Nel cuore dell’America Latina si sta combattendo una guerra senza dichiarazioni ufficiali, senza confini netti, ma con migliaia di morti, territori frammentati, economie criminali e un tessuto statale sempre più vulnerabile. È la guerra dei cartelli messicani, che negli ultimi vent’anni hanno trasformato il Messico in un’arena transnazionale dove si incrociano i traffici di cocaina, fentanyl, esseri umani, petrolio rubato, armi e denaro sporco.
L’evoluzione della criminalità organizzata in Messico è passata da un modello centralizzato dominato da pochi clan (Sinaloa, Tijuana, Juárez, Gulf Cartel) a una struttura molecolare composta da centinaia di gruppi armati, cellule locali, milizie, ex vigilanti corrotti e fazioni in guerra tra loro. Una degenerazione favorita dalle operazioni militari iniziate nel 2006, che hanno smembrato i vertici dei grandi cartelli senza sostituirli con istituzioni efficaci.
Fentanyl, cocaina, migranti: l’economia criminale globale si fa messicana
I flussi della droga restano il cuore pulsante del sistema. A nord, lo Stato di Sinaloa è diventato la capitale del fentanyl, sintetizzato da precursori chimici cinesi in laboratori clandestini, spesso di bassa qualità, destinato al mercato statunitense. A sud e lungo le coste del Pacifico, il Cartello di Jalisco Nueva Generación (CJNG) controlla i porti e punta ai mercati europei, esportando cocaina andina e droghe sintetiche.
Il fentanyl è solo la punta dell’iceberg: il contrabbando di migranti, lo sfruttamento sessuale, l’estorsione, il furto di carburante, il riciclaggio e l’estrazione mineraria illegale generano ricavi che spesso superano quelli del narcotraffico tradizionale.
Una violenza che plasma i territori
Ogni stato federale messicano è teatro di un conflitto specifico. In alcuni casi — come a Michoacán, Guerrero o Colima — si combatte con droni esplosivi, mine e veicoli blindati artigianali. In altri, come Quintana Roo, l’estorsione e l’infiltrazione mafiosa prendono di mira il turismo. In altri ancora, come Tamaulipas o Sinaloa, il controllo delle “plazas” — i nodi logistici per i flussi di droga e migranti — è fonte di guerre intestine tra fazioni armate.
Accordi temporanei, alleanze tra clan, tradimenti e scissioni sono la regola. Il tradimento che ha portato all’arresto di El Mayo Zambada da parte dei figli di El Chapo, i “Chapiza”, ha aperto una guerra interna nel cartello di Sinaloa, trasformando ogni contesa in una questione d’onore. La criminalità messicana oggi è un sistema fluido, mutante, pervasivo.
Lo Stato tra inerzia e militarizzazione
La risposta dello Stato è apparsa spesso tardiva o inefficace. Le forze armate, ora al centro del dispositivo di sicurezza con la Guardia Nazionale, sono più impegnate in funzioni amministrative ed economiche (aeroporti, treni, porti) che in operazioni di intelligence o controllo del territorio. La polizia locale è in larga parte corrotta o abbandonata. L’intelligence federale, riformata sotto la nuova presidenza, cerca di costruire nuove capacità investigative, ma manca ancora un reale coordinamento interforze.
Nel frattempo, i cartelli si infiltrano nei gangli vitali dello Stato: governi locali, polizia, imprese pubbliche. E mentre il nuovo governo annuncia piani di contrasto e task force, la sfida appare già sbilanciata.
Una guerra che riguarda anche gli Stati Uniti
Dietro i flussi criminali si nasconde una dinamica transnazionale: armi americane entrano in Messico, fentanyl e migranti escono. I porti del Pacifico connettono il paese all’Asia e all’Europa. Le rotte del sud attraggono disperati da tutto il continente. Il confine, più che una barriera, è un filtro permeabile, e le reti criminali si muovono con una logica globale.
Conclusione: un conflitto che ridefinisce lo Stato
Il Messico di oggi non è solo teatro di violenza, ma laboratorio del crimine organizzato del XXI secolo. Un crimine che si mimetizza, si adatta, si istituzionalizza. Non si tratta più solo di reprimere bande armate, ma di ricostruire lo Stato. Un’impresa che richiede coraggio, visione strategica e una cooperazione internazionale che vada oltre i dazi e le minacce elettorali. Perché quello che accade in Messico non è una questione locale: è una questione globale.

