Una delle più grandi paure dell’Eliseo è diventata realtà tra il pomeriggio del 27 giugno e la notte del 28: le banlieue, dormienti dal lontano 2005, sono uscite dal lungo sonno. A determinarne il risveglio è stato l’ennesimo caso di brutalità poliziesca, avvenuto alle porte di Parigi, che è terminato con la morte di un diciassettenne. Tornare alla normalità sarà complicato, forse impossibile.

Le origini delle rivolte

Nanterre, comune ad alta densità di problemi alle porte di Parigi, mattina del 27 giugno: un’autovettura viene fermata da due agenti di polizia per un controllo di routine. A bordo si trova un minorenne di origini algerine di nome Nahel, senza patente, che ammette il reato ma prova a spiegare, con l’ingenuità dell’adolescenza, di non avere nulla da nascondere: di lavoro fa il fattorino e l’ha noleggiata.

Le spiegazioni di Nahel non convincono per niente i poliziotti, che diffidano per deformazione professionale di tutto ciò che esce dalla bocca dagli abitanti delle banlieue. Ne nasce un diverbio. I toni si fanno accesi. Uno dei due agenti spara a distanza incredibilmente ravvicinata al giovane, che, accasciandosi sul volante e perdendo rapidamente il controllo del proprio corpo, schiaccia il pedale dell’acceleratore e si schianta con la vettura pochi metri più in là. È morto.



La voce dell’uccisione si sparge in fretta. La rabbia è tanta per due ragioni: la vittima non aveva ancora diciotto anni e la percezione comune è che i posti di blocco col morto stiano diventando troppi – ventitré dal 2020, di cui uno risalente a pochi giorni prima e coinvolgente un diciannovenne guineano.

Le forze dell’ordine provano a calmare gli animi, che in aree come Nanterre sono sempre tesi, con un comunicato in difesa dei due agenti: il giovane aveva provato a investirli, provocando la loro legittima reazione e una tragedia evitabile. Ma la menzogna dura poco, perché qualcuno diffonde in rete un video dell’accaduto – scagionante Nahel –, e le banlieue, in letargo dal 2005, si risvegliano.

Il grande risveglio delle banlieue

Era dal 2005, anno della rivolta delle banlieue, che la Francia non sperimentava una sollevazione interetnica di queste proporzioni. Tre settimane di incendi, sparatorie, saccheggi e scontri, coinvolgenti un esercito di 25.000 persone in 275 città, terminati con quasi 9.000 veicoli dati alle fiamme, circa 3.000 arresti, più di 150 feriti e 3 morti. Anarchia innescata dalla morte di due minorenni, Zyed Benna e Bouna Traoré, al culmine di un inseguimento con la polizia. La storia che si ripete.

La Francia non si è mai ripresa dalle rivolte delle banlieue del 2005, in qualche modo preconizzate da Samira Bellil, che hanno determinato l’inizio di una guerra civile molecolare, ovvero una guerra civile a bassa intensità, a base di criminalità epidemica, espansione delle zone grigie, guerre della droga e radicalizzazione religiosa. Guerra civile sotto mentite spoglie, esacerbata dalle trasformazioni etno-demografiche, di cui le rivolte per Nahel non sono che una delle tante manifestazioni.

I primi tre giorni di scontri, che sin dall’inizio hanno mescolato violentismo fine a se stesso – saccheggi nei supermercati, spaccate ai negozi di lusso, vandalismo – e denunce sociali – riforma della polizia, fine al razzismo istituzionale –, sono stati caratterizzati da un grado di violenza di gran lunga superiore, per elevatezza ed estensione, alla grande rivolta del 2005 e ai suoi remake su piccola scala del 2007, del 2009, del 2013 e del 2017. Complici la capillarizzazione di messaggistica istantanea e social network, che facilitano raduni e voglia di emulazione, e il boom demografico degli abitanti delle banlieue.



