Terrorismo, deforestazione, epidemie: un solo luogo, molte sfide
ECCO DOVE VOGLIAMO ANDARE

Nel Giappone che ha abbracciato completamente la modernità – la modernità occidentale –, non è rimasto più alcuno spazio per i riti, i costumi, le tradizioni e le organizzazioni legate all’Impero del Sole. E in questa nuova era, sorta nel secondo dopoguerra e fondata nel dramma, sta lentamente volgendo al termine l’epopea plurisecolare della potente e pericolosa Yakuza, un’organizzazione complessa, certamente criminale, che nel bene e nel male ha plasmato l’identità giapponese parimenti a ninja e samurai. Un’organizzazione nata durante l’epoca Tokugawa, sopravvissuta al rinnovamento Meiji e che sta venendo sconfitta da un nemico improbabile: l’occidentalizzazione del popolo giapponese.

Dei criminali atipici

La Yakuza, le cui origini si perdono all’alba dell’era Tokugawa, cioè nei primi decenni del Seicento, è stata per lungo tempo l’unica organizzazione criminale operante nell’arcipelago giapponese. I suoi membri sono stati storicamente considerati degli anti-eroi, dei ladri giusti, dei banditi romantici e dei benefattori, o meglio dei cavalieri (ninkyō dantai), da venerare e proteggere per i contadini oppressi dai feudatari. E sono stati invece ritenuti degli assassini, dei rapinatori e dei malfattori, dunque dei violenti (bōryokudan), da arrestare e mandare al patibolo dagli shōgun. Oggi che l’era di questa mafia sui generis sembra volgere al termine, per ragioni che verranno esplicate più avanti, è il caso di chiedersi: cos’è stata realmente la Yakuza?

Per capire il fenomeno Yakuza, prima di tutto, vanno dismesse le lenti interpretative e analitiche occidentalo-centriche. Perché non si può comprendere una realtà asiatica avendo lo sguardo rivolto a ponente. La Yakuza è stata – si utilizza rigorosamente il passato perché quella che esiste oggi è una cartolina sbiadita di ciò che fu nei secoli – un’organizzazionale criminale atipica, più unica che rara, perché conglobata al potere politico, dotata di una missione sociale e non di rado servente l’interesse nazionale e la collettività. Noti sono, ad esempio, i “rinforzi” inviati dalla Yakuza alle autorità civili durante il terremoto di Kobe del 1995 e il disastro di Fukushima del 2011.

Nacque poco dopo lo stabilimento della dittatura del clan Tokugawa, rispondendo alla chiamata di aiuto dei sudditi più indigenti, privi di adeguate fonti di reddito ed esposti alle brutalità della criminalità comune e degli agenti dello shōgun. Questo è il motivo per cui i loro membri, organizzati in clan verticistici e dotati di rigidi codici di condotta plasmati dal bushidō, sono stati a lungo idolatrati dagli ultimi tra gli ultimi, assumendo le sembianze di Robin Hood in kimono e venendo immortalati in libri, canzoni e opere cinematografiche.

L’organizzazione criminale, con il tempo e per ragioni di pragmatismo, sarebbe giunta ad un compromesso con le autorità: libero controllo del territorio in cambio di supporto alla classe dirigente e alla nazione in caso di necessità e crisi. Un patto profano, informale, non scritto, che avrebbe permesso alla Yakuza di prosperare economicamente, crescere numericamente e contenere la concorrenza, cioè la criminalità piccola e disorganizzata. Per almeno tre secoli e mezzo.

Dopo un primo momento di popolarità, vissuto durante l’era Meiji e dato dal carisma del criminale-benefattore-eroe popolare Shimizu Jirochō, la Yakuza ha avuto un secondo (e ultimo) periodo di gloria tra gli anni Sessanta e i Settanta, che per il Giappone sono stati sinonimo di contestazioni studentesche, nostalgia imperiale e fermento comunista. Un ventennio durante il quale l’organizzazione criminale sarebbe arrivata a contare più di duecentomila membri.

Gangster cercasi

Sembrano, e in effetti sono, lontani i tempi in cui la Yakuza vantava un esercito di oltre duecentomila membri. Perché oggi, 2022, il Centro Nazionale per la Rimozione delle Organizzazioni Criminali parla di una presenza ridotta di nove decimi, cioè a circa 25mila persone. Soltanto dieci anni fa, nel 2011, lo stesso ente aveva conteggiato poco più di 70mila mafiosi.

La domanda è lecita: che cosa sta accadendo alla Yakuza? I più vedono nella crisi dell’organizzazione criminale una conseguenza semplice e logica della rivoluzione giudiziaria inaugurata nei primi anni Dieci del Duemila, che ha posto fine all’accordo di pace plurisecolare tra il potere politico e i gangster e portato ad un aumento delle operazioni di polizia, all’introduzione di maggiori restrizioni alla vita sociale e controlli contro il riciclaggio di denaro illecito, all’emissione di pene più severe e al primo caso di condanna a morte per reati di mafia – pronunciata nei confronti di Satoru Nomura, capo del clan Kudo-kai, lo scorso agosto.

La tolleranza zero verso la Yakuza degli ultimi governi ha sicuramente inciso, aggredendo le capacità rigenerative e trasformative di questa realtà plurisecolare, ma l’arrivo del tramonto è esplicabile anche, e soprattutto, attraverso i profondi cambiamenti culturali che scuotono il Giappone sin dal suo inglobamento nella sfera civilizzazionale dell’Occidente. Perché, con o senza poliziotti alle calcagna, la verità è che la Yakuza ha problemi di ricambio generazionale da più di un trentennio. Problemi di cui è possibile catturare la profondità facendo ricorso ai numeri:

  • Gli ultracinquantenni costituivano il 51,2% dell’intera popolazione della Yakuza nel 2019, seguiti a lunga distanza dai trentenni (14%) e dai ventenni (4,3%).
  • Fra il 2006 e il 2019, inoltre, è quintuplicata la quota dei membri ultrasettantenni, i quali sono passati dal 2,3% al 10,7% del totale.
  • Nello stesso periodo, invece, la quota dei trentenni si è dimezzata, scendendo dal 30,6% al soprascritto 14%, mentre quella dei ventenni si è erosa quasi del tutto, abbassandosi dal 12,6% al già menzionato 4,3%.

Perché la Yakuza sta scomparendo, dunque? Perché, riprendendo le parole di un boss in pensione intervistato dal The Asahi Shimbun, “ai giovani di oggi non piace l’idea di legarsi ad una banda”. E perché, secondo l’esperto Tomohiko Suzuki, “[i giovani] devono sacrificare molto per condurre la vita di un gangster e per dei ritorni economici in costante diminuzione”. Nello specifico, i giovani dovrebbero rinunciare ad agi e comodità, dall’utilizzo spensierato di telefoni e social network a viaggi e servizi bancari, senza trascurare la nolontà di piegarsi a codici di comportamenti ritenuti anacronistici, fuori dal tempo, come il bushidō.

La Yakuza sta morendo – ed è giusto così, perché trattasi di un’organizzazione criminale colpevole di crimini efferati e omicidi –, ma dovrebbe far riflettere che la causa del decesso, più che all’azione della polizia, sia da ricondurre all’ascesa di una generazione telefono ed hentai, che al crimine dice no soltanto perché paga poco, perché paradossalmente impone delle regole di condotta e perché entrare in una banda equivarrebbe a precludersi l’accesso da Facebook e spiagge.

Qual è il crocevia del mondo di domani?
È lì che vogliamo portarvi