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Il 27 febbraio 2025, il Messico ha trasferito negli Stati Uniti 29 narcotrafficanti legati al crimine organizzato, un’operazione senza precedenti sia per il numero dei criminali spostati che per l’importanza dei soggetti coinvolti. Coordinata dalla Procuraduría General de la República e dalla Secretaría de Seguridad y Protección Ciudadana, l’azione si è svolta in concomitanza con colloqui di alto livello a Washington (incontri tra funzionari messicani e statunitensi per discutere temi di sicurezza bilaterale, come narcotraffico e sicurezza frontaliera).

Tra i trasferiti figurano Rafael Caro Quintero, ex leader del Cartello di Guadalajara, ricercato da 40 anni per l’omicidio dell’agente DEA Enrique Camarena nel 1985, i fratelli Miguel e Omar Treviño Morales (“Z40” e “Z42”), ex capi Zetas, e Vicente Carrillo Fuentes (“El Viceroy”) del Cartello di Juárez. Più recenti sono i casi di José Ángel Canobbio Inzunza (“El Güerito”), capo della sicurezza dei Chapitos del Cartello di Sinaloa, catturato il 19 febbraio 2025 a Culiacán, e Antonio Oseguera Cervantes (“Tony Montana”), fratello del leader del Cartello di Jalisco Nueva Generación (CJNG), Nemesio Oseguera Cervantes (“El Mencho”). Il Dipartimento di Giustizia USA ha confermato l’operazione, con la procuratrice generale Pamela Bondi che ha promesso processi rigorosi con “con tutto il peso della legge”.

Un impatto nullo sui cartelli

Tra il 2019 e il 2023, il Messico ha estradato in media 65 sospettati all’anno verso gli Stati Uniti. In un solo giorno, il 27 febbraio 2025, sono state eseguite circa il 45% del totale medio di estradizioni che il Messico effettua in un intero anno. Ma nonostante l’affidamento dei criminali all’alleato più potente, l’impatto sui cartelli appare limitato, se non nullo. Caro Quintero, ancora attivo ma privato del ruolo centrale che aveva in passato, o altri narcos come José Alberto García Vilano (“La Kena”) del Cartello del Golfo e Erick Valencia Salazar (“El 85”) del CJNG, sono già stati sostituiti da nuovi capi.

“I processi di estradizione tra Messico e Stati Uniti sono spesso intesi come una procedura tecnica per annullare l’influenza e il comando che i capi possono mantenere sulle loro strutture criminali anche dal carcere. Ma la realtà è che si tratta di processi attraversati da interessi politici delle autorità statunitensi, volti a concentrare informazioni sulle organizzazioni del narcotraffico e sui governi messicani”, hanno dichiarato Armando Vargas e Yair Mendoza, coordinatore e ricercatore del programma di sicurezza di México Evalúa.

I cartelli hanno strutture estremamente flessibili, si adattano rapidamente, mantenendo sempre operatività ed efficacia nonostante la perdita di capi storici. Inoltre, questa operazione ha sollevato una serie di preoccupazioni sull’indipendenza giudiziaria messicana. Juan Manuel Delgado, avvocato dell’ex capo Zetas Treviño Morales, ha denunciato violazioni della legge durante suddetto processo, con trasferimenti effettuati senza alcuna autorizzazione giudiziaria. Nel caso di Caro Quintero, un appello per sospendere l’estradizione era ancora in esame, ma è stato ignorato. Questi elementi suggeriscono un intervento diretto della presidente Claudia Sheinbaum, probabilmente in risposta alle crescenti pressioni USA, in particolare da parte di Donald Trump, che ha minacciato dazi e che ha già designato i cartelli come organizzazioni terroristiche.

