La strage di Capaci e la stagione delle bombe: tutte le cose che dobbiamo ancora capire

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Il 23 maggio 1992, nei pressi dello svincolo per Capaci, sull’autostrada che dall’aeroporto di Punta Raisi porta a Palermo, le tre Fiat Croma che componevano il corteo di auto blindate a protezione di Giovanni Falcone e della moglie Francesca Morvillo furono investite dall’esplosione di 500 chili di tritolo. La prima macchina, quella con gli agenti di scorta Antonio Montinaro, Vito Schifani e Rocco Dicillo, venne disintegrata, uccidendo sul colpo gli occupanti. La seconda, quella guidata da Falcone, si schiantò su un muro di asfalto sollevato dalla deflagrazione; la terza, seppur gravemente danneggiata, protesse i tre occupanti: Paolo Capuzza, Gaspare Cervello, Angelo Corbo. Ancora oggi, questo attentato viene ricordato come “strage di Capaci”.

Ancora troppe ombre

A distanza di 32 anni e dopo una lunghissima vicenda giudiziaria con due processi e svariati filoni d’indagine, con ergastoli comminati a mafiosi di primo piano come Totò Riina, Pietro Aglieri, Bernardo Provenzano, Giuseppe Graviano e molti altri, non è possibile guardarsi indietro e dire con serenità d’animo che giustizia è stata pienamente fatta. Le zone d’ombra restano. E sono molte. E ancora oggi fanno paura.

Per la strage di Capaci si è parlato a giusta ragione di un’azione militare. L’esplosione ha colpito un convoglio in movimento. Certamente non una banalità. Eppure, secondo il racconto degli stessi mafiosi, Brusca, che materialmente premette il pulsante del telecomando per far brillare l’ordigno, ebbe un’esitazione dovuta a un improvviso rallentamento delle automobili. Non staremo qui a ripercorrere le centinaia di ipotesi che si addensano su questo evento cardine della storia italiana, con il rischio di cadere nella trappola del revisionismo o del più abusato complottismo. Ci limiteremo a rilevare come soltanto di recente si è tornato a parlare della possibile presenza di una donna nel commando che gestì materialmente l’attentato. Una donna che – stando a quella che era la prassi mafiosa negli anni Ottanta/Novanta – difficilmente era organica a Cosa Nostra. Come di recente si è parlato di un coinvolgimento di uomini cerniera tra organi di Stato e criminalità organizzata, come Giovanni Aiello, più noto come Faccia da mostro.

Una strategia per la sconfitta

Di certo, l’esecuzione di Giovanni Falcone e, il 19 luglio 1992, di Paolo Borsellino e degli uomini e donne della sua scorta, non giovò a Cosa Nostra. Quando ancora oggi si parla di “attacco allo Stato”, di “strategia stragista”, bisognerebbe chiedersi: di che strategia stiamo parlando? Di una strategia tanto spettacolare, quanto fallimentare. Ed è possibile tentare un attacco allo Stato con una strategia fallimentare? Evidentemente sì, perché è quello che è accaduto. Ma allora che tipo di capo era Totò Riina? Come ha potuto pensare di vincere la guerra con lo Stato a suon di bombe, salvo poi portare l’organizzazione di cui era il vertice allo sfaldamento e alla sconfitta militare? Dovremmo credere che fosse un totale imbecille. E forse è così, ma resta il dubbio che qualcuno possa averlo spinto in quella direzione, convincendolo magari con delle promesse.

Ma allora – si potrebbe obiettare – nel momento in cui quelle promesse sono venute meno, quando era ormai chiaro che lo Stato avrebbe vinto e che lui e i suoi accoliti avrebbero passato la vita in regime di 41bis, perché non ha fatto saltare il banco? Per quale motivo non ha trascinato con sé nel baratro gli uomini e le donne con cui potrebbe aver stretto un patto scellerato? Le ipotesi sono due: per omertà mafiosa. O perché aveva motivo di temere una rappresaglia.

Le minacce a Riina

Non significherà nulla, ma ricordiamo quando – dopo un lunghissimo silenzio – la misteriosa sigla della Falange armata tornò a far parlare di sé. Era il 2014. Da quasi vent’anni l’oscura organizzazione terroristica, che fino a quel momento aveva rivendicato anche le buche sulle strade di Roma, è silente. L’apice della sua attività si era avuto tra il 1992 e il 1994. Con questa sigla erano stati rivendicati omicidi, attentati, le bombe di Firenze e Milano. Ancora oggi si discute su chi vi fosse dietro. Servizi segreti deviati, si dice. Personaggi legati all’organizzazione Gladio. Uomini della VII Divisione del Sismi, su cui si addensarono – e tutt’ora si addensano – i maggiori sospetti. Ad ogni modo, nel 2014 una lettera indirizzata a Riina, recluso in regime di massima sicurezza, arriva al carcere di Opera. “Chiudi quella maledetta bocca”, c’è scritto, “ricorda che i tuoi familiari sono liberi. Per il resto ci pensiamo noi”.

Come facevano gli anonimi estensori della missiva a sapere che da qualche mese Riina passava l’ora d’aria in compagnia di un altro detenuto con il quale si confidava? Mistero.

Un quadro incompleto e presenze inquietanti

Così come un mistero resta il cambio di strategia che, dopo l’uccisione di Falcone e Borsellino, porta Cosa Nostra a colpire sul continente, prendendo di mira obiettivi decisamente particolari, come gli Uffizi di Firenze e il PAC di Milano. Da chi arrivò il suggerimento? Perché si decise di agire in quelle città e in quegli specifici luoghi? Anche in questo caso, il sospetto che Cosa Nostra abbia avuto un ruolo comprimario è molto forte. Non solo ipotesi giornalistiche, ma diversi testimoni hanno indicato la presenza di almeno una donna nel commando terrorista. Ma ancora oggi, sull’identità di questa figura femminile resta il mistero.

L’avviso di garanzia a Mario Mori

Che la storia delle stragi non sia una storia con cui l’Italia ha fatto pace nonostante il tempo passato, lo dimostra anche la notizia del 21 maggio diffusa dallo stesso generale Mario Mori, già a capo del ROS e poi dei Servizi segreti civili (Sisde), che ha ricevuto un avviso di garanzia dalla Procura di Firenze che l’ha convocato proprio nel giorno della ricorrenza della strage di Capaci in qualità di “indagato per i reati di strage, associazione mafiosa e associazione con finalità di terrorismo internazionale ed eversione dell’ordine democratico“. Secondo i procuratori fiorentini, Mori era a conoscenza della preparazione degli attentati del 1993, ma non avrebbe fatto nulla per impedirli. Un accusa infamante e tutta da dimostrare, ma che la dice lunga sulla percezione che tanto gli investigatori, quanto l’opinione pubblica possa aver maturato nel corso del tempo in riferimento a certe vicende.

In generale e per chiudere il cerchio, che un gruppo di “viddani”, per quanto feroce, per quanto strutturato, per quanto determinato ad acquisire potere, possa esser passato dagli agguati con la lupara alle bombe in centro a Palermo, Roma, Firenze e Milano, è quanto meno sorprendente. Sia chiaro, esiste una verità processuale. Ma esistono anche tanti, piccoli dettagli che, messi in fila uno accanto all’altro, compongono un quadro ancora incompleto, ma che lascia intravedere in un angolo, in posizione defilata, discreta, ma pur sempre visibile, figure ancora indefinite. Ma che con Cosa Nostra hanno poco a che fare.