Le prigioni degli Usa: 7 milioni di persone dentro e fuori ogni anno

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Ogni giorno, negli Stati Uniti che hanno votato per il ripristino dell’ordine col pugno di ferro contro il presunto lassismo dei progressisti, oltre 600.000 persone sono rinchiuse in strutture detentive di vario tipo: carceri statali, penitenziari federali, prigioni locali, centri di detenzione per migranti, strutture minorili, ospedali psichiatrici e carceri militari. E più di 7 milioni passano per il carcere almeno una volta ogni anno. È il ritratto aggiornato di un sistema frammentato e ipertrofico, raccontato nel rapporto annuale Mass Incarceration: The Whole Pie 2025 del Prison Policy Initiative. Un’analisi che sfida dieci miti radicati nella percezione pubblica della giustizia criminale statunitense.

A differenza di quanto si potrebbe pensare, non esiste un “sistema carcerario” unificato, nel Paese più poliziesco d’Occidente. Ci sono migliaia di sistemi locali, statali e federali, ciascuno con le proprie regole, dati e priorità. Il risultato è un mosaico disordinato che costa al contribuente almeno 182 miliardi di dollari all’anno, ma che produce risultati scadenti in termini di sicurezza e giustizia sociale. Molti detenuti non sono neppure stati condannati: più di 485.000 persone sono rinchiuse in attesa di giudizio, spesso perché non possono permettersi la cauzione. Le prigioni locali, più che quelle statali o federali, funzionano come vere e proprie “porte d’ingresso” al sistema penale, colpendo soprattutto i più poveri, malati o tossicodipendenti.

Uno dei miti più diffusi è che la criminalità sia in aumento. I dati Fbi mostrano che i tassi di criminalità negli Stati Uniti nel 2024 sono stati i più bassi dal 1961, ma il panico morale alimentato da media e politici ha spinto anche alcuni riformisti a fare marcia indietro. Lo stesso vale per il mito che basterebbe liberare i “non-violenti” arrestati per droga per svuotare le prigioni: il 78 per cento delle persone incarcerate oggi lo è per reati diversi dal semplice possesso di stupefacenti.

Anche la distinzione tra reati “violenti” e “non violenti” è spesso fuorviante: in molti stati Usa, reati come il furto notturno in un’abitazione disabitata sono classificati come “violenti” anche se non implicano danni fisici. Questo permette di infliggere lunghe pene detentive a persone che non rappresentano una minaccia reale.

La prigione come unica risposta

Le carceri non curano, dicono gli analisti. Due terzi dei detenuti con disturbi da uso di sostanze non ricevono alcuna terapia; i suicidi sono la prima causa di morte nei penitenziari locali. Le condizioni di vita degradanti aumentano le probabilità di recidiva. Eppure, anche per reati sessuali o violenti, le persone incarcerate sono statisticamente meno propense a delinquere di nuovo rispetto ad altri gruppi. Il carcere non solo non dissuade dal crimine: spesso lo alimenta.

Soluzioni presentate come alternative alla detenzione, come il monitoraggio elettronico, in realtà ampliano il controllo penale senza ridurre l’incarcerazione. Le “violazioni tecniche” (come una mancata firma o un ritardo) portano ogni anno in carcere oltre 120.000 persone. La supervisione comunitaria finisce così per essere un percorso a ostacoli che spesso termina in cella.

La detenzione colpisce sproporzionatamente, ça va sans dire, i poveri e le minoranze. Gli afroamericani, che costituiscono il 14% della popolazione, rappresentano il 41% dei detenuti. Le donne, pur essendo una minoranza nelle carceri, sono sempre più colpite, soprattutto per motivi economici. La detenzione minorile sta diminuendo, ma cresce la popolazione carceraria anziana, spesso condannata a pene sproporzionate per reati commessi in gioventù.

Qualsiasi riforma, in questo egemone occidentale sempre più sconsolante per ciò che offre dal punto di vista sociale, richiede un cambio di paradigma. Non basta liberare qualche povero cristo non dannoso al pubblico o costruire carceri con più servizi, come se fosse un problema di dettagli. Serve ridurre la dipendenza dalla detenzione come risposta predefinita a ogni problema sociale: dalla tossicodipendenza al disagio psichico, dalla povertà al trauma. Serve investire in salute, lavoro, casa, scuola. E serve ripensare il concetto stesso di giustizia: non più punizione, ma riparazione e prevenzione.

Gli Stati Uniti in crisi di maturità del Trump 2.0 hanno il più alto tasso di incarcerazione del mondo democratico. Se vogliono uscire da questa trappola, devono smettere di guardare solo la “fetta” che fa più scalpore e iniziare a vedere, e ridurre, l’intera torta.