“Il fatto che l’amministrazione federale messicana ignori le violazioni delle garanzie giuridiche degli individui estradati permette di comprendere il livello di tensione che caratterizza la relazione tra Messico e Stati Uniti a causa dell’attività delle organizzazioni criminali messicane. Inoltre, la commissione di tali violazioni riflette la centralizzazione del potere nella figura della titolare del potere esecutivo federale e la sua capacità di annullare la separazione dei poteri”.
Hanno dichiarato Armando Vargas e Yair Mendoza, coordinatore e ricercatore del programma di sicurezza di México Evalúa.

Questo episodio richiama precedenti significativi nelle relazioni USA-Messico. Nel gennaio 2017, l’estradizione di Joaquín “El Chapo” Guzmán, avvenuta alla vigilia dell’insediamento di Trump, fu interpretata come un gesto del Messico per rafforzare la cooperazione bilaterale e placare le minacce di possibili ripercussioni economiche sul Paese. Alcuni analisti videro l’estradizione come un “regalo” all’amministrazione Obama, altri come un’apertura a Trump per evitare attriti. Successivamente, nel 2019, la sospensione temporanea dei dazi USA sul Messico fu ottenuta solo dopo negoziati che inclusero impegni messicani su temi sensibili per la Casa Bianca (uno tra tutti l’immigrazione), dimostrando come concessioni su temi di sicurezza bilaterale possano influenzare l’economia e la sovranità del paese centroamericano. Questi tasselli confermano la tesi che il trasferimento del 2025 sia stato una mossa strategica per cercare di mantenere lo status di partner affidabile degli Stati Uniti, oltre che un punto di riferimento nello scacchiere geopolitico regionale.

Luci e ombre degli accordi con gli USA

Un altro aspetto interessante di questo controverso passaggio è la possibilità che alcuni narcos collaborino con le autorità USA, seguendo un modello già ampiamente consolidato. Jesús Vicente Zambada (“El Vicentillo”), estradato nel 2010, testimoniò contro “El Chapo” nel 2018-2019, ottenendo una condanna ridotta e protezione nel Programma di Protezione Testimoni USA. Ovidio Guzmán López, figlio di “El Chapo”, ha formalizzato un accordo di colpevolezza a Chicago l’11 luglio 2025, offrendo informazioni su alcune rotte di traffico ed episodi di corruzione.

“Così come i processi di estradizione sono attraversati da interessi politici, anche i capi estradati giocano un gioco politico, poiché, consapevoli della loro rilevanza per le autorità statunitensi, scambiano informazioni in cambio di condizioni migliori per scontare le loro condanne”, hanno dichiarato Armando Vargas e Yair Mendoza, coordinatore e ricercatore del programma di sicurezza di México Evalúa.

Questi accordi, pur essendo utili per smantellare o comunque limitare le reti criminali, sono molto controversi in Messico, dove vengono percepiti come impunità per i criminali di alto profilo, una cessione di sovranità in cui il sistema giudiziario messicano viene relegato a un ruolo subordinato, per non dire raggirato. Inoltre, la recente entrata negli USA di 17 familiari di “El Chapo”, inclusa l’ex moglie Griselda López Pérez, come parte di un negoziato con Ovidio Guzmán López, ha sollevato non poche polemiche. Il segretario della Sicurezza messicana, Omar García Harfuch, ha confermato che il trasferimento era legato a un accordo con il Dipartimento di Giustizia USA, anche qui suscitando critiche per la mancanza di trasparenza e coordinamento con il Messico.

Nonostante gli sforzi e la cooperazione Messico-USA, l’estradizione di massa dei narcos non intacca le radici del crimine organizzato. I cartelli continuano a prosperare grazie alla loro capacità di rigenerarsi in fretta. Le modalità delle operazioni, che bypassano le garanzie giudiziarie, evidenziano tensioni tra pragmatismo politico e indipendenza istituzionale. I dazi, le trattative, i favori confermano che il Messico utilizza concessioni in materia di sicurezza per tenere a bada il suo potente vicino, in un delicato equilibrio tra sovranità e scenari geopolitici locali estremamente fragili. Il costo di questa cooperazione potrebbe essere solo un rafforzamento della narrativa di un Messico costantemente costretto a piegarsi alle richieste di Washington.

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