Beirut aspetta giustizia dal 4 agosto 2020. Tre anni dopo l’esplosione che ha ucciso quasi 220 persone, ferite più di 6.500 e provocato decine di migliaia di sfollati, con 77mila appartamenti distrutti, le indagini procedono a rilento.
Le reali cause che hanno provocato la doppia deflagrazione nel porto della capitale del Libano sono ancora avvolte nella nebbia. I familiari delle vittime, al momento, possono accontentarsi soltanto di un memoriale per i defunti, sorto quasi spontaneamente sull’autostrada che attraversa lo scalo portuale martoriato.
Disegni, frasi e slogan si susseguono sul parapetto del ponte, insieme alle foto di chi ha perso la vita durante l'”apocalisse”, come la chiamano alcuni abitanti del posto. Le cicatrici di quell’episodio sono ancora visibili, tra rottami metallici, auto carbonizzate e strutture ancora sventrate.
L’inchiesta che dovrebbe chiarire cosa è accaduto è tuttavia bloccata a causa delle molteplici procedure avviate contro Tarek Bitar, il magistrato incaricato di fare luce sulla vicenda. Ad oggi, le origini di una delle più grandi esplosioni non nucleari della storia rimangono inspiegabili. E all’orizzonte non si intravedono processi né condanne.
Accuse e omicidi misteriosi
La giustizia è congelata, proprio come il tempo di chi ha vissuto sulla propria l’esplosione del porto di Beirut. Come ha scritto L’Orient-Le Jour, giornalisti, avvocati e attivisti stanno cercando di abbattere un enorme muro di silenzio. Cercano di capire come sia stato possibile far arrivare a Beirut un carico di esplosivo, per poi abbandonarlo in un hangar per sei anni, prima di assistere ad una deflagrazione evitabile.
Mentre le autorità politiche libanesi hanno parlato fin da subito di una serie di negligenze, Lokman Slim, un intellettuale, editore, documentarista libanese, ha denunciato un “crimine di guerra” incolpando Russia, Siria ed Hezbollah. Forse Slim è a conoscenza di prove che certificherebbero una consegna di esplosivo o altre torbide vicende? Non lo sapremo mai. Venti giorni dopo che aveva rilasciato le sue accuse nel corso di un’intervista, risalente al 4 febbraio 2021, l’uomo è stato trovato, senza vita, crivellato da colpi d’arma da fuoco nella sua automobile.
Attenzione però, perché in seguito alla suddetta esplosione, diversi altri omicidi hanno scosso il Libano. Omicidi mai chiariti, effettuati presumibilmente da professionisti, con inchieste chiuse troppo in fretta nella presunta assenza di piste e sospetti. Le vittime non avevano nulla in comune tra loro, se non un qualche tipo di collegamento con il porto di Beirut.
Un rebus senza soluzione
Perché queste persone sono state assassinate? Forse per la posizione che ricoprivano o per le informazioni in loro possesso? Minacciavano di infrangere il muro di omertà con testimonianze di fuoco? Nessuno conosce le risposte corrette. Vale però la pena mettere sul tavolo alcuni episodi curiosi.
Prima dell’esplosione, il 21 febbraio 2014, il colonnello Joseph Skaff, che dirigeva la sezione incaricata di seguire i flussi clandestini e il riciclaggio di denaro, aveva allertato i suoi superiori in merito al rischio per la “pubblica incolumità” rappresentato da un’imbarcazione ormeggiata da tre mesi, la Rhosus, contenente nitrato di ammonio, materiale altamente pericoloso ed esplosivo. Perché ormeggiare per così tanto tempo una nave nel porto? Forse era una truffa, pensava il doganiere.
Tre anni dopo la segnalazione, Skaff viene ritrovato senza vita. E come lui altri personaggi, come il fotografo Joe Bejjani, che potrebbe aver visto qualcosa che non avrebbe dovuto vedere, e l’ex colonnello della dogana del porto di Beirut, Mounir Abou Rjeily, amico di Skaff.
Quando il magistrato Bitar ha cercato di riavviare le indagini, nel gennaio 2023, il principale procuratore libanese, un altro giudice, Ghassan Oweidat, lo ha duramente attaccato. In tutto questo, nessuno sa ancora oggi cosa sia davvero accaduto al porto di Beirut tre anni fa. Se quello scalo è soprannominato “la grotta di Ali Baba e dei 40 ladroni” ci dovrà pur essere un motivo.

