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Nonostante un lieve miglioramento dell’indice di pace, il Messico ha pagato nel 2024 un prezzo economico e sociale altissimo a causa della violenza che attanaglia il paese: ben 245 miliardi di dollari, pari al 18% del PIL nazionale. Lo rivela un rapporto dell’Institute for Economics and Peace (IEP), che mostra come il crimine organizzato continui a rappresentare uno dei maggiori freni allo sviluppo della seconda economia più importante dell’America Latina.

Secondo l’analisi, sebbene ci sia stato un incremento dello 0,7% nell’indice nazionale di pace, trainato da una lieve diminuzione dell’indice di omicidi (19,3 ogni 100.000 abitanti), i costi legati alla violenza sono aumentati rispetto al 2023 del 3,4%, ovvero 8,11 miliardi di dollari in più. È la prima crescita significativa dopo cinque anni di relativa stabilità. A pesare sono soprattutto i costi diretti e indiretti derivanti dagli omicidi, dalle estorsioni, dal narcotraffico, dall’uso privato della sicurezza, dalla militarizzazione e dalla sottrazione di risorse a settori produttivi come istruzione, salute e giustizia. Il costo della violenza, sottolinea Carlos Juárez, direttore per il Messico dell’IEP, “non è solo economico ma umano: abbiamo un accumulo di sparizioni e di persone uccise che non ha precedenti nella storia del Paese”.

L’impatto asimmetrico tra gli Stati

Il peso del crimine è distribuito in modo diseguale tra le regioni. Alcuni stati, soprattutto quelli lungo le rotte del narcotraffico o alla frontiera con gli Stati Uniti, sono quelli che subiscono un impatto devastante. È il caso di Colima, dove nel 2024 il costo della violenza ha azzerato il 40,8% del PIL regionale, pari a 89.916 pesos (circa 4.670 dollari) per abitante. Con un tasso di omicidi di 101 ogni 100.000 persone, Colima si conferma per il terzo anno consecutivo lo stato più pericoloso del Messico.

La città portuale di Manzanillo è ormai uno snodo cruciale per l’importazione di precursori chimici destinati alla produzione di droghe sintetiche come il fentanyl, che, va ricordato, nel solo 2024 ha ucciso oltre 79.000 persone negli Stati Uniti secondo i Centers for Disease Control and Prevention (CDC). Il porto è controllato dal Cartello Jalisco Nueva Generación (CJNG), in lotta con altri gruppi e con le forze armate, trasformando la regione in un campo di battaglia vero e proprio. Anche Tabasco ha registrato un’impennata in termini di crimine e costi: il prezzo della violenza è cresciuto del 68% rispetto all’anno precedente. Qui, la rottura tra cellule locali del CJNG e il gruppo rivale Barredora ha alimentato scontri armati, estorsioni e omicidi. La conflittualità interna ai cartelli, come avvenuto dopo l’arresto del boss del Cartello di Sinaloa, Ismael “El Mayo” Zambada, ha innescato una spirale di frammentazione e vendette, con inevitabili ricadute disastrose sulla sicurezza pubblica e sull’economia.

La violenza mina l’economia su tutti i fronti

Il narco-caos ha effetti profondi anche su settori non direttamente legati alla sicurezza. Armando Vargas, coordinatore del programma di sicurezza di México Evalúa, un’organizzazione messicana che analizza e promuove politiche pubbliche efficaci per migliorare il benessere sociale del paese, spiega che sono molte le aree compromesse: “La violenza colpisce la libertà individuale, l’attività imprenditoriale in tutte le sue fasi, la ricezione delle rimesse, il turismo, l’azione del governo, la funzione di polizia e persino lo svolgimento di eventi culturali”. Inoltre, la microeconomia locale soffre pesantemente. Nei circa 650 municipi privi di forze di polizia locali, il 26% del totale, si registra un’esplosione di estorsioni, furti a danno di esercizi commerciali e “cobro de piso”, il pizzo imposto dai cartelli.

L’assenza di agenti sul territorio impedisce la raccolta di intelligence e la prevenzione del crimine: forze federali, spesso militari, non possono supplire a queste funzioni. A livello macroeconomico, il Messico continua a ricevere grandi flussi di investimenti esteri, secondo solo al Brasile in America Latina, grazie alla sua base industriale e alla strategica vicinanza agli Stati Uniti. Il fenomeno del nearshoring, la strategia di esternalizzare processi aziendali o produttivi in paesi vicini geograficamente o culturalmente, per ridurre costi e migliorare efficienza mantenendo una gestione più diretta, ha attirato capitali soprattutto nel nord del paese, soprattutto da parte di aziende statunitensi, cinesi ed europee. Ma il potere criminale dei cartelli rischia di compromettere anche questo vantaggio. “Le imprese, osserva Vargas, già calcolano i costi legati al crimine prima di investire. Tuttavia, ciò non giustifica la mancanza di uno Stato di diritto: è necessario garantire la stabilità, non solo economica ma anche istituzionale”.

