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Criminalità

Haiti, anarchia senza fine: la criminalità all’assalto dello Stato

Una crisi umanitaria all’interno di un’insurrezione criminale armata. È questo lo scenario che si sta delineando nelle ultime settimane ad Haiti, ed in particolare nella sua capitale Port-au-Prince. Da quando il presidente Ariel Henry è partito lo scorso 25 febbraio...

Una crisi umanitaria all’interno di un’insurrezione criminale armata. È questo lo scenario che si sta delineando nelle ultime settimane ad Haiti, ed in particolare nella sua capitale Port-au-Prince. Da quando il presidente Ariel Henry è partito lo scorso 25 febbraio per l’Africa, le gang criminali hanno preso il controllo delle strade portando caos e sangue nel piccolo Stato caraibico. Il tutto in uno dei contesti politici e sociali meno stabili dell’intera zona, in un Paese che non si è mai ripreso a pieno dal terremoto del 2010 e che tuttora cerca di riassestarsi dopo l’omicidio del presidente Moïse nel 2021.

Le bande criminali hanno sempre avuto un potere soverchiante all’interno del contesto haitiano, solamente che ora hanno deciso di provare a fare il salto di qualità sfruttando l’enorme vuoto politico perpetratosi ormai da svariati anni nel paese. Approffittando inoltre dell’assenza del presidente, il quale si trovava in Kenya per negoziare il dispiegamento di una forza di sicurezza internazionale ad Haiti, le organizzazioni criminali hanno seminato il terrore nel Paese ed hanno inviato un ultimatum lapidario ad Henry: o dimissioni spontanee o il Paese verrà trascinato in una guerra civile. Per provare la serietà delle proprie intenzioni, le bande criminali hanno assaltato due carceri, liberando migliaia di detenuti, attaccato diverse infrastrutture statali, tra cui diverse stazioni di polizia e l’accademia di polizia stessa, nonché il principale aeroporto del Paese, provocando la cancellazione di tutti i voli in entrata ed in uscita, fino a raggiungere il quartiere del palazzo presidenziale. A causa della drammaticità della situazione, Henry è dovuto atterrare a Puerto Rico al posto della propria capitale. In risposta all’emergenza, il governo haitiano ha proclamato lo stato d’emergenza con annesso coprifuoco durante le ore notturne. Ciò tuttavia non ha impedito a circa 15mila persona di fuggire dalle aree più colpite per rifugiarsi nella Repubblica Dominicana.

A capo di tutto ciò vi è Jimmy Chérizier, detto ‘Barbecue’, ex poliziotto di 46 anni, leader di una delle unioni di bande criminali più pericolose di tutta Haiti. Ed è proprio questo ciò che colpisce maggiormente, come una serie di gang malavitose si uniscano per far fronte comune in un attacco diretto allo Stato. Negli scorsi mesi si è assistito a qualcosa di molto simile anche in Ecuador, pur trattandosi di un contesto sociale molto diverso. In entrambi i Paesi si hanno veri e propri “sindacati” che tentano di sovvertire l’ordine costituito, pascendosi dell’assenza dello Stato e cercando di plasmarlo secondo i propri interessi criminali. Ad oggi non è ancora chiaro se ‘Barbecue’ stia facendo questo per estorcere maggiore libertà d’azione per i propri traffici o addirittura se stia spingendo per entrare, direttamente o indirettamente, nelle stanze del potere haitiano a valle delle prossime elezioni. 

Nel frattempo la situazione per il presidente Henry si complica di ora in ora. Gran parte della popolazione haitiana lo riteneva già prima dei presenti eventi un presidente illegittimo. Ora con l’incapacità di tenere il controllo sul proprio Paese le sue dimissioni potrebbero effettivamente essere cosa prossima. Ariel Henry ha assunto il potere nel 2021 subito dopo l’assassinio del vecchio presidente Jovenel Moïse, con un sostegno non indifferente da parte di Stati Uniti e Canada, motivo per cui molti haitiani lo vedono come un burattino in mano di potenze straniere. Henry avrebbe dovuto interrompere il proprio mandato lo scorso febbraio, tuttavia, in accordo con le opposizioni, ha accettato di rimanere al potere fino alle nuove elezioni. 

La crisi istituzionale haitiana ha una data d’inizio ben precisa: il 7 aprile 2021, giorno dell’assassinio del presidente Jovenel Moïse. Avvenuto alle prime ore del mattino, un commando armato composto da almeno 28 persone di nazionalità colombiana e haitiano-statunitensi, tra cui anche alcuni ex membri dell’esercito colombiano, entrano nella residenza privata del presidente, colpendo a morte Moïse e ferendo la moglie. Per quanto ancora oggi né il movente né i mandanti siano stati chiariti, a pochi mesi dalla morte il New York Times ha sostenuto che Moïse avesse creato una lista dei principali trafficanti di droga del Paese, cosa che avrebbe portato al suo omicidio. Per ciò che riguarda i mandanti, sono state fatte le più disparate ipotesi, dalla moglie di Moïse che sembra non essersi interessata troppo per la scoperta degli assassini del marito fino allo stesso attuale presidente Ariel Henry. Visti i tempi che corrono a Port-au-Prince, difficilmente si saprà mai la verità.

L’attuale crisi istituzionale non sta facendo altro che aggravare l’ormai storicamente irrisolta crisi umanitaria. Infatti, Haiti risulta essere la nazione più povera dell’emisfero occidentale, con 11.5 milioni di abitanti di cui la metà in disperato bisogno di assistenza umanitaria e con uno dei tassi di omicidi più alti al mondo (solamente quest’anno sono morte 1193 persone a causa dello scontro tra bande). Il motivo per cui Henry si trovava in  Kenya era appunto per sbloccare un accordo con il presidente keniano William Ruto per avviare una missione internazionale di polizia sotto egida delle Nazioni Unite in aiuto allo stato haitiano. Sebbene Nairobi si sia impegnata ad inviare 1000 agenti, i dettagli dell’accordo così come le tempistiche di impiego del personale non sono state rivelate.

Tuttavia anche questo intervento internazionale non ha l’approvazione degli haitiani. Sulla polizia keniota infatti pesano numerose accuse di violazione dei diritti umani, così anche come la precedente missione delle Nazioni Unite, MINUSTAH dal 2004 al 2017, ha lasciato dietro di sé un’enorme scia di scandali legati ad abusi sessuali perpetrati dagli operatori in loco così come un’epidemia di colera riconducibile al personale nepalese. 

È chiaro quindi come, anche se l’attuale presidente dovesse riuscire a riprendere il controllo delle strade di Port-au-Prince, la normalizzazione del Paese sarebbe ancora del tutto in salita, con la crisi politica che potrebbe protrarsi con grande probabilità ben oltre le prossime elezioni. Sempre che vi siano delle elezioni, al netto delle dimissioni di Henry, e soprattutto sempre che ‘Barbecue’ lasci alcuna alternativa di manovra al presidente.

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