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Sofia Fossati è tra le vincitrici del corso di giornalismo investigativo della Newsroom Academy con Alessandro Politi. Questa è la prima parte dell’inchiesta che ha realizzato.

Per molti il tramadolo è un perfetto sconosciuto. Per altri è un farmaco utilizzato principalmente per la terapia del dolore, un oppioide sintetico che si presenta sotto forma di compresse o di fiale. Poi c’è una nicchia di individui per cui il tramadolo, assunto in dosi eccessive, diventa una droga, o meglio, la “droga del combattente”.

Il fenomeno

Del tramadolo si fanno due usi distinti: da un lato, in Africa, Medio Oriente e Sud-est asiatico, molti soldati (ad esempio facenti parte dell’ISIS, come riportato da alcuni media italiani e come segnalato anche dalla DEA – Drug Enforcement Administration, agenzia federale antidroga statunitense) lo assumono per avere meno paura, meno dolore e più coraggio per combattere e resistere fisicamente in zone di guerra. Grazie ai suoi effetti euforici, aiuta infatti a concentrarsi di più sul lavoro e anche a migliorare la resistenza sessuale (ad esempio contrastare l’eiaculazione precoce). Dall’altro lato, in Italia e specialmente a Milano, sempre secondo cronache giornalistiche, si sta verificando un forte aumento di ricette mediche che lo prescrivono. Si tratterebbe principalmente di individui posti ai margini della società o gruppi di extracomunitari, in particolare nigeriani o di etnia araba, che – a suon di minacce – otterrebbero le prescrizioni necessarie per accedere a questo farmaco.

Per evitare generalizzazioni e per capire se al di là di un facile allarmismo veicolato da alcuni media vi sia un fondamento di verità, siamo andati sul campo, cercando di verificare se effettivamente esista questo fenomeno e, se sì, in quale misura possa rappresentare un problema.

I farmacisti

Per prima cosa, abbiamo parlato con decine di farmacisti dislocati in diverse zone periferiche di Milano e a tutti abbiamo chiesto se e quanto sia diffuso l’uso del tramadolo. In effetti, quasi tutti gli intervistati hanno confermato che sì, il fenomeno si configura come un abuso di questo farmaco e che a presentare ricette sono in larga parte cittadini extracomunitari. Tutto questo, però, non è un fatto recente: “È da parecchio che si registra un consumo elevato di tramadolo – ci dice un farmacista – almeno 5 o 6 anni”. Alla nostra domanda se in qualche modo sia possibile arginare la diffusione di questo oppioide, ci hanno risposto tutti che se la ricetta è valida, non si può non dare il farmaco prescritto “piuttosto – ci ha detto una farmacista – bisognerebbe domandarsi chi sono i medici che lo prescrivono e perché lo fanno”.

Altri farmacisti intervistati ci hanno fornito una possibile spiegazione: “Tutti questi medici [che prescrivono il tramadolo] sono medio-anziani, in età quasi pensionabile e sono persone miti, tranquille, di una certa età. Entrano tre, quattro ragazzotti, li minacciano una, due volte, li aspettano fuori, magari sanno dove hanno parcheggiato. Sicuramente questi [i medici] dicono: “Vuoi 10 scatole di tramadolo? Te le faccio”.

Se effettivamente stessero così le cose, si tratterebbe di una situazione allarmante. Anche in questo caso, abbiamo voluto vederci chiaro. E dopo i farmacisti, abbiamo cercato i medici che prescrivono questo farmaco in modo più assiduo.

Una situazione border line

Nonostante la diffidenza scaturita dalle nostre domande, siamo riusciti ad avvicinare dieci medici. Tra questi, uno di loro, che chiameremo Giovanni per tutelarlo, ci ha rilasciato una testimonianza davvero preoccupante.

Ormai vicino alla pensione, da diverso tempo Giovanni sta vivendo un vero e proprio calvario: “Ovviamente avrai capito che io scrivo questa roba [le ricette] anche sotto minaccia”. Il tono di Giovanni è dimesso. Sembra più stanco che spaventato. Ci racconta che è stato già ammonito dall’Ordine dei medici ma che, nonostante questo, non può esimersi dal cedere alle pressioni di delinquenti di mezza tacca che da lui pretendono il pezzo di carta che consentirà loro di accedere all’oppioide: “A volte chiedono, a volte rapinano. Mi chiedono dieci scatole, io gliene prescrivo quattro, e il giorno dopo sono di nuovo qua. Una volta mi hanno minacciato con un tagliacarte, una volta mi hanno spintonato e si sono messi a gridare. Fanno come cazzo vogliono”.

Gli chiediamo se abbia mai denunciato. Lui abbassa la testa: “Probabilmente rischierei la vita”, poi però ci dice: “Io non posso combattere da solo e chiamare la polizia ed i carabinieri tutte le volte… son venuti 4/5 volte i carabinieri. Hanno trovato delle mie ricette in mano ad un’altra persona: questo vuol dire che se le sono passate. Ma delle cose allucinanti…”.

Sconcertati da questa testimonianza, abbiamo voluto fare qualche verifica e, in merito a questa situazione, una dottoressa ci ha detto: “Tutti gli altri non si farebbero mai minacciare. Lui ha a che fare, secondo me, con tutta la gente più problematica della zona”. Al di là di come possa reagire una persona rispetto ad un’altra di fronte alle minacce o, semplicemente, insistenze, il fatto è grave. Giovanni è sicuramente una persona stanca e dà l’impressione di essersi arreso all’ineluttabilità del suo destino. Ma non dev’essere per forza così e ci chiediamo quanti altri “Giovanni” vi siano in giro.

“I Nas stanno facendo delle indagini” ci ha detto un farmacista, ma l’argomento è caduto lì, come una chiacchiera da bar. Se effettivamente le forze dell’ordine si stiano occupando di questa storia, al momento non lo sappiamo. Stando alle parole di Giovanni, “polizia e carabinieri” sono al corrente della sua situazione, ma per ora non ne abbiamo ancora conferma. Continueremo a indagare: ci rivolgeremo alle forze dell’ordine per capire se si stanno mobilitando per frenare una possibile estensione del fenomeno e per aiutare chi – come Giovanni – si trova in situazioni allarmanti.

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