La politica ha un talento speciale: trasformare ciò che per decenni è rimasto teorico in qualcosa di improvvisamente “necessario”. In Israele la pena di morte esisteva già sulla carta, come un vecchio arnese chiuso in cantina dopo il caso Eichmann del 1962. Ora qualcuno ha deciso di rispolverarlo, oliarlo e magari usarlo, guarda caso nel momento di massima tensione con i palestinesi.

I segnali non sono solo parole da talk show. Il servizio penitenziario, raccontano i media locali, si starebbe già organizzando: strutture dedicate, personale formato, procedure studiate, perfino viaggi all’estero per capire come si fa. Quando la burocrazia si muove così in anticipo rispetto alla legge, di solito significa che la politica ha già scelto la direzione e aspetta solo di formalizzarla.

Il disegno di legge ha superato la prima lettura alla Knesset. Ne mancano altre due. Ma intanto la macchina si scalda. Si parla di esecuzioni rapide dopo la sentenza definitiva, di squadre di volontari, di meccanismi studiati nei dettagli. Non è il dibattito filosofico sulla giustizia: è logistica della morte di Stato.

Il bersaglio dichiarato sono i palestinesi accusati di terrorismo, a partire dai membri della Nukhba di Hamas legati agli attacchi del 2023, poi altri casi gravi in Cisgiordania. E qui arriva il punto che fa alzare più di un sopracciglio: la norma, per come viene descritta, non si applicherebbe agli israeliani ebrei che uccidono palestinesi in circostanze simili. Più che una legge penale sembra una legge identitaria. Non proprio il biglietto da visita ideale per chi rivendica di essere l’unica democrazia piena della regione.

La narrativa di Hamas

Il governo risponde alla propria opinione pubblica, ferita e arrabbiata dopo anni di attentati e dopo la guerra di Gaza. La linea dura porta consenso interno: mostra forza, promette deterrenza, dà l’idea di chiudere i conti. Ma la deterrenza, in questi conflitti, è una bestia capricciosa. Per chi è pronto a morire in un attacco, la minaccia della forca non cambia molto. Per le organizzazioni armate, invece, ogni esecuzione può diventare carburante di propaganda e reclutamento.

Poi c’è il fronte internazionale. Gli esperti delle Nazioni Unite ricordano che le condanne a morte automatiche comprimono la discrezionalità dei giudici e rendono difficile valutare attenuanti e contesto. Le organizzazioni per i diritti umani parlano di rischio di abusi, di arresti di massa con accuse vaghe, di condizioni carcerarie già durissime. Hamas, dal canto suo, usa la vicenda per rafforzare la narrativa della persecuzione sistematica. Ognuno suona il proprio spartito, e il risultato è un concerto stonato ma rumoroso.

Il vero nodo è politico: quando la pena di morte entra nel conflitto israelo-palestinese, non resta mai solo una questione giuridica. Diventa messaggio, simbolo, bandiera. Serve a dire “non torneremo indietro”. Il problema è che anche l’altra parte, di solito, prende nota e rilancia. Gli alleati occidentali si trovano nella solita posizione scomoda: difendere la sicurezza di Israele ma dover spiegare ai propri elettori perché chiudono un occhio su misure che, altrove, criticherebbero senza esitazioni. La reputazione internazionale è una moneta che si consuma lentamente ma si spende in fretta.

Alla fine resta una domanda semplice: introdurre davvero la pena di morte renderà Israele più sicuro o solo più duro? La storia della regione suggerisce che ogni giro di vite produce un contro-giro. Ma la politica, si sa, ragiona sul prossimo consenso. La storia presenta il conto più tardi. E non accetta ricorsi.

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