazione dei controlli sui traffici di denaro, leciti o meno, che riguardano i Paesi dell’Unione europea, le altre grandi economie del pianeta e i paradisi fiscali, espliciti o di fatto, sparsi per il mondo.

Quello del riciclaggio di denaro è un problema sistemico perché mette in campo la necessità di contrastare uno dei fenomeni più insidiosi dell’era globalizzata: la sovrapposizione tra flussi incessanti di capitali, apertura dei mercati e presenza al loro interno di attori ambigui e criminali dotati di forza finanziaria considerevole. A cui si aggiunge, in Europa, un’asimmetria tra le normative nazionali, i sistemi fiscali e le possibilità (e le volontà) politiche di controllare l’accumulazione di capitali sospetti, originati da fonti criminali o dall’evasione ordinaria e i flussi tra i diversi sistemi bancari.

La Commissione europea lo scorso anno ha stimato che almeno 160 miliardi di euro, una cifra paragonabile all’1% del Pil europeo, sono ogni anno assorbiti dal flusso del riciclaggio di denaro. Dallo scandalo dei passaporti d’oro ciprioti al problematico caso della filiale estone di Danske Bank, accusata di essere stata centrale operativa di un colossale piano di riciclaggio di fondi provenienti dalla Russia nel corso dello scorso decennio l’Unione europea ha dovuto più volte fare i conti con difficoltà con problematiche di questo tipo. E se da un lato alcuni ordinamenti come quello italiano hanno già compreso da tempo il nesso fondamentale tra il controllo del riciclaggio e il contrasto alle reti di criminalità organizzata, ritenute le principali fondi del riciclaggio di denaro (follow the money è un semplice ma sempre attuale principio d’investigazione), dall’altro il tema fondamentale è la necessità di mettere a sistema in maniera ordinata le capacità d’azione dei singoli Paesi con quelle delle istituzioni Ue, mettendo in campo strategie in grado di creare standard comuni in materia.

L’agenzia anti-riciclaggio Ue, nell’ottica della Commissione e del Parlamento europeo, dovrebbe strutturarsi in maniera tale da ricomprendere e coordinare le diverse competenze in materia oggi disperse tra i centri di potere dell’Unione. L’Autorità bancaria europea (Eba) che supervisiona il mondo finanziario del Vecchio Continente ha una sua unità anti-riciclaggio particolarmente attenta al contrasto dei flussi finanziari volti a sostenere le attività terroristiche. I Paesi del Vecchio Continente partecipano poi al Gruppo d’Azione Finanziaria Internazionale (Gafi) costituito nel 1989 al G7 che è spesso noto con il nome di Financial Action Task Force (Fatf). Il Gafi/Fatf si occupa di definire standard condivisi per la definizione delle attività da ricondurre a riciclaggio di denaro. Vi è poi da segnalare il Committee of Experts on the Evaluation of Anti-Money Laundering Measures (Moneyval) costituito presso il Consiglio d’Europa come forum permanente di analisi sulla trasparenza finanziaria dei 47 Paesi membri dell’organizzazione e di territori ritenuti critici per il problema del riciclaggio come le Isole del Canale, San Marino, il Vaticano e Gibilterra.

L’Ue e i suoi Paesi, dunque, a vario titolo partecipano a diverse strutture deputate al contrasto del riciclaggio. Manca però una vera e propria agenzia europea capace di fare sistema. Nel luglio 2020 il Parlamento europeo ha promosso una risoluzione per perorarne la creazione. Cosa potrebbe contribuire a realizzare un’autorità europea contro il riciclaggio? In primo luogo prima ancora che gli intenti bisognerebbe armonizzare le prassi e le forze messe in campo. Una chiara definizione di un quadro di sanzioni, di precise barriere contro gruppi criminali o operazioni spericolate di banche e imprese, di una catena di comando. In secondo luogo, andrebbe coordinato lo sforzo delle agenzie di intelligence finanziaria e dei pubblici ufficiali dei Paesi europei per consentire una trasmissione rapida di informazioni sensibili. L’agenzia potrebbe conservare database riguardanti gli schemi finanziari che regolano trust e imprese, i passaggi di proprietà o di grandi masse di denaro dentro l’Eurosistema, la trasparenza dei Paesi membri.

In sostanza, si tratterebbe di decostruire, in parte, l’architettura barocca dell’Unione europea che tende a frazionare competenze e autorità dimidiando l’efficienza in campi strategici come quello studiato. Ma anche, in un certo senso, di mettere i bastoni tra le ruote a un gruppo di Paesi che della condizione di paradisi fiscali di fatto, dunque di Paesi ostili per natura a regolamentazioni più stringenti sui flussi di denaro, hanno lucrato posizioni di rilievo in Ue. Pensiamo a Olanda, Lussemburgo, Cipro, Malta. Non a caso questi Paesi sono i pozzi neri della lotta europea al riciclaggio. Che deve partire proprio rompendo le rischiose rendite di posizione dei “bari” fiscali per armonizzare le capacità di controllo e di supervisione. E ridare equità alla competizione economica nel Vecchio Continente.

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