I numeri dei primi tre giorni della guerra urbana, che da Nanterre si è diffusa nel resto del territorio nazionale in qualche ora, anche grazie al passaparola sui social network – in particolare TikTok –, parlano di un’insurrezione destinata ad avere un considerevole impatto politico e ad aggravare ulteriormente le tensioni nella Francia multietnica:

  • 4000+ incendi dolosi;
  • 2000+ veicoli dati alle fiamme;
  • 900+ arresti;
  • 500+ edifici assaltati, danneggiati e/o distrutti, tra i quali oltre cinquanta commissariati, scuole materne, supermercati, uffici pubblici;
  • 450+ feriti tra polizia e gendarmeria;

Le misure emergenziali decretate dalla presidenza Macron, che ha condannato sia l’omicidio di Nahel sia le violenze successive, non hanno sortito l’effetto sperato. Il dispiegamento straordinario di quarantamila poliziotti per le strade non ha svolto alcuna funzione di deterrenza: il 28 è stato peggiore del 27, il 29 è stato peggiore del 28, il 30 è iniziato all’insegna della paura dell’effetto contagio nel vicinato.

A cavallo tra la sera del 29 e la notte del 30, mentre la Francia sprofondava nella trasposizione in realtà di una messinscena distopica e postapocalittica a metà tra Athena e La notte del giudizio, a Bruxelles scoppiavano gravi scontri tra forze dell’ordine e giovani delle periferie multietniche. Risultato: 64 arresti. Un bilancio poi esploso nella notte tra il 30 giugno e il primo luglio. Il ministero dell’Interno ha fatto sapere che i fermi sono stati oltre un migliaio, accompagnati da nuove violenze con scontri, incendi e saccheggi.

L’integrazione che non c’è

Le banlieue francesi sono come una casa senza finestre la cui aria è avvelenata dal gas: basta una miccia perché scoppi l’intero edificio. E se le case in questione sono 1.500 in più di 700 città, per un totale di 4,8-5,5 milioni di abitanti – il 7-8% della popolazione totale –, i danni dell’incendio possono essere tanto immaginabili quanto incalcolabili.

L’assassinio di Nahel è stato un detonante, la classica goccia che fa traboccare il vaso, ma la rabbia era già lì, pronta a riportare la Francia indietro al 2005, ed era andata accumulandosi davanti agli occhi chiusi della classe politica. Che, rifiutando di accettare la profeticità di episodi come le rivolte anti-lockdown del 2020 e i disordini occorsi durante i Mondiali di calcio del 2018 e del 2022, ha reso inevitabile l’evitabile: il risveglio delle banlieue.

Narco-banditismo, radicalizzazione religiosa, rivolte e terrorismo sono gli effetti perversi dell’apartheid sociale e territoriale che vige in Francia. Tutto è collegato. Perché un filo rosso lega i giovani che protestano per la morte di Nahel, quelli che entrano nei cartelli della droga e quelli che giurano fedeltà al Jihad armato: la rabbia. Rabbia di vivere in Francia senza farne parte. Rabbia di avere come unica prospettiva di vita la ghettizzazione in una banlieue.

Non è a causa dei videogiochi violenti e delle famiglie assenti, come dichiarato da Emmanuel Macron, che gli abitanti delle banlieue stanno mettendo a ferro e fuoco le città francesi: è per le loro condizioni di vita disastrose, emblematizzate dai tassi straordinari di criminalità, disoccupazione e dispersione scolastica, che il sistema politico aggrava e perpetua tra indifferenza, miopia e negligenza.



La Francia come gli Stati Uniti: società multietniche contraddistinte da modelli d’integrazione più fittizi che fattivi, nelle quali sguazzano radicalismi e terrorismi, nonché i servizi segreti di paesi rivali, e le cui contraddizioni irrisolte, presto o tardi, degenerano in guerre civili molecolari.

Nahel come George Floyd e come Rodney King: vittime di brutalità poliziesca le cui urla sono in grado di risvegliare i leviatani che popolano i ghetti, come il livore per uno stato di indigenza indotta e il rancore verso una società che predica l’integrazione ma pratica l’emarginazione.

I paesi occidentali sulla via della multietnicità e del multiculturalismo, come l’Italia, prendano appunti dalla deflagrazione dei modelli d’integrazione di Francia e Stati Uniti: quando gli abitanti delle periferie soffrono per un’assimilazione che gli viene imposta come moneta di scambio per un’integrazione che non c’è, la rivolta diventa ineluttabile.