Il paradosso della militarizzazione

Uno dei fattori che ha fatto lievitare i costi della violenza nel 2024 è stato l’aumento record della spesa militare, cresciuta del 39%. Questo sforzo però non è bastato a compensare il calo, in termini reali, del 30% nella spesa per il sistema giudiziario e del 12% per la polizia civile nell’ultimo decennio. Il risultato è un sistema sbilanciato, in cui la risposta armata sostituisce le riforme istituzionali. Il budget destinato alla lotta contro il crimine corrisponde a soli 17 centesimi per ogni dollaro di costo economico generato dalla violenza.

La corruzione nelle forze dell’ordine peggiora ulteriormente il quadro: “Un agente che collabora con i narcos, per denaro o per paura, è un buco nell’ecosistema istituzionale”, denuncia Vargas. Inoltre, il 93% dei crimini non viene denunciato, e meno dello 0,9% si risolve, secondo il collettivo Cero Impunidad. La scarsità di giudici alimenta la lentezza della giustizia e l’impunità, mentre le riforme in atto non sembrano in grado di invertire la tendenza.

Politiche del passato e prospettive future

Le strategie adottate dal 2006 al 2024 hanno fallito su tutta la linea. Durante l’amministrazione Calderón (2006-2012), si puntò alla cattura dei “grandi capi” come metodo per distruggere i cartelli, militarizzando la sicurezza pubblica. Il risultato fu una guerra senza quartiere che causò la frammentazione delle organizzazioni criminali, anziché la loro eliminazione. L’amministrazione Peña Nieto (2012-2018) tentò un approccio più selettivo, concentrandosi sulle bande più violente. Anche in questo caso, la criminalità non fu ridotta né si raggiunse una pacificazione.

Infine, il governo López Obrador (2018-2024) adottò la politica dei “abrazos, no balazos” (abbracci, non proiettili), basata su programmi sociali preventivi e una riduzione del confronto diretto con i narcos. Ma la mancata correlazione tra gli aiuti sociali e i profili criminogeni rese inefficace il piano, che si tradusse nei sei anni più violenti della storia recente. Con l’imminente insediamento della presidente Claudia Sheinbaum, si attende un cambio di rotta. Secondo Vargas, “si prevede l’abbandono della linea degli abbracci e un maggiore uso dell’intelligence per contrastare le organizzazioni criminali”. Un approccio, questo, che potrebbe finalmente rompere il ciclo di inefficienza e impunità.

Narcotraffico e agroindustria: un connubio letale

Una delle aree più esposte alla pressione del crimine organizzato è la filiera agroindustriale, che da sola rappresenta il 6% del PIL e il 14,3% considerando tutta la catena produttiva. Gli stati di Michoacán e Sinaloa, principali produttori agricoli del Messico, sono anche roccaforti del narcotraffico. Le estorsioni sono diffuse, e in alcuni casi, come ad esempio nel Sinaloa, le organizzazioni criminali risultano integrate alle catene di produzione. Ciò comporta un aumento dei costi per produttori e distributori, ma anche una preoccupante ibridazione tra economia legale e illegale, che mina la competitività e l’integrità del settore. Se lo Stato non riconquisterà il controllo di queste aree, si rischia un collasso di uno dei pilastri economici del paese.

Un sistema fragile e la sfida della riforma

Il quadro emerso nel 2024 è quello di un paese con un’economia che continua ad attrarre investimenti, ma che convive con un potere criminale sistemico. Le imprese sanno adattarsi, ma lo Stato arranca. “Il crimine organizzato è parte integrante di ogni società, afferma Vargas, ma ci sono paesi che riescono a contenerlo, garantendo sicurezza e legalità.

Il Messico, oggi, non è tra questi”. La vera sfida per il Governo entrante sarà rompere la dipendenza dalla militarizzazione e costruire un ecosistema istituzionale capace di prevenire, investigare e punire il crimine. Questo implica rafforzare la giustizia, investire nelle forze dell’ordine e contrastare la corruzione. Solo allora il Messico potrà sperare di ridurre non solo i 245 miliardi di dollari di costo economico annuo della violenza, ma anche il dolore incalcolabile di centinaia di migliaia di vite spezzate.

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