In Svezia è emergenza: il 2020 è stato l’anno delle sparatorie

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Il 2020 è stato l’annus terribilis della Svezia, e non soltanto per la pandemia. Secondo quanto certificato dal Consiglio nazionale svedese per la prevenzione della criminalità (BRA, Brottsförebyggande rådet), un’agenzia rispondente al Ministero della Giustizia, l’anno passato è stato il più violento dell’ultimo ventennio: mai così tanti morti violente e mai così tanti reati con armi da fuoco.

Svezia, mai così tanti omicidi dal 2002

Il verdetto del rapporto targato BRA relativo al 2020 è stato pubblicato nei giorni scorsi ed è inappellabile e severo: “la Svezia, l’anno scorso, ha registrato il più alto numero di omicidi volontari e colposi degli ultimi diciotto anni”. Alla base dell’epidemia di criminalità, si legge nella relazione, v’è l’aumento significativo della “violenza letale negli ambienti criminali”, i quali tendono a regolare i conti attraverso sparatorie e attentati esplosivi.

Il rapporto del BRA è stato arricchito da e corredato di dati, numeri e grafici utili a comprendere il quadro specifico, cioè il 2020, e quello generale, ossia la guerra tra bande, nonché a ricostruire le tendenze evolutive del panorama criminale nazionale dal 2002 al 2020. Prime di procedere con la disamina, urgono delle precisazioni a scopo disambiguativo: la questione criminalità non riguarda la Svezia nella sua interezza, che continua ad essere una nazione piuttosto sicura, quanto le cosiddette “aree vulnerabili“, ovvero le estremità periferiche delle regioni metropolitane delle grandi città – come Stoccolma, Göteborg e Malmö.

Area vulnerabile è un termine che trova impiego ufficiale nel vocabolario delle autorità e che viene utilizzato per fare riferimento a quei quartieri etnicamente stranierizzati che sono contraddistinti da elevati tassi di disoccupazione e degrado sociale. Queste aree, che sono una sessantina in totale, pur concentrando soltanto “il 5,4% della popolazione totale”, nel 2020 hanno ospitato “oltre la metà delle sparatorie [totali]”.

I numeri

I numeri del rapporto BRA sono l’ennesima conferma di una realtà che, spesso e volentieri, viene trascurata dalla grande stampa occidentale e trattata alla stregua di un tabù: la terzomondizzazione di intere aree della Svezia, una nazione che sulla presunta riuscita del proprio modello di integrazione ha costruito un mito, tanto chimerico quanto dogmatico, che soltanto l’esplosione della sanguinosa guerra tra bande ha potuto scalfire.

La situazione è tale che megafoni del liberalismo come Deutsche Welle titolano che “Bombe e sparatorie sono parte della vita di Malmö“, e che Ulf Kristersson (Partito Moderato), commentando l’assassinio accidentale di una dodicenne, ha definito la guerra tra bande una “seconda pandemia” e i suoi protagonisti dei “terroristi domestici”, mentre Anders Thornberg, l’attuale capo della polizia nazionale, teme che la violenza possa raggiungere un punto di non ritorno. Le conclusioni del rapporto BRA, in effetti, corroborano e legittimano il pessimismo di politici e autorità:

La relazione della Polizia nazionale sullo stato della guerra tra bande, anch’essa riferita all’anno 2020 e pubblicata a febbraio, funge da complemento ideale al rapporto BRA. Lo scenario delineato, frutto di un raffronto tra dati del 2019 e del 2020, è il seguente:

Cosa sta facendo il governo?

Squadre speciali anti-crimine operano in tutta la nazione dal 2019, seguendo un modello basato sul sequestra-e-arresta, e hanno contribuito in maniera determinante a migliorare la sicurezza generale a Malmö, la “capitale delle bombe”, riducendo la disponibilità di armi ed esplosivi sul mercato nero. La stretta su armi e stupefacenti sta venendo affiancata dalla conduzione di campagne di sensibilizzazione destinate ai giovani delle aree vulnerabili, come Sluta Skjut! (Basta sparare!).

Ad ogni modo, le conclusioni per nulla rasserenanti che trapelano dal rapporto Bra, nel quale gli analisti imputano la riduzione di determinati reati più alla pandemia che alle campagne anti-crimine, sembrano suggerire l’esistenza di un sentimento di sfiducia nei confronti del piano d’azione adottato dalle autorità. Perché il caso di Londra insegna quanto siano limitati nel tempo e circoscritti gli effetti delle campagne di sensibilizzazione e come l’assenza di armi da fuoco possa indurre le bande a ripiegare su strumenti più economici, e comperabili legalmente, come coltelli e acidi.

Sullo sfondo dell’incremento di sequestri e arresti, il governo ha annunciato un piano per il rafforzamento numerico della polizia nazionale. Da qui al 2024, invero, si vorrebbero e dovrebbero aumentare i quadri di almeno diecimila agenti. Più poliziotti e meno tolleranza, in sintesi, ma, almeno per il momento, nulla per curare il male alle radici – ovverosia quella combinazione di povertà, abbandono e immobilità sociale che trasforma le aree vulnerabili in semenzai di criminalità.