L’accelerazione di Commissione europea ed Europarlamento sulla costituzione di un’agenzia europea per il contrasto al riciclaggio segnala la volontà dell’Unione di porre un freno a un problema sempre più spinoso per il Vecchio Continente ma che, a uno sguardo più ampio, ha portata globale.

L’Unione europea, come in altri campi di interesse della politica economico-finanziaria globale, appare più oggetto che soggetto di diverse dinamiche, ma nel settore della lotta al riciclaggio ha delle frecce al proprio arco che può utilizzare. In primo luogo qualora riuscisse a creare un consenso generale sulla capacità degli Stati di porre regole chiare e certe per arginare gli effetti più deleteri della competizione fiscale, del lassismo nei controlli contro i flussi di denaro sporco e prevenire le conseguenze sistemiche. In secondo luogo se potesse utilizzare le leve della regolamentazione della concorrenza in maniera tale da garantire regole certe a banche e istituzioni finanziarie per una governance responsabile dei flussi finanziari. In terzo luogo, perché i valori in gioco, 160 miliardi di dollari all’anno drenati dall’economia legale, non possono non far sentire i loro effetti sugli altri mercati.

Nello scorso decennio lo United Nations Office on Drugs and Crime ipotizzò che l’ammontare di denaro riciclato ogni anno da criminali ed evasori del Pianeta oscillasse tra gli 800 e i 2mila miliardi di dollari. Una cifra oscillante dal 2 al 5% del Pil globale. Un’inchiesta condotta su oltre 2.100 rapporti elaborati dal Fincen (Financial crimes enforcement network), l’agenzia anti-riciclaggio degli Stati Uniti, raccolti dal 2000 al 2017 da parte del Consorzio internazionale dei giornalisti investigativi (Icij) ha analizzato movimenti sospetti per 2,1 trilioni di dollari, compresi diversi movimenti legati al maxi-scandalo Danske Bank che ha travolto anche Deutsche Bank. L’istituto tedesco, nota L’Espresso, secondo il Fincen avrebbe “gestito operazioni di sospetto riciclaggio per circa 1.300 miliardi di dollari”, seguita in questa speciale classifica da “Jp Morgan Chase (514 miliardi), Standard Chartered (166 miliardi), Bank of New York Mellon (64 miliardi) e decine di altri istituti con cifre minori”. Vedere una banca europea in testa a questo problematico ranking segnala la valenza globale dell’azione della Commissione.

Quali sono i centri principali in cui si muove questo denaro sporco? I primi sono quelli in cui si trovano le grandi piazze finanziarie, inevitabilmente nel mirino di grandi organizzazioni criminali e dei loro apparati di copertura. La National Crime Agency (Nca), l’agenzia contro il crimine organizzato del Regno Unito, stima che nel Paese di Sua Maestà ogni anno vengano riciclati tra 36 e 90 miliardi di sterline (tra i 42 e i 105 miliardi di euro), dal 2 al 5% del Prodotto interno lordo britannico, attraverso la piazza della City di Londra in cui l’organizzazione non governativa Occrp (Organized crime and corruption reporting project) ha stimato che tra il 2010 e il 2014 diverse grandi banche internazionali avrebbero movimentato fino a 80 miliardi di fondi illeciti.

Seguono poi i mercati emergenti, in cui molto spesso le nuove organizzazioni criminali, legate alle mafie tradizionali, accumulano il “patrimonio originario” che poi spostano altrove a fini commerciali o di investimento. Come scrive Valori, ” tra i Paesi caratterizzati dai più elevati deflussi illeciti di denaro in valore assoluto spiccano il Messico (31,5 miliardi di dollari), la Malaysia (22,9 miliardi), la Thailandia (16 miliardi) e il Brasile (12 miliardi). Ma nella lista compaiono anche alcune nazioni europee come Ungheria (7,6 miliardi) e Romania (5,1). Tra le principali destinazioni del riciclaggio commerciale si segnalano invece Polonia (32,3 miliardi) e Indonesia (10,1 miliardi)”.

Infine, vi sono gli immancabili paradisi fiscali. Tanto più stigmatizzati su scala mondiale quanto più sono di fatto tollerati come centri di equilibrio delle dinamiche del capitalismo globale. Uno studio dell’Ufficio d’informazione finanziaria della Banca d’Italia del 2014 ha sottolineato che correlazioni positive e significative emergono tra l’indice di anomalia dei flussi proposto per misurare i movimenti tra Italia e paradisi fiscali e alcuni indicatori di criminalità nelle province di origine dei bonifici attenzionati, nonché con misure di rischio e “opacità” dei paesi di destinazione. Le Isole Cayman, le Isole del Canale, il Lussemburgo, lo Stato Usa del Delaware, il Liechtenstein sono solo alcuni dei paradisi fiscali in cui il denaro riemerge ripulito dopo aver fatto lunghi giri. Una validazione del movimento da e per i paradisi fiscali deve essere un impegno comune per tutte le economie avanzate.

Dunque l’Unione può e deve martellare fortemente il chiodo della lotta all’evasione. Problema di taglia globale che oggi più che mai necessita di una soluzione sistemica. La condivisione di informazioni e competenze nella lotta ai traffici illeciti deve essere avviata su scala europea per poter poi amplificare regole certe e precise in tutto il sistema mondiale. Fermando un circolo vizioso che alimenta il potere della criminalità organizzata, dei narcotrafficanti, dei terroristi che lucrano sulle opacità della finanza planetaria. E su cui manca per ora la volontà di un’azione comune.